
La preghiera del mattino
Il coraggio di prendersela non solo con tassisti e bagnini, ma con le banche

Su Formiche Gianfranco Polillo scrive: «La verità è che il cartello delle banche, non solo in Italia, ma in Europa ha funzionato. E ha funzionato a danno dei più sprovveduti. Di chi non ha grande dimestichezza con i riti della finanza. Perché, il più delle volte, non è depositario di una ricchezza tale da richiedere conoscenze più specifiche. Si guardi al modo di operare di quelle strutture. Nessuna concorrenza tra le grandi banche sul fronte della remunerazione dei depositi. Solo un paio di grandi gruppi – uno olandese, l’altro milanese – hanno proposto di remunerare i conti correnti, ponendo tuttavia condizioni sul loro possibile utilizzo. Comunque un passo avanti rispetto al grande deserto circostante. Rispetto al quale ben altri dovevano essere gli interventi. A partire da una “moral suasion”, che non si è manifestata. Di fronte a problemi di questa dimensione, sorprendono alcune critiche di natura tecnica nei confronti del governo. Si è trattato di una manovra distorsiva: questo il commento più gettonato. Si tassa soltanto il margine di intermediazione, mentre gli utili bancari hanno una natura ben più complessa, in cui le commissioni, ad esempio, hanno un peso ben maggiore. Ma il problema non era tassare il profitto, bensì gli extra ricavi derivanti da una posizione di signoraggio, nei confronti del vasto mondo, senza voce, dei risparmiatori. Una misura presa non tanto per fare cassa, ma per creare un precedente. E lanciare un monito. Affinché simili “distorsioni” non abbiano più a ripetersi».
Mi pare che Polillo centri bene le ragioni del provvedimento del governo Meloni sulle banche.
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Sul Sussidiario Paolo Annoni scrive: «L’annuncio di lunedì è stato un fulmine a ciel sereno solo in parte. La presidente della Bce, Christine Lagarde, a inizio giugno dichiarava nel corso di un’audizione al Parlamento europeo che la Bce desiderava che le banche trasmettessero la politica monetaria anche ai depositi e che non “vedeva abbastanza in relazione ai depositi”. Il Governatore della Banca d’Italia Visco, nelle stesse settimane, notava che “gli effetti dei rialzi dei tassi ufficiali sui rendimenti dei depositi a vista sono ancora molto contenuti” e metteva questo fenomeno in relazione all’abbondante liquidità accumulata dagli intermediari negli ultimi anni che ha comportato una minore pressione commerciale».
Annoni ricorda opportunamente come Bce e Bankitalia avevano da qualche tempo ricordato al sistema bancario la necessità di adeguare i rendimenti sui depositi ai guadagni realizzati dagli istituti di credito grazie alle scelte monetarie di Francoforte. La “merce” denaro è una merce assai speciale e conseguentemente regolata, con conseguenti possibili (probabili?) posizioni di rendita che vanno affrontate politicamente. In questo senso, è utile riflettere su chi è capace di lottare solo contro le rendite di posizioni ben più marginali (e talvolta giustificate) di tassisti e bagnini.
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Su Startmag si scrive: «L’annuncio di una tassa sugli extraprofitti delle banche italiane, sotto forma di un prelievo mirato all’aumento del margine di interesse (NII) conseguito dagli istituti grazie all’aumento dei tassi di interesse, non influirà sui rating delle banche nazionali”, scrive Fitch Ratings in un report. Il prelievo “ridurrà la redditività a breve termine, ma non comporterà un abbassamento dei rating data la sua natura, una tantum e l’applicazione in un momento di redditività ciclicamente elevata e coefficienti patrimoniali confortevoli”, aggiunge l’agenzia di rating».
Per il momento anche le considerazioni di un’agenzia spesso assai severa come Fitch Ratings consentono di ritenere come si possano contenere eventuali conseguenze negative derivate dal provvedimento fiscale sulle banche deciso dal governo.
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Sulla Zuppa di Porro Corrado Ocone scrive: «Certo, la politica può sbagliare e anche i recenti provvedimenti governativi possono avere effetti non graditi. Essi però segnano un timido tentativo di ridare un ruolo alla politica, e quindi alla democrazia, in un mondo che democratico lo è sempre meno. Anche il liberalismo io lo vedo inserito in questa cornice. Così come gli eventuali provvedimenti liberisti e non che con pragmatismo e senza ideologismi di volta in volta il governo assumerà. E sui quali è giusto che, fra cinque anni, sia giudicato».
Concordo con Ocone come oggi sia decisiva la libertà degli elettori di decidere sulle scelte politiche che concretamente definiscono la fondamentale libertà dei mercati. In questo senso mentre nel merito le scelte di Giorgia Meloni sull’esagerato sfruttamento di posizioni di rendita da parte delle banche (vedi Polillo) mi sembrano condivisibile, mi pare invece che diversi problemi siano emersi sia nella comunicazione (un po’ populista) sia nella riflessione interna alla maggioranza di governo, pur senza dubbio condizionata dai tempi di un provvedimento da prendersi rapidamente pena ancora maggiori difficoltà sui mercati, ma comunque troppo sfilacciata.
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