
Il dialogo su Chiesa e omosessualità prevede solo interlocutori mainstream?

Articolo tratto dal numero di novembre 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.
I recenti fatti documentano il tentativo di privare il successore di Pietro del suo carisma, trasformandolo in un aquilone maneggiabile ad uso del diavolo, la cui caratteristica è ben spiegata dal nome: egli non crea nulla, ma lo duplica per confondere e dividere. Mi riferisco al documentario presentato al Festival di Roma e intitolato Francesco. Un panegirico del Pontefice regnante. Accanto a una onesta presentazione dello sguardo di papa Bergoglio sui poveri e sul dolore del mondo, che purtroppo non interessano a nessuno e infatti nessuno li ha raccontati nei resoconti, viene piazzata con sapienza una ricostruzione da falsari delle parole di amore pronunciate dal Santo Padre verso i nostri fratelli qualificati come omosessuali. Un taglia e incolla di parole davvero dette, ma messe insieme per trasformare il Papa in un militante del family gay.
Alcuni dicono: il Papa avrebbe potuto parlare in modo tale da non essere ritagliabile e strumentalizzabile. Non è proprio così. Sant’Anselmo d’Aosta, filosofo e teologo stupendo, spiegò che frammentando la Bibbia si può ricavarne questa frase solenne: «Dio non esiste». È sufficiente sbianchettare le tre parole che precedono questa negazione e cioè: «Lo stolto dice». Chiaro, no?
Mi preme di più qui marcare la debolezza che oggi accomuna due ben diversi difensori del Papa. Entrambi hanno bevuto come oro colato le presunte parole del vescovo di Roma, ma interpretandole in modi opposti.
1) Gli entusiasti. Costoro sono stati felici di spiegare come e perché il Papa abbia fatto fare un balzo in avanti alla dottrina in direzione dell’amore universale. Una rottura con la tradizione per tornare al puro Vangelo senza il ciarpame tridentino e wojtyliano. Bergoglio per loro ha dato valore evangelico non solo alle persone omosessuali ma anche al loro legame carnale. Per ora la benedizione è “quasi” sacramentale, in attesa fiduciosa che Bergoglio si decida a elevare le unioni civili a vero e proprio matrimonio, finalmente superando l’oscurantismo di una divisione dei sessi binaria. La natura prevede, per volere della Trinità, anche per gli omosessuali – e in generale per tutte le categorie comprese nella sigla Lgbtq+ – non solo il diritto ma persino il dovere di metter su famiglia.
2) I giustificazionisti. Semplificando orrendamente, essi si dividono in due categorie alquanto diverse. Ci sono gli storicisti hegeliani alla Hans Küng. Essi dicono: il Papa ha ascoltato il segno dei tempi. Nei tempi si muove lo Spirito. Il dogma dei dogmi è che non c’è dottrina ma movimento dello Spirito, ed esso espandendosi come cristianesimo anonimo permea il sentimento generale scavalcando i confini della Chiesa visibile. La morale muta perché muta l’Essere di Dio nel mondo. Amare significa cose nuove. Forse per ora basta l’unione civile, ma va consentita l’adozione, e presto – perché no? – l’utero in affitto.
Ci sono poi coloro che si accorgono del disagio profondo dei fedeli, e cercano di mostrare che non solo non c’è alcuna rivoluzione dottrinale o cedimento al pensiero del mondo, ma un semplice approfondimento del dogma nel senso sostenuto dal santo cardinale Newman, da De Lubac e Von Balthasar. La Chiesa conosce sempre meglio il mistero e trova nuove parole per dirlo. Lo sviluppo consiste nella protezione e nella tutela degli omosessuali non solo come persone ma anche come unione.
Chi invece ha trovato parole per noi molokani adeguate sono stati – tra gli altri – il vescovo Massimo Camisasca (in una intervista ad Avvenire) e il teologo balthasariano André-Marie Jerumanis (sull’eccellente Il Federalista). Quanto il Papa dice non santifica affatto le unioni né benedice i rapporti biblicamente detti sodomitici. È un invito a proteggerle come amicizie in cammino verso una verità che non è quella paramatrimoniale.
Quello che mi permetto di segnalare a voi italiani qui dall’Armenia è come il dialogo condotto autorevolmente preveda come interlocutori solo esponenti del pensiero mainstream, gente che scrive sul Corriere, Repubblica o la Stampa, come se una minoranza ribelle, che detesta l’eutanasia, l’aborto e l’omosessualismo (ideologia gender), sia fuori dai giochi e non vada interpellata. Nomi? Se mi chiama qualcuno li faccio. Bisogna stare attenti a non restringere gli incontri, escludendo chi non è portato sulla sedia gestatoria della cultura egemone. Non scarterei i maledetti, persino anche qualcuno che sia scomunicato come estremista per il comodo dei quietisti al potere. Mi piacerebbe che si coinvolgessero nel dialogo sull’omosessualità gli islamici. O li si ritiene troppo poco moderni sul punto?
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