Il Belpaese va alla guerra

Di Tempi
07 Aprile 1999
La settimana

Il fronte del Parlamento:
martedì 23 marzo Poche ore all’attacco. Massimo D’Alema (presidente del Consi-glio): “L’Italia farà il suo dovere. Io non faccio politica per rimanere a palazzo Chigi, ma per affermare certi valori, certi principi. Poi il Parlamento è sovrano”. Armando Cossutta (presidente dei Comu-nisti italiani, partito di governo): “Decida il Parlamento”.

Il fronte del Parlamento:
mercoledì 24 marzo Primo giorno di guerra. Armando Cossutta: “L’Italia non deve consentire l’impiego di mezzi e forze del Paese in azioni di guerra. Credo che i nostri ministri non potrebbero continuare a rimanere in un governo che si rendesse complice”. Pietro Ingrao (Ds): “Stracciata la Costituzione che ripudia la guerra. E io mi ribello”.

Il fronte del Parlamento:
giovedì 25 marzo Secondo giorno di guerra. Massimo D’Alema: “Le informazioni che abbiamo potuto avere sulla prima azione militare della Nato ci dicono che ha sortito risultati importanti sia perché ha indebolito il potenziale militare della Serbia, sia perché ha indotto, pare, i serbi a sospendere l’offensiva contro le popolazioni civili in Kosovo”. Sandy Berger (consigliere per la sicurezza nazionale Usa): “Le informazioni di D’Alema non sono esatte e il suo punto di vista è sbagliato”. Massimo D’Alema: “Pensiamo che si stia avvicinando il momento in cui restituire alla politica, alla diplomazia, la parola, e vogliamo lavorare perché questo avvenga in modo efficace”. Francesco Cossiga (senatore a vita, ex Udr): “Non siamo disposti a pagare quattro posti di ministri e sottosegretari a prezzo della fedeltà all’Alleanza atlantica”. Armando Cossutta: “La crisi di governo è l’ultimo dei miei problemi”.

Carlo Scognamiglio (ministro della Difesa, ex Udr): “L’Italia potrebbe bombardare. La decisione spetta ai comandi Nato dal momento che i 42 velivoli italiani con i rispettivi equipaggi sono stati messi a disposizione degli alleati”.

Il fronte del Parlamento:
venerdì 26 marzo Terzo giorno di guerra. Massimo D’Alema (in parlamento presentando la mozione con cui il governo si impegna a chiedere la trattativa): “Leali con la Nato, ma lo spazio della politica non è chiuso. Puntiamo a un’azione militare breve, concentrata sull’obiettivo, ma il tavolo negoziale deve rimanere aperto anche in un momento così drammatico. Questa nostra posizione non è uno strappo e non intendiamo venir meno alle nostre responsabilità”. Lamberto Dini (ministro degli Esteri): “Per ora da parte di Milosevic non arriva nessun tipo di indicazione. Nessuno spiraglio, è ancora presto per la trattativa. Sono in pieno svolgimento le operazioni della Nato. E finché sono in atto i bombardamenti non si può parlare di iniziative, non si riesce a intravedere una prospettiva seria”. Francesco Cossiga: “Siamo alle solite: stringiamo alleanze sperando di non essere chiamati ad onorarle. Siamo solo degli affittacamere a ore”. Armando Cossutta: “Rimaniamo contrari all’intervento Nato, ma non ci sono alternative a questo governo”.

Il fronte del Parlamento:
sabato 27 marzo Quarto giorno di guerra. Massimo D’Alema: “La condizione minima perché si possa cominciare a discutere è che le truppe speciali serbe comincino a ritirarsi dal Kosovo e che cessino i massacri”. Armando Cossutta: “I bombardamenti stanno diventando tragici, ormai è questione di giorni, anzi di ore, per arrivare a una conclusione, oppure non si potrà contare sul nostro consenso. Il governo dovrà ottemperare al voto del parlamento”. Franc-esco Cossiga: “È importante aver evitato la crisi, ma presto anche noi potremmo tirare bombe”.

Il fronte del Parlamento:
domenica 28 marzo Quinto giorno di guerra. Armando Cossutta: “Oggi come ieri dico che non possiamo attendere ancora a lungo. Occorre che ci sia un’iniziativa del governo dopo la mozione votata venerdì dal Parlamento. Continuano i bombardamenti e le persecuzioni in Kosovo. Occorre mettere uno stop, altrimenti questa guerra può estendersi e divenire inarrestabile. I miei ministri e sottosegretari hanno le dimissioni in tasca”. Franco Marini (segretario del Ppi): “Siamo di fronte ad una sfida drammatica: è importante che il governo regga, e i popolari lo sosterranno”. Oliviero Diliberto (ministro della Giustizia, Comunisti italiani): “Sappiamo bene che una caduta di D’Alema non risolverebbe il problema del Kosovo e non metterebbe fine ai bombardamenti. Anzi, visto che Berlusconi si è offerto di dare il suo appoggio, la situazione non potrebbe che peggiorare”. Lamberto Dini: “Gli attacchi Nato si intensificheranno fino al raggiungimento degli obiettivi di distruzione della forza militare e della capacità di intervento jugoslava”.

