
«Il fuoco della lontananza» dei giovani in fuga dalla Siria

Per la Siria non pare ancora il tempo della pace. L’autoproclamato presidente Abu Muhammad al-Jolani, che ha ormai abbandonato il nom de guerre per tornare Ahmed al-Sharaa, ha annunciato il 25 febbraio, in occasione della Conferenza per il dialogo nazionale da lui istituita, che il governo avrà il monopolio delle armi nel paese e metterà al bando tutte le milizie al di fuori dell’esercito nazionale. Molte fazioni, però, non hanno ancora acconsentito a consegnare pacificamente le armi al leader jihadista. Domenica i drusi, che controllano il sud del paese, hanno fondato ad esempio un Consiglio militare autonomo.
C’è il rischio di nuovi scontri in Siria
Al-Sharaa a chiosa dell’evento per il dialogo nazionale ha poi aggiunto: «Lavoreremo per formare un organo di giustizia transitorio per ripristinare i diritti delle persone e, se Dio vuole, assicurare i criminali alla giustizia». Intanto però si moltiplica il fermento tra le fazioni interne ostili al presidente con il rischio concreto di scontri prossimi.
Nella situazione di instabilità intanto i siriani rimangono in grande apprensione, sia quelli che vivono dentro i confini nazionali, sia i moltissimi che hanno deciso di lasciare la Siria. Vale anche per i cristiani che abitano il paese mediorientale. I fedeli rimasti, a essere ottimisti, sono solo 300 mila. Nel 2011, prima dello scoppio della guerra, erano un milione e mezzo.

La storia di Elia e Fadi
C’è un misto di rassegnazione, nostalgia e un filo di speranza che non scompare per chi se n’è andato. Traspare tutto questo dagli sguardi scuri di Elia e Fadi (nomi di fantasia ndr), due 27enni cristiani siriani che hanno raccontato a Tempi la loro storia, grazie all’intermediazione di Pro Terra Sancta, associazione no profit che promuove progetti di recupero, assistenza e aiuto nelle emergenze in Medio Oriente.
I due giovani sono studenti all’università, in Italia rispettivamente da tre e due anni. Elia è tornato una sola volta in patria, a dicembre 2023, Fadi mai. La Siria gli manca e anche se inizialmente restii a parlarne, dopo poche domande diventano un fiume in piena. Vengono da due città differenti, Elia da Aleppo («per noi è come Milano, tutti lavorano e nessuno sta mai fermo»), Fadi da una cittadina pochi chilometri più a nord («ritmi più rilassati, ma sappiamo goderci la vita»).

Le due terre
C’è una terra lontana a casa, che li aspetta per tornare, ma che li spaventa e che vedono insicura e pericolosa. Il fantasma è quello della leva militare, della guerra, di «dover andare ad ammazzare dei ragazzi come noi». Un tempo il servizio militare obbligatorio durava un anno e mezzo, «oggi quando entri non ne esci prima di dieci anni. Così è capitato a tanti che conoscevamo, hanno dovuto lasciare la fidanzata, la casa, tutto». Si può rimandare fino alla fine degli studi, poi bisogna arruolarsi, «per questo moltissimi vanno fuori corso».
E poi c’è una terra qui, in Italia, che porta con sé tutta la fatica di integrarsi, imparare una lingua, trovare un lavoro. Ma Elia e Fadi parlano un ottimo italiano, conoscono la cultura, colgono l’ironia. Scherzano soprattutto sulle differenze regionali tra le loro città d’origine, che ricordano i nostri innumerevoli campanilismi.
«È come se facessimo una fatica doppia, i problemi di una vita normale qui e il pensiero costante alla famiglia lontana, con il senso di responsabilità e di colpa per essere distanti. È stata durissima durante il terremoto del 2023. Ogni volta che ci suona il telefono potrebbe essere accaduto qualcosa di tragico, per questo viviamo sempre con apprensione e rispondiamo immediatamente».
«In Siria non c’è lavoro»
Anche perché un gigantesco problema in Siria è costituito dalla scarsità di energia elettrica che limita le comunicazioni. Negli ultimi anni del regime di Bashar al-Assad ogni casa aveva diritto a poco più di un’ora di elettricità al giorno per svolgere tutte le più banali attività domestiche, dal riscaldamento dell’acqua alla ricarica dei cellulari. E ancora oggi la linea telefonica va e viene. Al-Jolani a pochi giorni dalla sua auto-elezione aveva assicurato che avrebbe prolungato a otto ore la copertura elettrica per le case del paese. Promessa mantenuta a malapena per due giorni.
Tutte le famiglie versano in una profonda crisi economica, la lira siriana subisce impennate e crolli di valore continui. Ma come si mantiene la gente? «O si attinge dai risparmi messi da parte negli anni o con i soldi che i parenti e gli amici inviano dall’estero, quasi tutti ne hanno. Il lavoro è poco e comunque si guadagna una miseria. Fino a pochi mesi fa era addirittura proibito pronunciare la sola parola “dollaro” o “euro”: le autorità ti portavano direttamente in carcere».

«Assad e Al-Jolani? Due terroristi»
La guerra, la crisi economica causata anche dalle sanzioni internazionali, il terrorismo, il terremoto hanno svuotato la Siria dei suoi giovani. «Potremmo prendere le foto di classe sui social, ma probabilmente meno del dieci per cento dei nostri coetanei sono rimasti in Siria», raccontano. «Sono tutti scappati o partiti per l’estero, chi in Europa, chi in America o in altri paesi».
Per entrambi, sia Assad che Al-Jolani sono «due terroristi che hanno fatto il male del nostro paese». Elia si sente «più grande» rispetto ai coetanei che ha incontrato in Italia, come se «mi fosse stato tolto un pezzo della mia giovinezza. Appena arrivato vedevo i miei compagni di corso parlare di gusti musicali o di viaggi, io pensavo a casa mia, alla situazione che viveva la mia famiglia, all’acqua che mancava e che io stesso fino a pochi mesi prima portavo con dei secchi a mano durante la guerra».
«Il fuoco della lontananza»
Al termine del dialogo Fadi prende coraggio e intona un canto popolare, Ah Ya Helou, dal ritmo arabeggiante tipico della musica mediorientale, servendosi del tavolo a mo’ di tamburo. La musica parla di mancanza e nostalgia per l’amato lontano. «Tu che con il fuoco della lontananza mi tormenti», immediato il pensiero a quella terra a migliaia di chilometri dall’Italia.
La Siria è un paese spaccato, diviso in gruppi etnici, religioni e centri di potere differenti, che tanti vorrebbero smembrare. Elia e Fadi, però, si sentono parte di un popolo: «Noi siamo siriani e siamo fieri di esserlo. Vogliamo tornare in Siria, perché è casa nostra. Ma non sappiamo quando sarà possibile».
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