
Ideale popolare. Perché la politica non sia solo bla bla e difesa dei diritti di Fido
Lo scorso fine settimana sono stato in una città, Benevento, dove società e politica una volta si rispecchiavano come Narciso nell’acqua. Una volta. Ma oggi niente di tutto questo accade più; né a Benevento né, stando agli esiti delle amministrative, nel resto dell’Italia.
Cinta da mura longobarde, Benevento è stata per secoli roccaforte dello Stato Pontificio. Agli inizi dell’anno Mille gli ultimi reggenti di stirpe germanica la consegnarono all’autorità politica del papato. Insomma, fino all’unità d’Italia, sembra sia stata una felice e prospera enclave papalina piantata nel cuore del Regno di Napoli. Enclave non al modo prussiano dell’attuale Kaliningrad (antica Konisberg di Emanuele Kant e attuale bastione della Russia di Putin in territorio polacco-lituano). Ma al modo di una delle città più fedeli al potere statale. E, insieme, il cuore di quel Sannio che umiliò il potere statale in battaglia, aggiogando l’esercito dell’Imperatore alle famose “forche caudine”, incubo che la società romana si tramandò per secoli e che ancora oggi viene narrato nei sussidiari dei nostri bambini.
Oggi il suo centro storico è quasi disabitato, addossato a un teatro romano di oltre duemila posti che si conserva in uno stato migliore del tessuto urbano di epoca moderna. Benevento sa che le ultime sue grandi opere recano la firma dei Renzo Piano del Duce e che tutto ciò che gli rimane di memorabile può tranquillamente prescindere sia dalla politica dei novissimi berluscones dell’ultimo ventennio (come la signora Nunzia di Girolamo), sia dai democristiani della Prima Repubblica. Degli ultimi cinquant’anni, infatti, non restano che macerie e, forse fatta eccezione per le ristrutturazioni e cura delle antichità, deserto di opere civili. Di grande e di civilmente portentoso, pensate, resta solo la memoria di certi grandi santi: san Barbato, l’Ambrogio sannitico, anch’egli eletto a furor di popolo nel settimo secolo e ancora oggi patrono molto ossequiato dai suoi cittadini per l’impegno politico e religioso che egli profuse a fianco dei longobardi nella difesa delle libertà e civiltà romano-cristiana. Ma di questo territorio è anche il medico e santo Giuseppe Moscati. Così come padre Pio è santo locale, nato a Pietralcina, altro comune a un tiro di schioppo da Benevento.
Cosicché è impressionante il contrasto: cos’è oggi, nell’anno 2012, Benevento, se non un modesto e marginale borgo della Campania orientale, a fronte di quella città ricca e fiorente che fu duemila anni orsono, quando l’imperatore Domiziano vi faceva erigere il tempio alla dea egizia Iside e l’imperatore Traiano un arco monumentale che non se ne trova nemmeno a Roma di così ben conservati? Cos’è, oggi, questo retroterra di regione Campania scivolata verso indici di civilizzazione sahariana, quando per secoli è stata un posto in cui i benedettini erigevano chiese, come quella romanica di santa Sofia, di una bellezza sconvolgente (con un chiostro che non ha nulla da invidiare a quello napoletano di santa Chiara) e una capitale del sud dove gesuiti, domenicani, francescani edificavano palazzi, scuole, università, seminari aperti a tutto il popolo?
E poi dici “progresso”. Ma quale progresso c’è stato in una cittadina abitata da gente accogliente e pacifica ma che lo Stato centralista ha abituato a vivere all’ombra dell’impiego pubblico, senza un’impresa industriale, tagliata fuori dalle grandi vie di comunicazione? Ebbene, tutti i beneventani sanno (e nessuno l’ha mai loro perdonato) che i grandi democristiani – prima Sullo, poi De Mita – fecero in modo che investimenti infrastrutturali e insediamenti industriali seguissero i tracciati della clientela politica invece che quelli più logici e naturali. Perciò, è stata soppiantata da Avellino.
Oggi Benevento è, come Napoli, Caserta e quasi la totalità delle città campane, un comune tecnicamente fallito. Pieno di buchi di bilancio (ufficialmente il rosso sarebbe di 20 milioni ma c’è chi pensa che siano almeno il doppio), privo di infrastrutture, ai margini dei grandi circuiti turistici. Un posto dove l’homo novus Silvio Berlusconi aveva suscitato molte speranze e la cui uscita di scena ha ora gravato di ulteriore torpore e rassegnazione la scena cittadina.
Come ci siamo arrivati in questo angolo di antica “longobardia”? Ci siamo arrivati per contatto di un amico medico di Amorosi (altro comune dell’entroterra napoletano), il quale a sua volta era stato sollecitato a invitarci a Benevento da lettori di Tempi che si trovano a cavallo di un’attività politica delusa dal tramonto berlusconiano e, al tempo stesso, non rassegnata al commissariamento tecnico-politico di un mondo in rovina. Gente come un avvocato, un ingegnere, un ex carabiniere, un bancario e un’altra mezza dozzina di quarantenni che non vogliono invecchiare pigramente sotto l’albero di Titiro. Questa cerchia di ex fedelissimi del Pdl hanno sciolto il locale “circolo della libertà” dell’ultimo conquistatore che in mancanza d’altro s’è dato all’animalismo (la signora Michela Vittoria Brambilla) e hanno battezzato con Tempi la nascita dell’associazione “Ideale popolare”. Un bel colpo d’occhio di oltre cento radunati alla prima riunione-conferenza. L’idea è che un’amicizia non grillina e una fede non relativista cristiana si ponga pubblicamente come luogo di una novità (anche civile e politica) possibile. Senza programmi altisonanti. Senza altre strategie. Per adesso. Per adesso è il tempo di un’amicizia e di un filo da tessere, di nuovo, con i longobardi.
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