Il mio Cav. l’ho amato e lo amo, questo T. invece lo detesto

Di Giuliano Ferrara
05 Febbraio 2017
Il mio è un gigante dell’ottimismo, il suo nuovo grande miracolo italiano è una confessione da prestidigitatore incantato e incantevole, l’America First è un incubo nazionalista

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Quando scese dalla scala di Trump Tower, pensai: è un riccone, “scende” in politica (non ho mai usato quest’espressione ridicola, sempre detto di B. che entrava in politica o in lizza). Poi ho pensato: è uno della tv, mi ricorda qualcosa, ma non tenevo conto della differenza tra produrla, atto vanitoso e fatale, e esibirsi, atto pacchiano. Poi ho pensato: è outspoken, cioè parla come gli pare e spara delle gran palle in sintonia con le orrende classi medie e il lumpen dell’opinione pubblica declassata, oddio, è come il mio.

Poi ho pensato: è un sessuomane a chiacchiere, ma il mio è cavaliere, non le afferra by the pussy, le corteggia e mantiene virilmente. Poi: ha problemi con il fisco e nasconde le dichiarazioni dei redditi, ma il mio si vantava delle tasse che pagava, era uno sbrasone del dovere fiscale, e hanno dovuto incastrarlo in una sordida storia di diritti con una sentenza che grida vendetta. Poi: è uno contro tutti, lo hanno deriso in pubblico e lui li ha sostituiti, e qui c’è identità, più o meno. Poi: è amico di Putin, ma lui gli dona la Nato mentre il mio donava Putin alla Nato, bella differenza. Infine: il Michigan è come Mirafiori, serbatoi di voti per decomplessati che glieli chiedono, mica chiamparini e amici dei banchieri, e i manifatturieri arrugginiti hanno i loro diritti. E così via.

Però il mio l’ho amato e lo amo, questo lo detesto. Il mio è un gigante dell’ottimismo, il suo nuovo grande miracolo italiano, già dalla parola “miracolo”, è una confessione da prestidigitatore incantato e incantevole, l’America First è un incubo nazionalista. Il mio ha sempre avuto per nemici i miei nemici, questo ha subito preso per sé le fregnacce dei Sanders e dei Piketty di ogni latitudine e longitudine. Questo ha fatto il gradasso contro l’impresa irachena, e il suo filoisraelismo sa di posticcio. Il mio era il puppet di W., benedetti l’uno e l’altro, e non si esibiva in capriole gerosolimitane, faceva il suo dovere liberale, insomma era un liberal. E quando gli rompevano troppo con gli immigrati, le tariffe, i confini, a parte capricciose nullità come la Bossi-Fini, ricordava sempre di avere sei, dico sei, zie suore. E ora mi trovo in un bell’imbarazzo.

L’altro giorno la manifestazione di Washington, musica etnica, donne arrabbiate, attrici fantastiche che lo parodiavano da nasty women, il riporto in chief. E io godevo a seguire lo streaming, con tutte le mie diciamo riserve sulla rumba e sulle donne indignate che pensano di fare politica, ma solidale molto. Philip Roth lo castiga citando il romanzo di Melville, l’ultimo, The Confidence Man, una tragicommedia sulla credulità egoista e metafisica del pubblico americano a contatto col diavolo, e io l’ho ordinato ottenuto e letto, via Amazon, in men che non si dica.

Domenica mattina la manifestazione al JFK per liberare, con il contributo di un giudice di Brooklyn, una dozzina di scienziati o cittadini iracheni sbarrati fuori del loro paese di elezione, e io appresso al video del New York Times che celebrava manifestazioni rese più affollate dai tuìt di Michael Moore. Sono diventato in un batter d’occhio un multiculturale per obbligo, uno che deve parlar male di muri, io che li prediligo quando fanno da barriera al terrorismo di Hamas. Eppoi è tutto così strano, il Putin di Dostoevskij mi piace, e sono un realista, mi piace decisamente meno quello, castighi e delitti, di Litvinenko e della Politkovskaia. Le distopie mi agghiacciano, preparano luoghi dove non vorrei mai vivere.

Qualche consolazione
Comunque è andata così. Mi accingo, sempre all’insegna della superpolitica o sottopolitica, a battaglie inaudite per me contro el malo, el feo, e metterò su un’agenzia di viaggi per portare la gente a Monterrey e in altri paesaggi della diaspora intervenuta dopo questa Machtergreifung da quattro soldi.
Mi consola la rinascita necessaria anche se improbabile di un’Europa Madre. Mi consola il fatto che i sinistri e i destri più cretini lavorano come un sol uomo per quel fregnone in chief, quel ciarlatano solo al comando. Gli amici diceva Aron non te li puoi scegliere, i nemici sì.

@ferrarailgrasso

Foto Ansa

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