Il “diritto” ad avere un figlio sano e le intenzioni mascherate d’amore

Di Laura d'Incalci
30 Agosto 2012
Quale sussulto di soddisfazione può far battere il cuore di una mamma che sa di aver salvato la propria creatura da una sorte forse troppo dolorosa, solo dopo aver spezzato il destino di altri embrioni?

Impressiona la determinazione, l’accanita caparbietà nel perseguire uno scopo neppure lambito da incertezze e interrogativi. I coniugi Rosetta Costa e Walter Pavan sanno quel che vogliono, tanto che per accorciare l’iter e arrivare dritti al risultato, hanno deciso di evitare i gradi di giudizio previsti dall’ordinamento italiano presentando direttamente ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. L’istanza che li ha mossi, del resto, è pressante: il diritto ad avere un figlio sano, comprensibile desiderio di ogni genitore. Un diritto che nel loro caso – come è noto – deve però fare i conti con un pericolo da scongiurare, con il rischio di trasmissione di una malattia genetica – la fibrosi cistica già trasmessa alla loro prima figlia nata nel 2006 – che ritengono doveroso azzerare.

La Corte europea ha aperto un varco alla loro richiesta di accedere alla fecondazione assistita che consentirebbe di selezionare e scartare gli embrioni affetti da malattia per  impiantare in utero un embrione sano: in sostanza, Strasburgo ha bocciato la normativa italiana per incoerenza fra la legge 40, che non ammette la diagnosi embrionale preimpianto, con l’eliminazione di embrioni malati o in sovrannumero, e la legge 194 che, invece, ammette l’aborto di feti affetti da patologie e malformazioni.
Mentre i termini della questione giuridico-etica sono stati posti immediatamente sotto la lente di giuristi ed esperti di bioetica, meno considerata sembra in queste ore la lacerazione fra il desiderio umano di salute e benessere, augurabile a ogni figlio che viene alla luce, e il prezzo da mettere in conto per poterlo realizzare.

Quale sussulto di soddisfazione può far battere il cuore di una mamma che sa di aver salvato la propria creatura da una sorte forse troppo dolorosa, giudicata penalizzante e ingiusta, solo dopo aver spezzato il destino di altri embrioni, aver deviato il corso di altre vite, sacrificato altri figli? Chi pensa alla tragedia di questa lacerazione sottile, silenziosa, persino impercettibile, che pure segnerà per sempre il corso di relazioni fin dal concepimento già pesanti di un fardello enorme? Un fardello che nasconderà sempre un segreto innominabile che con il procedere dei giorni, delle esperienze del vivere, si affaccerà inevitabilmente a suggerire, a ribadire quando meno te lo aspetti, che ogni vita ha un valore tutt’altro che gratuito e incondizionato, ma è piuttosto commisurato con il grado di integrità fisica e psichica, con le capacità, le abilità… che se venissero a mancare lungo l’avventura del vivere, sarebbe meglio abbandonarla, tradirla, disprezzarla e cancellarla.

Con un breve volo dell’immaginazione non è difficile immedesimarsi in dinamiche familiari che hanno censurato l’evenienza della malattia guidate da una cieca prepotenza, da una prevaricazione ammantata di scopi umanitari, di intenzioni mascherate d’amore. E non è troppo difficile immaginare che possano trasformarsi in un incubo: chi toglierà il velo di tristezza e di umiliazione nello sguardo del figlio malato che si rivolge a quello sano? Ma potrebbe anche avvenire il contrario. E la prospettiva non appare certo liberante.

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