
Il caso Ilaria Capua? Non prendetevela con noi giornalisti

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)
Il compito di noi giornalisti non è quello di cambiare il mondo. Chi ha questa pretesa può tentare di fare il politico, l’attivista, l’imprenditore, l’intellettuale, il sindacalista o lo scienziato. Il nostro dovere è invece quello di occuparci del mondo per raccontarlo. Certo, il nostro lavoro ha sempre delle conseguenze. Ha un’influenza diretta sulla realtà. Un grande liberale come Luigi Einaudi ci ha insegnato che alla base di ogni democrazia c’è un principio semplice: conoscere per deliberare. Più un cittadino è informato e più sarà in grado di fare scelte consapevoli.
È poi altrettanto vero che il giornalismo produce degli effetti sulla società e sui comportamenti. Per esempio su quelli di chi amministra la cosa pubblica. Alcuni storici dell’economia ricordano che gli Stati Uniti durante l’Ottocento erano un paese con una classe dirigente estremamente corrotta. Allora i giornali dipendevano in genere dalla politica: da un sindaco, da un governatore, da un senatore. Dopo qualche tempo, grazie alla rivoluzione tecnologica che introdusse rotative in grado di stampare in una notte centinaia di migliaia di copie, pubblicare quotidiani e riviste divenne però un affare. Uno dei sistemi migliori per avere successo in edicola e far diventare ricchi gli editori era quello di raccontare come veniva speso il denaro dei contribuenti. Tra molte testate si scatenarono così guerre a colpi di scoop. Venivano svelati scandali, storie di mazzette e ogni altro tipo di nefandezza. A poco a poco i politici americani cominciarono a migliorare comportamenti e scelte. Non perché folgorati sulla via di Damasco, ma perché timorosi di finire in prima pagina.
La storia di noi giornalisti non è fatta però in maggioranza di duri e puri. In Italia in particolare, stampa e potere sono da sempre quasi un tutt’uno. Sia perché gli editori, almeno fino a qualche anno fa, non avevano come interesse principale quelli di far soldi coi giornali (di solito erano costruttori, proprietari di cliniche o finanzieri interessati ai media solo per meglio concludere affari di altro tipo), sia perché i giornalisti italiani sono appunto italiani. Gianluigi Nuzzi, il collega che conduce Quarto Grado sulle reti Mediaset, racconta un episodio significativo. Durante Mani pulite Nuzzi scopre l’elenco dei fortunati inquilini che affittavano a equo canone dei lussuosi appartamenti nel centro di Milano di proprietà dell’Ipab, un ente pubblico. A decidere chi poteva abitare per poche lire in quelle case era allora un politico corrotto. L’elenco degli affittuari era dunque una grande notizia. Nuzzi cominciò a telefonare a varie redazioni per proporre lo scoop. Nessuno però appariva interessato. Finché un capocronista gli disse: «Gigi, ma tu l’hai letta bene la lista?». «No, lo ho appena presa». «Beh, leggila: c’è il mio nome e quello del mio vice, clic».
Anche per questo l’autorevolezza dei giornalisti è bassa. E l’accusa che viene più di sovente mossa dal pubblico, pure a chi prova, non senza errori, a fare seriamente il suo suo lavoro è quella di essere al servizio di qualcuno. È capitato anche a me. Quando lavoravo al Giornale di Montanelli e scrivevo dei socialisti (erano al governo a Milano) per molti ero fascista. Poi con l’avvento di Berlusconi divenni comunista. Con D’Alema a Palazzo Chigi tornai fascista, poi dipietrista e giustizialista. Recentemente sono stato catalogato come grillino, quindi come renziano (da alcuni 5 stelle) e, dopo le inchieste su Renzi, di nuovo come pentastellato. In buona o cattiva fede in molti finiscono per confondere lo specchio (cioè il giornalista) e la realtà che viene riflessa. E quando la realtà non piace, se la prendono con lui.
Lavorare meglio
Accade spesso. Nel caso di Ilaria Capua, restata incredibilmente sotto inchiesta per sette anni, prima di essere prosciolta, gli strali sono stati indirizzati a uno dei migliori cronisti in circolazione, Lirio Abbate, colpevole di aver svelato il contenuto di un’indagine di evidente interesse pubblico di cui nessuno conosceva l’esistenza. Ben pochi hanno attaccato la scandalosa inerzia del magistrato o hanno fatto tesoro di una serie di vicende non esattamente edificanti, ma non penalmente rilevanti, che emergevano dalla sua storia. A tutto questo però si risponde in una maniera sola: lavorando meglio. Dobbiamo dimostrare di essere imparziali, di avere coscienza delle nostre grandi responsabilità e di saper correggerci quando sbagliamo. E poi bisogna raccontare sempre. Senza chiederci se la storia di cui ci occupiamo finirà per farci fare poca carriera perché riguarda un potente. Perché la cattiva fama dei giornalisti, in fondo, dipende più da quello che in tanti tra noi non scrivono, piuttosto che dagli errori a volte commessi da chi si ostina a farlo.
Peter Gomez è direttore de ilfattoquotidiano.it
Foto Flickr
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!