
I cinquestelle sono un Sessantotto oltre la scadenza

Articolo tratto dal numero di Tempi di settembre
Riprendiamo dall’enfasi posta sul principio di eguaglianza, richiamato nelle puntate precedenti. Come abbiamo visto il ’68 non ha inventato tale principio, ma lo ha reso culturalmente preminente, con il contributo dell’ideologia comunista, che nella realizzazione dell’eguaglianza ha posto il suo scopo ideale e per molti il suo fascino. Anche esteticamente. Allora si tendeva a vestire uguale, con il cappello dell’operaio sovietico, floscio e con la tesa, il maglione dolcevita o girocollo, l’eskimo e gli anfibi, che servivano anche a menare. L’ideale era la Cina, dove non solo erano tutti vestiti uguali-uguali, ma l’uguaglianza appariva radicale, investendo condizioni di vita, lavoro e reddito, garantiti allo stesso modo dallo Stato, somma autorità morale e sociale, che puniva e impediva le devianze e i privilegi.
Il ’68, soprattutto ai giovani, può sembrare un mondo lontano, come la Cina della Rivoluzione culturale che aveva fatto dell’eguaglianza il principio normativo del comunismo. Anche i pensieri dovevano essere uguali, conformi alla volontà dei capi del partito e del paese. Oggi riteniamo che il nostro mondo libero sia molto distante da questi atteggiamenti e mentalità, ma non è così. Pensiamo a quanto il politicamente corretto determini se non l’opinione comune, la sua espressione in materie decisive dell’esistenza, come la sessualità, il lavoro, la politica. Ci vuole poco a essere qualificati come omofobi, privilegiati, profittatori e corrotti. Pensiamo alle campagne contro le “caste” che occupano i livelli superiori e rappresentativi della nostra società. I partiti populisti che oggi ci governano sono nati all’interno di questo clima, apparentemente e forse anche un po’ come reazione, in realtà per molti aspetti non secondari come estremizzazione.
Prendiamo in considerazione i cinquestelle. Si tratta più che di un partito, di un movimento, nel senso proprio di un moto, di un’onda nella società che potremmo definire un ’68 oltre la scadenza: stessa enfasi sulla eguaglianza, stessa trascuratezza della realtà, stessa ignoranza della storia; per fortuna non stessa violenza, almeno finora. Nella gestione della cosa pubblica, che ora è in buona parte loro, un concetto è sopra tutti: pubblico, che in pratica vuole dire statale, è più morale di privato. Lo Stato garantisce di più l’eguaglianza e quindi la giustizia, che in essa alquanto grossolanamente si risolverebbe.
Guardiamo alle soluzioni ventilate dopo il tragico crollo del ponte Morandi a Genova: statalizzare o comunque aumentare il ruolo dello Stato nella gestione delle autostrade. Questo vale anche per la scuola, in cui per i cinquestelle quella privata non ha posto, per la sanità, dissipata dalle amministrazioni regionali, per l’energia e le altre infrastrutture, troppo pervase da interessi privati, per la redistribuzione del reddito e delle pensioni, per la funzione della magistratura, organo statale per eccellenza chiamato a sorvegliare tutta la vita civile. E così via. La Lega, partner di governo è ritenuta un po’ diversa, ma mica tanto, o almeno non è chiaro fino a dove. Potremmo dire che lo statalismo dei leghisti è legato più che a un principio ideologico, al fatto che sono al governo e comandano; pertanto almeno al 50 per cento lo Stato è diretto da loro.
I grandi giornali rilevano la mancanza di un’opposizione efficace al populismo di cinquestelle e Lega, soprattutto da parte della sinistra, incapace di proporre adeguati programmi alternativi. La ragione a mio avviso è molto semplice ed è che sui principi fondamentali che regolano la convivenza sociale, la sinistra la pensa fondamentalmente come i cinquestelle. Per non perdere popolarità di fatto li insegue, avendoli in alcuni casi preceduti. Da un punto di vista di principio che differenza c’è tra reddito di cittadinanza e bonus di 80 euro o per i diciottenni? Quali sono le differenze sostanziali nell’immagine della società, dei poteri dello Stato e delle articolazioni di questo? Chi ha proposto un referendum per l’abolizione del titolo V della costituzione, ovvero di un elemento fondamentale di sussidiarietà e amministrazione meno centralizzata? Come se lo stato funzionasse meglio delle regioni, dei comuni e dei privati in genere. Come se, appunto, lo stato fosse più morale.
