
Il grande campo della vita. Cosa significa essere un hospice fino in fondo
Leggendo l’esperienza decennale degli operatori dell’hospice del Sacco, con sede nella clinica Columbus di Milano, si capisce che l’incontro quotidiano con i malati e la morte può arricchire la vita. Aiutare a viverla meglio. E si intuisce la perdita di una civiltà che cerca di allontanarla.
Il grande campo della vita (Lindau, 146 pagine, 14,50 euro), di Fabio Cavallari, in libreria dal 17 novembre, è descritto così nella prefazione di padre Aldo Trento: «Offre al mondo che censura il dolore il godimento di sapere che esistono posti dove, grazie a quanti donano la propria vita ai pazienti, questi possono morire liberi anche dentro il dolore più terribile». In effetti è così. Attraverso la passione per la vita, «qui non si accompagna a morire ma a vivere gli ultimi istanti», dicono medici, infermieri, psicologi, volontari, suora e prete dell’hospice intervistati. I racconti dei rapporti fra pazienti e personale, che si riunisce settimanalmente in équipe per parlare del malato, della sua situazione clinica, delle sue reazioni, di quelle della famiglia, parla di operatori che imparano ad amare senza pretese. Perché «la malattia/morte», scrive Cavallari citando l’arcivescovo di Milano Angelo Scola, «rappresenta per tutti una grande educazione all’amore. Si ama veramente quando si ama ogni istante come se fosse l’ultimo». Davanti al malato terminale, infatti, non si può parlare a vanvera. Scappare sì, ma non pretendere: è più evidente il mistero dell’altro, da rispettare e accompagnare dentro questa circostanza «senza imporsi, se mai provocando, ma senza alcun manuale. Con ognuno di loro è stato diverso», dicono le volontarie. Dai racconti dello staff si capisce, poi, che stare davanti «al mistero che viene a reclamare il suo diritto amoroso su ognuno di noi», come ricorda padre Trento, rende più facile anche ai sani godere del dono di ogni sfumatura regalato e sbarazzarsi della lamentela per «un’immagine della realtà che non risponde a noi», sottolinea l’autore.
Se per il personale l’hospice è questa possibilità, dove «il confine tra l’aiutare e l’essere aiutati è labile», dice una volontaria, per i malati è lo stesso. È la chance di entrare infelici e morire contenti. Come per Igor, che arrabbiato e insoddisfatto da una vita dissipata fra alcool, mondo dello spettacolo e feste, è morto ricevendo i sacramenti e confessando che «avrei sempre voluto vivere così», grazie specialmente all’amicizia di don Angelo. Molti trovano anche qualcuno con cui condividere le proprie passioni. Come Antonio che ha giocato fino all’ultimo a scopa con Susanna. C’è chi ha dato il meglio di sé, come Camillo, esperto di formazione medica, che ha lavorato fino all’ultimo respiro, intervistando operatori e pazienti, per stabilire le migliori linee guida con cui questi devono stare in relazione.
Accadono anche miracoli, come a Carmela, che dopo una vita passata a sopportare, con l’aiuto della fede, la prepotenza del marito, lo vede convertirsi al suo capezzale e rivela: «Non dovete dispiacervi per me. Ringrazio il Signore per quanto di bello ho vissuto…sono pronta per essere chiamata». E se molti arrivano da altri ospedali con «sentenza di abbandono» qui, dicono gli operatori, «nessuno può garantire la salvezza, ma agendo insieme su tutti i fronti, abbiamo la certezza di confrontarci con la realtà». È così che lo staff ha trovato la casa popolare a Jasmine, ha fondato laboratori di make-up perché Sabrina si riscoprisse donna e madre e ha realizzato molto altro ancora.
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