I ragazzi di Israele vanno alla guerra: «È un destino»

Di Giancarlo Giojelli
01 Novembre 2023
Hanno vent'anni, sanno che la loro vita "normale" è finita. Ora tocca a loro: saranno mandati a nord o nei vicoli di Gaza, dove tutti sono ostaggi
Soldato Israeliano presso il confine con Gaza, 19 ottobre 2023 (Ansa).
Soldato Israeliano presso il confine con Gaza, 19 ottobre 2023 (Ansa)

Molti ragazzi hanno deciso di farsi crescere i baffi: è un segno di forza, della volontà di non cedere alla paura (perché la paura c’è), di apparire più grandi dei loro 19-20 anni.

Molte ragazze annodano i capelli in sottili freccine, un vezzo femminile, un modo di ricordarsi che si è ancora giovani. Sono soldati di leva e riservisti, ai confini di Gaza e del Libano, nelle caserme nei Territori palestinesi, lungo le strade di Gerusalemme Est. Si preparano a sostenere settimana, forse mesi, di battaglia.

Finora i combattimenti sul terreno sono stati condotti dai reparti delle truppe speciali e i bombardamenti dall’aviazione. Ma i ragazzi lo sanno, tra qualche tempo, breve o lungo che sia, toccherà a loro.

«La vita normale è finita»

Sono trecentomila i riservisti chiamati da Israele. Li hanno chiamati poche ore dopo quella mattina del 7 ottobre, quando si stava delineando tutta l’atroce realtà e il numero delle vittime del terrore di Hamas cresceva di minuto in minuto: le telefonate dei kibbutzim assediati e chiusi nei bunker invocavano aiuto e le unità militari schierate lungo il confine, fiduciose, troppo fiduciose nei controlli elettronici posti a sorveglianza dei reticolati, erano già state annientate a sorpresa e non potevano più intervenire.

Non possono dire i loro nomi, i soldati arrivati al fronte da ogni parte del mondo, ma ripetono a tutti le stesse parole: «Abbiamo pianto quel giorno, abbiamo capito che la nostra vita “normale”, fatta di studi e di lavoro, di amicizie e di passeggiate sulle spiagge o di gite nel deserto, di miracolose tecnologie e musica e sport, ecco, tutto era finito», dice un ragazzo di 24 anni di Tel Aviv, considerato una giovane promessa dell’informatica, che ha da poco finito il servizio di leva e si preparava al viaggio che tradizionalmente corona il periodo nell’esercito, che qui dura 3 anni per gli uomini e due per le donne. Un viaggio di mesi in estremo oriente con la sua ragazza. Ora entrambi sono tornati ad indossare la divisa, ad esercitarsi con il fucile automatico. Non sanno dove saranno mandati, a Nord, al confine con il Libano, a Gaza, dove più forte si annuncia lo scontro, dove si aspettano e combattimenti casa per casa, o in Cisgiordania, nei campi profughi a cercare i capi delle fazioni estreme palestinesi, o nello stesso Israele, il cui territorio torna ad essere insicuro, come era al tempo dei kamikaze, della seconda Intifada di vent’anni fa.

Due milioni di ostaggi

«È un destino», dice la ragazza stringendo nervosamente il fucile. «Ho fatto due anni di militare in una unità impegnata nei controlli sulla linea di confine, a ridosso del muro. Quante volte ho sorriso pensando che la guerra potesse finire e quante volte mi sono trovata a controllare ragazzi e ragazze della mia età, vestite come me, che sorridevamo e dicevano: ma dai, non vedi che siamo come te? E tante volte ho abbassato l’arma scherzando. Ma poi ti dicono che poche centinaia di metri più in là, in un campo profughi, ragazzi, bambini, tirano sassi e bottiglie molotov, e devi imbracciare il fucile, lanciare granate assordanti, colpire con il manganello, o il ragazzino che ti vien incontro tranquillo sguaina un coltello e tenta di colpirti, e allora indietreggi, gli urli di fermarsi, ma devi sparare, sperando di non ucciderlo, perché uccidere ti lascia dentro un dolore che non va più via, e muore un pezzo di te. E poi ti dicono quello che è accaduto a Gaza, sai che cinque tue amiche sono state uccise, i terroristi le hanno colpite a sangue freddo. È qualcosa che ti muore dentro: e allora chiunque è un nemico, uno che potrebbe ucciderti allo stesso modo».