Cosa dice il Premio Nobel
Nel primi anni 2000 fui nominato direttore del Cefass (Centro europeo di formazione per gli affari sociali e sanità) “antenna” milanese dell’Eipa (European institute for public administration). Chiamai a collaborare tra gli altri, Maite Barea, spagnola, espertissima ricercatrice dell’Ocse. Da lei, purtroppo prematuramente scomparsa, ho imparato moltissimo. Insieme nel 2003 pubblicammo un rapporto, edito dall’Eipa – Il welfare in Europa – in cui discutevamo vantaggi, difficoltà e prospettive dei sistemi di protezione sociale (pensioni, sanità, sussidi vari per invalidità, disoccupazione, famiglia, etc) nell’Unione Europea. Citammo in proposito un brano di Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia nel 2001, molto pertinente con la problematica pubblico/privato affrontata più sopra (Stiglitz Je, The economic role of the State, Basil Blackwell 1989):
«È sufficiente dire che certe deficienze del mercato sono sufficientemente importanti da giustificare l’intervento dello Stato. Il fatto che tale intervento sia imperfetto, dimostrando certamente incompetenze e sprechi, dovrà ricordarci l’importanza dell’imperfezione umana. Gli errori umani esistono tanto nel settore privato, quanto in quello pubblico, con una differenza: gli errori del settore pubblico sono pagati da tutti, mentre quelli del settore privato solo da alcuni (azionisti, dipendenti, amministratori)… Questa differenza porta ad una conseguenza: il settore privato ha una maggiore motivazione che non il pubblico a evitare gli errori. (…) Io so di difendere una posizione eclettica. Le posizioni dottrinali, le quali assicurano che gli interventi governativi favoriscono, in ogni occasione e circostanza, un minor benessere, che i governi sono intrinsecamente inefficienti e che la ridistribuzione delle risorse non produce altro che gruppi di pressione a proprio vantaggio, sono tanto false quanto inutili. I governi debbono intervenire quando il mercato non è capace di risolvere i bisogni sociali e il ruolo degli economisti è quello di indicare quando e come l’intervento possa avvenire nel migliore dei modi. Allo stesso modo le posizioni dottrinali della sinistra, che esigono un più esteso intervento governativo e che idealizzano il Governo concedendogli caratteristiche antropomorfiche, come si trattasse di un unico individuo (un despota illuminato) i cui errori sono sempre causati da ragioni al di fuori di lui (da altri individui per esempio), senza riconoscere i suoi limiti, sono altrettanto inutili».
Stiglitz, molto noto in Italia, dove ha ottenuto diverse lauree honoris causa, non è certo un economista di destra. È membro della Pontificia accademia delle Scienze sociali, ha collaborato con l’amministrazione Clinton, ha appoggiato nel 2011 il movimento Occupy Wall Street, si è dissociato dai movimenti euroscettici della destra europea quando questi, in occasione delle elezioni del 2014, hanno citato le sue critiche alla moneta unica come una delle loro fonti ispiratrici. Nel rapporto sul welfare menzionato commentavamo come molti specialisti di finanza pubblica, sottoscrivendo le affermazioni di Stiglitz, suggerivano che i governi stessero attenti a non eliminare la concorrenza, a non favorire la comparsa di monopoli naturali e a suscitare, nella misura del possibile, la competizione tra settore pubblico e privato (con e senza scopo di lucro) e all’interno dello stesso settore pubblico… a decentralizzare quanto possibile le funzioni economiche. Tutte preoccupazioni e consigli estremamente attuali!
Un passo avanti e due indietro
La questione dell’efficienza della nostra pubblica amministrazione è grave. La sua attenzione e il suo impegno non possono limitarsi alla sorveglianza della correttezza delle procedure, a prescindere dai risultati. La lunghezza insopportabile della realizzazione della iniziativa pubblica e i numerosi episodi di corruzione, debbono indurre a una revisione sistemica e metodologica oltre che al richiamo alla moralità, che appaiono tanto roboanti, quanto privi di esito. Similmente inutile appare l’Autorità anticorruzione – che cosa aggiunge alle leggi? – e la ipertrofica produzione legislativa che alla fine sembra solo aumentare il numero dei reati possibili. Lo Stato, come l’individuo, non riesce a essere morale se lo scopo e il metodo della sua azione non sono chiari così che possa essere esercitata una decisa tensione verso di essi. Inoltre i costi della pubblica amministrazione appaiono spesso esagerati e insostenibili.
Il privato si dimostra assai meno oneroso, seppur gravato da tendenze a favorire il profitto piuttosto che la responsabilità civile. E allora bisogna mescolare le due cose – Stato e privato – assegnando al primo funzioni di controllo e al secondo di gestione, con la necessaria libertà. Già nel rapporto Eipa citato si sottolineava lo sforzo delle pubbliche amministrazioni degli Stati europei di andare verso una logica di impresa, in cui la regolamentazione sia chiaramente distinta dalle logiche della produzione. Nel nostro paese purtroppo il processo sembra essere caratterizzato da un passo avanti e uno o addirittura due indietro, pieno di diffidenze, esitazioni e obiezioni. Queste in notevole parte provengono dalle categorie sociali che sono più abituate a godere dei benefici della previdenza pubblica, come dimostra il trionfo dei cinquestelle alle ultime elezioni. Lo Stato per loro non solo è più morale, è più sicuro.
Lo Stato può e deve fare solo dove i cittadini non assumano essi stessi l’iniziativa. Una tale iniziativa va incentivata come risorsa per tutta la società, che deve in certo qual modo imparare di nuovo a proteggersi da sola come faceva in passato. La preoccupazione del benessere sociale (scuole, assistenza, infrastrutture) è cominciata prima della nascita dello Stato, come impresa di singoli e di gruppi variamente associati. È della ricchezza di questa imprenditoria, spesso di lunga tradizione, che noi tuttora godiamo e in essa possiamo sperare a fronte della riduzione delle risorse pubbliche. Non ci sono paradisi dietro l’angolo e anzi il futuro si oscura.
Nel nostro paese ancora sessantottino c’è bisogno di libertà e di responsabilità; di una collaborazione, o come si dice più tecnicamente, di un partenariato sociale che fonda le caratteristiche di garanzia del pubblico con l’efficienza del privato. Non c’è nessuna prospettiva e soddisfazione a pensare scetticamente che se il privato ruba, il pubblico spreca: non sono opzioni. La speranza sta nel tenere insieme tutti i fattori, promuovendo la creatività.
Foto Ansa
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