Hollywood invasa dai marziani

Di Rodolfo Casadei
17 Maggio 2001
Bush e Berlusconi godono cattiva stampa perché i giornalisti – come gli attori e i cantanti – sono in maggioranza di sinistra e considerano extraterrestri tutti quelli che non la pensano come loro. Ma vincono le elezioni perché interpretano interessi e aspirazioni dei ceti produttivi. Intervista a Mike Gonzalez del Wall Street Journal

Mike Gonzalez è il caporedattore dell’edizione europea del Wall Street Journal e l’autore dell’inchiesta pre-elettorale più favorevole alla Casa delle Libertà (insieme a quelle di Le Figaro) fra quelle apparse sulle grandi testate della stampa internazionale. A lui ci siamo rivolti per un commento sull’esito delle elezioni italiane e le prospettive future.
Mr. Gonzalez, le elezioni italiane hanno segnato una vittoria di misura ma chiara della coalizione guidata da Berlusconi. Per lei era un esito previsto o è stata una sorpresa?
Non sono un tipo in grado di prevedere gli avvenimenti, ma mi aspettavo la sua vittoria nonostante gli attacchi isterici dell’ultimo minuto da parte dei suoi avversari. Speravo che non riuscissero nel loro intento, e tuttavia fino all’ultimo momento mi sono domandato se non ci sarebbe stata una rimonta, così come negli Usa gli avversari di Bush avevano sfiorato la vittoria con una rimonta all’ultimo momento, convincendo molti fra gli indecisi con una campagna anti-Bush simile a quella contro Berlusconi.
Il Wall Street Journal è stato uno dei pochi giornali internazionali che non hanno partecipato alla campagna di demonizzazione del leader della Casa delle Libertà. Come si spiega l’unanime ostilità di gran parte della stampa internazionale, soprattutto europea?
Il fatto è che la maggioranza dei giornalisti è politicamente orientata a sinistra. Tutte le indagini demoscopiche lo confermano: che si tratti della Gran Bretagna, della Francia, degli Usa o dell’Italia. I giornalisti appartengono allo stesso mondo dei professionisti dell’intrattenimento, e fondamentalmente sono come camere dell’eco: parlano a se stessi, ascoltano se stessi, non applaudono idee diverse dalle loro. Così ogni volta che sorgono personaggi come Berlusconi, come la Thatcher o Reagan o gente con le loro idee, li guardano come se fossero dei marziani: «devono aver torto – pensano – perché non esprimono nessuna delle idee che circolano nei nostri party». Che sono le idee della gente di Hollywood, dell’industria dello spettacolo.
Pensa che in tutto questo abbia avuto un ruolo Stan Greenberg, il consulente americano di Rutelli per queste elezioni?
Non è facile rispondere. Certamente la campagna elettorale di Rutelli ha presentato alcuni elementi in comune con quella di Al Gore, che era stata curata da Greenberg. Per esempio i suoi attacchi a Berlusconi in cui lo accusa di proporre tagli delle tasse che favoriscono solo i più ricchi sono identici a quelli di Al Gore contro il programma di Bush. