
«Il mondo non può dipendere dalla Cina per i pannelli solari»

La Cina ha il monopolio della produzione degli elementi chiave per la realizzazione di pannelli solari e questo rappresenta «un punto di debolezza importante per la transizione energetica». A confermare i timori più volte espressi su Tempi è l’Agenzia internazionale per l’energia che in un rapporto, il primo dedicato al tema, ha evidenziato come Pechino controlli all’80 per cento l’intera filiera del fotovoltaico e addirittura al 95 per cento alcune singole fasi.
«Seri rischi per la sicurezza»
«Nel 2025 il mondo dipenderà quasi completamente dalla Cina», si legge nel documento ripreso anche dal Financial Times. «Il livello di concentrazione» della produzione globale nelle mani di un solo attore è a dir poco allarmante, fosse anche solo per il fatto che a causa di questa dipendenza i prezzi nell’ultimo anno sono già saliti del 20 per cento.
«Il rapporto ha lo scopo di invitare i governi a diversificare e ridurre le vulnerabilità nella catena di approvvigionamento», dichiara al quotidiano della city Fatih Birol, a capo dell’Aie. «I rischi non sono solamente di carattere geopolitico. Se un incendio o un alluvione nelle principali fabbriche blocca la produzione, questo potrebbe avere enormi implicazioni per la nostra transizione energetica e per la sicurezza».
15 mila chilometri quadrati di pannelli solari
Questo vale soprattutto per l’Europa. Secondo l’Aie, il piano di riduzione delle emissioni concordato a livello globale prevede che nel 2050 il 33 per cento dell’energia elettrica sia prodotto attraverso i pannelli fotovoltaici. L’Unione Europea, in particolare, si è data l’obiettivo (contenuto nel piano RePowerEu) di ricavare più di 320 gigawatt di energia solare entro il 2025 e quasi 600 entro il 2030.
Per capire quanto sia ambizioso il piano europeo, bisogna considerare che per ottenere un gigawatt di energia bisogna ricoprire di pannelli solari 2.500 ettari di terreno. Per 600 gigawatt servono dunque 15 mila chilometri quadrati di pannelli: sarebbe come tappezzare ogni singolo centimetro del Veneto con un impianto.
La Cina sfrutta il lavoro forzato degli uiguri
C’è un altro problema da considerare. Il 40 per cento circa del polisilicio, indispensabile alla produzione di celle fotovoltaiche, proviene in particolare dallo Xinjiang, la provincia della Cina dove il regime comunista sfrutta il lavoro forzato della minoranza etnica uigura.
Gli Stati Uniti hanno recentemente approvato una legge per vietare le importazioni dallo Xinjiang e non essere così complici della riduzione in schiavitù di migliaia di persone. L’Unione Europea non ha ancora deciso se adeguarsi o meno alla politica americana. Se lo farà, come potrà rispettare i target fissati per la produzione di energia solare? E se non lo farà, come potrà accettare di basare la propria rivoluzione green sullo sfruttamento degli schiavi uiguri?
La cinese Byd supera Tesla
Il tema della dipendenza dalla Cina in realtà è molto più ampio e non riguarda solamente i pannelli solari. Quello delle auto elettriche è un altro enorme grattacapo. Per la prima volta la cinese Byd ha superato Tesla, l’attuale leader mondiale, nella produzione di veicoli a batteria. Nei primi sei mesi del 2022 la Byd ha costruito 641 mila auto contro le 564 mila del marchio di Elon Musk. Volkswagen, Ford e General Motors sono ancora più indietro.
Il record cinese non è ancora assoluto ma viziato da alcune considerazioni: innanzitutto Pechino considera auto elettriche a tutti gli effetti anche i veicoli ibridi. Inoltre, a causa del lungo lockdown di Shanghai, Tesla ha dovuto interrompere la produzione nel suo impianto principale in Cina, realizzando dalle 80 alle 100 mila auto in meno.
Auto elettriche, comanda la Cina
Al di là della gara tra Byd e Tesla, «i dati dicono che quello delle e-car è patrimonio quasi esclusivo della Cina», come spiega Alan Patarga in un’inchiesta sul mercato delle auto elettriche che uscirà sul prossimo numero di Tempi. Il predominio del Dragone non riguarda solo i veicoli elettrici, ma anche le batterie: «Ad oggi», si legge nell’inchiesta, «almeno il 60 per cento delle batterie in circolazione nel mondo è made in China e oltre il 32 per cento è appannaggio di un solo produttore, il colosso Catl».
Che cosa accadrà alla produzione di energia elettrica e alla mobilità in Europa (che si è impiccata all’auto elettrica), ma più in generale alla imponente transizione ecologica avviata dalla Commissione europea, se la Cina interromperà le forniture di pannelli solari, auto e batterie elettriche? Il conflitto in Ucraina e l’impotenza del Vecchio Continente di fronte alla Russia dovrebbe aver insegnato una o due cose all’Unione Europea sui rischi della dipendenza energetica. Ora l’allarme è arrivato persino dall’Aie: qualcuno a Bruxelles lo ascolterà?
Foto Ansa
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!