L’esercito ha mostrato i filmati integrali dei cadaveri violati dai terroristi. Tra loro ci sono donne, bambini, uomini, anziani che si sperava fossero tra i rapiti.

Margalit, la madre della giovane soldatessa liberata dalle truppe speciali entrate a Gaza, Ori Megidish, poco più di 20 anni, è tra le poche persone in Israele che ha visto tornare qualcuno dall’inferno di Gaza: come è avvenuta la liberazione non viene rivelato per non compromettere altre future azioni a soccorso degli ostaggi, che è una delle priorità di Israele, che rifiuta lo scambio di prigionieri e ha sempre come primo obiettivo la distruzione di Hamas.

Ci sono almeno 220 ostaggi, il numero preciso varia in continuazione. Ma in realtà gli ostaggi sono oltre due milioni, tutti i cittadini di Gaza che non possono sfuggire alle bombe e all’attacco israeliano: tutti sono scudi umani, tutti rischiano ogni ora di essere annientati in una nuvola di luce e calore dalle bombe. E anche tra loro tantissimi giovani, metà della popolazione di Gaza è minorenne.

Tutti si sentono soldati

Così la guerra coinvolge i più giovani, i bambini e i ragazzi palestinesi, i giovani israeliani chiamati alle armi. Molti stanno in queste ore completando l’addestramento, se entreranno a Gaza dovranno fronteggiare situazioni che non si conoscono, nei chilometri e chilometri di tunnel scavati sotto la città. Come i soldati americani in Vietnam che andavano a combattere nelle trincee sotterranee. I filmati che mostrano i tunnel sono quelli diffusi da Hamas, nessuno sa cosa c’è veramente la sotto. «Le squadre che entreranno – dice un soldato – non sanno cosa troveranno, dovranno improvvisare, nessuno può addestrarti ad una guerra così». Non ha paura, o dice di non averne, forse si troverà davanti un coetaneo, anche lui troppo giovane per morire.

La gioia della festa di famiglia per la liberazione di Ori, diffusa sui social, stride con l’angoscia, la paura di tante famiglie: ognuno ha un parente tra quei soldati in servizio o riservisti. E i più anziani devono ora ricordare ai giovani che Israele si è costruito combattendo, una guerra dopo l’altra, per 75 anni: la tanto invocata normalità, la possibilità di vivere in modo normale, senza sirene, bombe, attacchi, è svanita. Tutti si sentono soldati, anche i più anziani che dal Nord si sono rifugiati persino negli alberghi del mar Morto, oasi del turismo internazionale.

La guerra dei bambini

Fino a tre settimane fa il paese era lacerato dalle divisioni politiche, ogni sabato sera un milione di giovani scendeva in piazza contro il governo Netanyahu. Ora molti di quei giovani sono in prima linea. E chi resta a casa si organizza in gruppi di volontariato per portare cibo e assistenza ai militari.

Israele è un paese piccolo, da casa al fronte ci sono al massino due o tre ore di macchina, se non pochi minuti. Un anziano ricorda di quando era carrista nella guerra del Kippur, 50 anni fa esatti, e mentre i tank israeliani e siriani si affrontavano sul Golan, vide arrivare una 500 con a bordo sua madre: portava una teglia di lasagne per tutto il plotone. Quel ricordo lo ha fatto sorridere per molto tempo, allora andò a finire bene, i siriani indietreggiarono e le lasagne furono il pranzo della vittoria.

Ma ora c’è suo figlio in battaglia. Sperava non dovesse accadere mai più. Guarda verso ovest, verso Gaza, dove si alzano nubi nere, le esplosioni: «Li dentro ci sono tanti bambini», dice, e scuote la testa. Entrare a Gaza per verificare cosa sta succedendo è impensabile, i filmati che arrivano mostrano solo macerie e morti. Mentre dai campi profughi sparsi da Jenin a Nablus, da Hebron a Betlemme rimbombano nuove esplosioni. Lo scorso anno la rivolta nei campi era stata chiamata “Intifada dei bambini”. Minorenni che attaccavano i soldati poco più grandi di loro, e spesso venivano uccisi. «Siamo disperati», dicevano, «la nostra morte è la nostra vittoria». Ora quei combattimenti sono guerra aperta. L’orrore si è dilatato oltre ogni misura.

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