Hong Kong. Jimmy Lai rischia l’ergastolo e potrebbe scontarlo in Cina

Di Leone Grotti
12 Dicembre 2020
Il magnate dell'editoria di 73 anni, campione della lotta per la democrazia a Hong Kong, è stato accusato di collusione con forze straniere per le sue interviste rilasciate all'estero
jimmy lai hong kong

Il magnate dell’editoria Jimmy Lai, campione della lotta per la democrazia a Hong Kong, è stato incriminato in base alla legge sulla sicurezza nazionale. Il tycoon di 73 anni, che si trova attualmente in stato di carcerazione preventiva, rischia una pena che va dai tre anni fino all’ergastolo da scontare anche nella Cina continentale. L’accusa è di collusione con le forze straniere. Secondo quanto riportato da NowTv, alla base dell’accusa ci sono le interviste rilasciate a media stranieri dall’editore del principale giornale pro democrazia della città, Apple Daily. Lai era stato arrestato in estate e portato via in manette davanti a fotografi e telecamere. Rilasciato su cauzione, non era stato incriminato fino a ieri.

L’ARRESTO E LA CARCERAZIONE PREVENTIVA

La legge sulla sicurezza nazionale è stata introdotta nell’ordinamento della città a luglio da Pechino con una forzatura costituzionale e ha cambiato completamente il clima sociale e legale di Hong Kong, distruggendo definitivamente il modello “Un paese, due sistemi”, che doveva garantire alla città «ampia autonomia» fino al 2047. La restrizione, fino all’azzeramento, dei diritti civili della popolazione prosegue a tappe forzate ed è sempre più difficile trovare differenze tra Hong Kong e una qualsiasi altra città della Cina continentale.

A inizio mese il magnate dell’editoria è stato arrestato con l’accusa di frode e dovrà rimanere in carcere fino alla prossima udienza del processo, il 16 aprile. Il giudice, Victor So, uno dei magistrati scelti dalla governatrice Carrie Lam per sovrintendere ai processi per violazione della legge sulla sicurezza nazionale, ha deciso di non concedergli la cauzione. Secondo un assistente di Lai, Mark Simon, il fatto che all’accusa di frode sia stata aggiunta la collusione con forze straniere dimostra la «pretestuosità e l’inconsistenza della prima accusa».

LO SCONTRO CON PECHINO

Il governo cinese vuole rovinare Jimmy Lai da decenni e attraverso la nuova legge ha finalmente trovato il modo di farlo. L’imprenditore milionario, nato a Guangzhou nel 1948 ed emigrato a Hong Kong a 12 anni, è inviso al Partito comunista dal 1989, quando denunciò il massacro degli studenti di Piazza Tienanmen con una serie di articoli infuocati. L’anno scorso il tycoon, che attraverso il suo giornale ha sostenuto le imponenti proteste del 2019 contro la legge sull’estradizione, è stato bollato dai media cinesi come uno dei membri della nuova “Banda dei quattro”, cioè come un traditore della patria.

A prescindere dall’entità della pena che gli verrà comminata, all’età di 73 anni Jimmy Lai rischia seriamente di passare il resto della sua vita in carcere. In un’intervista rilasciata a Tempi a ottobre, il gigante della lotta per la democrazia si dimostrava pienamente consapevole della persecuzione di cui è oggetto:

«Ho fondato il più grande gruppo editoriale di Hong Kong, non penso che qualcuno possa dirsi sorpreso se io e le mie pubblicazioni siamo diventati un obiettivo da colpire. Essendo a favore del mercato libero e della libertà, è normale non andare a genio al Partito comunista cinese (Pcc). Io non credo che il Pcc abbia paura di Jimmy Lai, il punto non sono io o chiunque altro. Ma quando ti mostri in disaccordo con il regime comunista non può che nascere un conflitto»

«I MIEI FIGLI NON DEVONO PENSARE CHE SONO UNO STRONZO»

Sulla possibilità di scappare da Hong Kong per evitare le condanne, dichiarava:

«Faccio parte del movimento pandemocratico fin dai suoi albori, o almeno a partire dal 1989. Oggi ho 73 anni e non vedo che senso possa avere per me scappare. Hong Kong è la mia casa, mi ha dato tutto ciò che ho: perché dovrei andarmene da casa mia?».

Infine spiegava così il motivo per cui, al contrario di tanti altri ricchi imprenditori dell’isola, si è sempre rifiutato di chiudere un occhio sui crimini della Cina per fare affari:

«Non voglio che i miei figli pensino che sono uno stronzo! Io ho fatto fortuna a Hong Kong, ma chi sono io per sacrificare i miei concittadini solo per racimolare un po’ di soldi in più? Se lei però pensa che tutte le élite di Hong Kong appoggino il Pcc significa che ha capito poco di questa città. Nelle due marce di giugno, tra i milioni di persone scese in piazza c’erano anche migliaia di membri delle famiglie più ricche della città. E Pechino lo sa bene. Io continuerò a lavorare come prima, fino a quando non mi impediranno di farlo».

@LeoneGrotti

Foto Ansa

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