Il caso non è chiuso

Di Gündüz Bozkurt
30 Novembre 2006
E se non fossero stati i fondamentalisti islamici a uccidere il parroco di Trebisonda?

In Turchia molti non credono alla verità processuale stabilita il 10 ottobre dal tribunale di Trebisonda che ha condannato a 18 anni di carcere O. A., presunto assassino 16enne del sacerdote italiano Andrea Santoro. La corte si è limitata a prendere atto della confessione del reo. Il processo si è svolto praticamente a porte chiuse, non sono stati ascoltati importanti testimoni e non è stato incriminato alcun complice, sebbene le ricostruzioni giornalistiche avessero indicato che il minorenne frequentava ambienti dell’islamismo estremista.
Mentre il Papa arriva nel paese e si appresta a fare memoria del sacrificio del sacerdote romano, i turchi scettici attirano l’attenzione su un fatto: all’indomani dell’omicidio le agenzie di stampa missionarie italiane Misna e Asianews riportavano la testimonianza di Loredana Palmieri, la volontaria italiana che aiutava don Santoro nel suo apostolato. Su Asianews dell’8 marzo si leggeva: «Con don Andrea lavorava una volontaria romana, Loredana, che è stata testimone del delitto. Da una finestra del corridoio che porta in chiesa ha visto un giovane, che non era il quindicenne imputato, che guardava a destra e sinistra con fare sospetto sulla porta della chiesa e, dopo pochi secondi, quando è entrata in chiesa, ha visto solo un braccio e la mano che impugnava la pistola e sparava da qualche metro di distanza alle spalle di don Andrea, inginocchiato in preghiera. Il primo proiettile colpì preciso al cuore, da 3-4 metri. Proprio come da un killer professionista, mentre il ragazzino considerato colpevole ha dichiarato di aver imparato a sparare solo al computer: era la prima volta che impugnava un’arma vera. Il secondo proiettile colpì don Andrea mentre stava cadendo. Ha sentito distintamente il grido ‘Allah è grande’ lanciato dal killer che fuggiva, e non era certo la voce di un adolescente».

La pista del racket della prostituzione
Queste perplessità avvalorano un’altra pista: che don Santoro non sia stato assassinato da estremisti islamici, ma dal racket ex sovietico della prostituzione, attivissimo a Trebisonda con lo sfruttamento di centinaia di donne (cristiane) provenienti soprattutto da Georgia e Armenia. Il sacerdote aveva preso contatto con alcune di queste donne e richiesto alla Caritas Turchia un intervento a loro favore, dopo aver sensibilizzato anche la Chiesa ortodossa in Georgia. Così aveva raccontato ad amici: «La prima volta che passai davanti a un locale le ragazze, quasi tutte cristiane dell’Armenia, ci invitarono a entrare e a prendere un tè. Con me c’era suor Maria con la croce al collo. Dico loro che è una suora. Si parla dei loro figli, dei monasteri che ci sono da loro, della vita difficile nella loro terra. una di loro è pediatra. Qualche giorno dopo, sempre pregando, passeggiamo nella via principale dello stesso quartiere. Una signora che invitava i suoi clienti da un vicolo laterale vede la croce al collo di suor Maria e sbracciandosi ci viene incontro. Bacia la croce e la mano della suora, si fa il segno della croce e l’abbraccia, chiedendole se ha bisogno di qualcosa. Il protettore si avvicina un po’ infastidito, gli dico che la donna è cristiana come noi. I locali sono pieni di donne, spesso giovanissime. Che fare? Lo chiedo ogni giorno al Signore: che ci apra una porta, chiami qualcuna di esse a cambiare vita e ad aiutare le altre, tocchi il cuore di qualche protettore, mandi qualcun altro a collaborare con noi». Quando don Santoro fece la sua richiesta alla Caritas Turchia, un dirigente armeno lo mise in guardia: «Padre, per questo potrebbero ucciderla». Oggi molti credono che le cose siano andate veramente così.

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