
Il Cina-tetro di Tienanmen
Pechino – La poliziotta con il basco blu e l’uniforme verde è gentile, ma inflessibile. Piantona un vicolo al comando di alcuni agenti ed un gruppo di volontari che ricordano le guardie di Mao, con tanto di bracciale rosso intorno al braccio. Gli occhi a mandorla diventano fessure quando ci spiega che non è possibile andare oltre, perché tutta la zona attorno alla piazza Tienanmen, dove tra poche ore si svolgerà la grande parata per il cinquantenario della Cina comunista, è praticamente blindata. Questa volta non faccio l’inviato di guerra, ma il turista in viaggio di nozze con mia moglie e una coppia di amici.
Piazza Tienanmen, città proibita All’alba del primo ottobre abbiamo tentato di raggiungere la Lunga via della Pace, che taglia la capitale da est a ovest, nella speranza di vedere passare la marea di soldati e civili diretti a Tienanmen. Niente da fare: in mezza Pechino vigeva dalle due di notte una specie di coprifuoco e il regime aveva deciso non solo chi dovesse partecipare alla parata, ma pure chi poteva assistervi. In tutto mezzo milione di persone selezionate fra aderenti e simpatizzanti del partito comunista al potere dal 1949. Un pubblico vero e proprio non esisteva e addirittura i turisti che alloggiavano troppo vicino al centro sono stati spostati d’autorità in alberghi fuori mano. Solo il giorno dopo il popolo ha potuto riversarsi in piazza Tienanmen per osservare da vicino le decine di carri allegorici, rimasti in mostra, che avevano partecipato alla parata.
Sotto la giubba, il doppio petto Sembrava di trovarsi di fronte ai resti di un carnevale di Viareggio all’ennesima potenza, piuttosto che ad una manifestazione socialista. Pochi i simboli comunisti e molti quelli legati al progresso e all’economia, come uno shuttle lanciato verso il 2000, segno tecnologico della modernità, oppure i complessi di grattacieli in miniatura che identificano lo sviluppo edilizio della nuova Cina. Ci ha pensato il presidente della Repubblica popolare e segretario del partito comunista cinese, Jang Zemin, a non fare dimenticare il passato indossando la “zhong shan zhuang”, meglio nota come giubba alla Mao, modesta e con il colletto chiuso senza cravatta. Quasi stonava sul palco d’onore all’ingresso della Città proibita, costruita dalle dinastie imperiali, in compagnia degli uomini più potenti del regime, da Zhu Rongji a Li Peng, disinvolti nel loro completo scuro dal taglio occidentale. D’altro canto, pochi giorni prima, Jang si era presentato in giacca e cravatta a dispensare pacche sulle spalle al forum economico di Shangai dove gli investitori stranieri, soprattutto americani, discutevano con i cinesi le possibilità di sviluppo nei prossimi 50 anni. Non si tratta di doppiezza, ma di una strategia che spinge verso il liberalismo in economia e tiene duro sul fronte delle libertà politiche.
I custodi (armati) della tradizione Non solo: il garante dell’unità nazionale e della sopravvivenza del sistema stesso rimane l’esercito, che ha fatto la parte del leone nella parata del cinquantenario. Milleduecento uomini di un’unica banda militare hanno aperto la manifestazione seguiti da 11mila soldati dell’esercito popolare di liberazione. 132 aeroplani, compreso il nuovo caccia “Leopardo volante”, hanno sorvolato Tienanmen divisi in 10 squadriglie. Dalle sedi diplomatiche straniere sono stati invitati soltanto l’ambasciatore, oltre all’addetto militare, e difatti le forze armate cinesi hanno sfoggiato 42 nuove armi, compresi missili nucleari strategici.
I cinesi comuni sono fortemente nazionalisti, ma in città come Pechino, soprattutto i giovani, ammettono apertamente di non essere più comunisti. Si riscoprono i valori tradizionali, comprese le vestigia dei grandi imperatori, e la bandiera rossa con la stella del partito, circondata da stelline minori che rappresentano le varie classi sociali, è più un simbolo della patria che dell’ideologia.
Internet, tv e hamburger Contemporaneamente le vie di Pechino invase da Mac Donald e centri commerciali vengono prese d’assalto, anche se molti non possono permettersi Rolex da dieci milioni di lire. Invece aumentano i telefonini e l’utilizzo di Internet, che sta facendo circolare le idee più strane, come la filosofia della setta Falun Gong, smantellata con brutalità dal regime.
Il pendolo fra l’apatica tranquillità del posto di lavoro socialista e il desiderio d’impresa sta ancora oscillando, per un popolo da 1 miliardo e 200 milioni di persone, che possono avere un figlio solo per famiglia a causa dell’enorme pressione demografica. “Una volta si diceva che basta possedere una bicicletta e un frigorifero per essere un buon partito. Oggi quasi tutti, nelle grandi città, hanno il televisore e il condizionatore per l’afa estiva”, osserva Yang Lin, la nostra giovane guida. Eppure i cinesi continuano a fermarti per strada, o sulla Grande Muraglia, per farsi scattare una foto con lo straniero, soprattutto se si tratta di una mozambicana dalla pelle nera, moglie di un amico con cui viaggiamo. Questa è la Cina, simile a un misterioso drago, simbolo della sua antica tradizione. Un drago che si sta risvegliando.
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