I testimoni di Enrico Ruggeri tra carillon e techno

Di Carlo Candiani
30 Gennaio 2012
Le canzoni ai testimoni è il titolo dell'ultimo album dell'ex leader dei Decibel. Una raccolta di brani del cantautore milanese reinterpretati, tra gli altri, da Dente, Vanilla Sky, Bugo, Marta sui Tubi, The Fire e L'Aura, che regala al pubblico un'intepretazione da antologia di Quello che le donne non dicono

Il titolo del cd sembrerebbe alludere a un’opera inedita di Enrico Ruggeri, ma già sulla copertina il cantautore milanese, classe 1957, si nasconde dietro un giornale sulle cui pagine si intravedono altri nomi. Le canzoni ai testimoni è infatti un album – tributo alle carriera di “Rouge”, attraverso cover dei titoli più significativi, quelli che lo hanno celebrato tra i più interessanti creatori della “pop music” italica, uno dei pochissimi a scrivere in italiano corretto non dimentico degli studi classici al mitico liceo Berchet di Milano. I “testimoni” responsabili di questo tributo, realizzato non “in memoria” ma con l’artista a cui è dedicato ancora vivo e vegeto, sono quasi tutti rappresentanti emergenti di quell’area dell’underground rock e punk che alla fine degli anni 70 vide la genesi dei Decibel capitanati dal giovane Ruggeri.

Erano i magmatici anni in cui le giovani promesse volevano affrancarsi dalle icone [internal_video style=”height: 268px; width: 333px; float: right; margin-right: 10px; margin-top: 5px;” vid=24389]del cantautorato classico prendendo spunto dalla cultura punk, che i quegli anni attraversava l’Europa da Berlino a Londra: testi semi-impegnati al ritmo della techno. Dopo il debutto in gruppo al festival di Sanremo con Contessa, Ruggeri e il fido chitarrista e co-autore dei brani, Luigi Schiavone, non persero tempo e virarono quasi immediatamente al pop-rock meno alternativo: da solista, Rouge, non disdegnò partecipazioni in serie al festival di Sanremo, vincendone un paio. Si fece apprezzare come autore di successo per Loredana Bertè e Fiorella Mannoia, regalandosi produzioni a ritmo annuale da far invidia ai suoi colleghi più “meditativi”. Un po’ radicale e un po’ cristiano, si è reso protagonista di qualche polemica sull’egemonia culturale escludente della sinistra nel mondo dello spettacolo, registra da anni un saldo positivo di pubblico che lo segue fedelmente nei “live”, anche se negli ultimi tempi è stato risucchiato nella generale crisi di creatività del cantautorato, riciclandosi televisivamente in format alcuni dei quali un pò troppo “trash” rispetto alla nobile figura di musicista.

Ritornando a Le canzoni ai testimoni, il cd rende omaggio alla produzione musicale di Ruggeri, esaltandone il lato techno punk: Si parte con la versione inquietante di Flou (ex Bluvertigo) di Polvere, si continua con la tehno dance di Tenax, fino a Bugo, che recupera i Decibel di Il lavaggio del cervello e ai Vanilla Sky con Punk (prima di te), che Ruggeri dedicò qualche anno fa al suo primo figlio Pico. Ci si scatena con Contessa, depurata dalle atmosfere ska, si ondeggia con il reggae di Eroi solitari, si canta tutti insieme nella “simil-Queen” Mistero. Non mancano le ballate acustiche più intriganti (Quando sogno non ho età e Prima del temporale) e con Pernod ecco il passaggio di consegne all’emergente e un po’ sopravvalutato Dente. Ma su tutte spuntano due gemme: Il mare d’inverno con Boosta, che si dipana in un’atmosfera disperata attraverso il rintocco insistente del basso elettrico, che contribuisce a dare un senso al poetico testo, e soprattutto la presenza di una splendente versione minimalista, con carillon e quartetto d’archi di Quello che le donne non dicono. L’Aura si supera e sorpassa la canonica interpretazione della Mannoia. Ruggeri partecipa quasi imbarazzato, attento a non essere invadente, divertendosi anche nelle versioni più stravolte dai brani originali, in una cerimonia dal sapore dark che diverte anche l’ascoltatore più smaliziato.

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