Nel Belpaese, portaerei naturale dalla quale partono gli attacchi contro Belgrado, uomini di governo dichiarano quotidianamente che se “prenderemo parte attiva alla guerra” ritireranno i ministri; il ministro della Difesa dice una cosa, quello della Giustizia una opposta e quello agli Esteri una terza. Anche in politica, specie se si deve far capire al popolo perché bisogna restare o perché sia meglio ritirarsi da una guerra, dovrebbe valere il precetto evangelico: “sì, sì, no, no” . Ma per il Palazzo italiano sembra valere un altro detto: “nì, nì, so, so”.

Difesa delle coste (e degli ombrelloni) Martedì scorso (23 marzo), alla vigilia dei raid Nato, in Puglia era stato attivato il sistema di difesa antiaerea e sulla spiaggia di Torrecintola, a 5 chilometri da Bari, l’esercito aveva installato una postazione missilistica. Immediata la reazione degli albergatori e degli enti locali: “Ma come, proprio in questa zona, non sanno che è nevralgica per il turismo e la nostra economia?”.

Avvertire gli enti locali e l’associazione degli albergatori che gli hotel dell’Adriatico faranno presto il tutto esaurito. Ma, forse, non di turisti dei paesi Nato.

Il compagno SloBossi Anche la Lega si è da subito opposta all’attacco Nato in Serbia. Giovedì 25 Umberto Bossi ha dichiarato: “Non sapevo che ci fossero dei massacri dei serbi nei confronti degli albanesi, c’erano per la pubblicistica americana”. Il capo della Lega ha concluso attaccando il governo: “Guerra-fondai!”.

Durante la crisi curda, in nome della solidarietà tra popoli oppressi, Bossi si era schierato con Ocalan, leader del Pkk, unico partito comunista delle quattro principali organizzazioni indipendentiste curde. In Kosovo il senatur invece non si schiera con gli oppressi indipendentisti bensì con il capobastone comunista Slobodan Milosevic. Anzi, manda perfino una delegazione di militanti a Belgrado come “scudi umani contro l’aggressione dei framassoni”. Perché l’impareggiabile Umberto alla fine sta sempre con l’internazionale rossa?

Scalfaro 1: elogio della patria Martedì 23, commentando le dichiarazioni dei comunisti italiani che minacciavano la crisi di governo in caso di coinvolgimento italiano nella guerra, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro aveva affermato: “Ci sono gli accordi internazionali. Quando un governo ha preso un impegno, se l’ha preso globalmente lo deve anche mantenere”.

Rispettare gli impegni, parola di padre della Patria. E poi dice che uno va dal Papa.

Scalfaro 2: elogio floreale A proposito del presidente serbo Milosevic, Scalfaro ha poi dichiarato, tra la vegetazione di un grande vivaio pistoiese: “Voi andate a infiorare questa Europa che ha ancora voglia di fare guerre. Bisognerebbe che qualcuno gli (a Milosevic ndr) appoggiasse con lentezza un vaso sulla testa, invece di offrire fiori con delicatezza. Sì, bisognerebbe servirsi di una legge di gravità. Per quanto dure possano essere certe teste, un vaso di fiori ben fatto ha sempre possibilità di successo”.

Non fiori dunque, ma vasi di fiori in testa. E poi dice che uno va dal Papa.

Scalfaro 3: elogio dell’intelligenza Ma, pressato dagli eventi e dalle dichiarazioni all’interno della maggioranza, Scalfaro è intervenuto ancora: “Quando si usano le armi viene sospesa l’attività del pensiero, del raziocinio, del dialogo e si muovono i muscoli, che diventano armi sempre più capaci di uccidere, armi che chiamano intelligenti, ma pare che non lo siano”.

Al Presidente è venuta un’idea intelligente. E se andasse dal Papa?

Scalfaro 4: vado via, anzi no! Venerdì 26 il colpo di scena. Sull’onda di una crisi che assumeva connotati sempre più drammatici, Scalfaro dichiarava: “Fatti non prevedibili hanno mutato lo scenario in base al quale mi ero dichiarato disponibile a congedarmi anzitempo e quindi le scadenze torneranno a essere quelle assolutamente normali”.

Il Kosovo, la Nato e l’Italia tremano forse al pensiero che Scalfaro non sia più Presidente della Repubblica? Forse loro no, forse Scalfaro sì. E così poi dice che uno va dal Papa.

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