
Il carcere non è la sola punizione possibile, soprattutto per i reati di lieve entità
A Milano, settimana scorsa, sono stati arrestati i membri di una baby-gang. Mi fa piacere. Ma mi farà ancora più piacere se questi ragazzi, anziché finire in carcere, verranno condannati ai lavori socialmente utili. O a fare volontariato. Perché solo così potranno cambiare. Migliorare. E trasformarsi in cittadini onesti. Negli anni parecchi giovani delinquenti – e qualcuno non più tanto giovane, come uno spacciatore filippino quarantenne – sono stati mandati dai magistrati a fare i City Angels. Legge del contrappasso: prima facevano del male, ora sono costretti a fare del bene.
All’inizio ero scettico: troppo comodo, pensavo. Troppo facile. Chi sbaglia deve pagare. E deve penare. Se lo mandi a fare volontariato, che punizione è? Poi mi sono ricreduto. Ho parlato con questi delinquentelli. Li ho conosciuti. Prima e dopo il periodo trascorso con noi. E ho visto il cambiamento. Non mi risulta che abbiano ripreso a delinquere. Mentre mi risulta che buona parte dei detenuti ricomincia a farlo daccapo, una volta che vengono scarcerati. Il motivo è semplice. Il carcere dovrebbe rieducare. Ma non lo fa quasi mai. Entri mezzo delinquente, esci che sei delinquente intero. In carcere hai sofferto: non solo per la giusta privazione della libertà, ma anche per la sbagliata compressione di quattro, cinque, sei detenuti in microcellette umide e puzzolenti, tra topi e scarafaggi. Un ambiente di dolore e di violenza. In cui non sei una persona, ma soltanto un numero. E in cui vige la legge del più forte. Un ambiente che ti incattivisce. Ti fa odiare il mondo intero.
Ci sono eccezioni, certo. Come il carcere di Bollate. Molti direttori cercano eroicamente di rendere le strutture le più umane possibili; molti agenti di custodia sono anche loro vittime di questo ambiente terribile. Come i detenuti. Ma, al contrario dei detenuti, non hanno commesso alcun reato. Resta il fatto che buona parte delle prigioni italiane sono postacci in cui non augurerei nemmeno al mio peggiore nemico di finirci. Il motivo? Mancanza di fondi per costruire penitenziari nuovi. E, soprattutto, mancanza di buona volontà. L’argomento non paga, elettoralmente. Ben pochi voterebbero un politico che promette di ammodernare le carceri. Sia perché ritiene che i soldi vadano spesi diversamente, sia perché ritiene giusto che chi ha sbagliato debba scontare la sua pena nel dolore.
Io la vedo diversamente. La pena va scontata, certo. Ma il dolore, in questi casi, non migliora. Peggiora. Mi può forse stare bene un mafioso, un terrorista, un assassino, uno stupratore che marcisce in cella, anche se la mia coscienza cristiana si ribella; ma non mi possono stare bene un teppistello, un ladruncolo, un piccolo spacciatore che finiscono dietro le sbarre e si rovinano per sempre. Per loro ci vogliono pene. Severe. Ma alternative. Devono capire che hanno sbagliato. E riscattarsi. Chi esce dal carcere si porta dentro un rancore contro l’intera umanità. Chi termina una condanna a lavori socialmente utili, invece, si porta dentro un’esperienza educativa. Che lo cambia. Per sempre. Tutti possiamo sbagliare. Lo Stato ha il dovere di punire. Ma nel modo corretto. Perché tutti abbiamo il diritto di tornare a vivere.
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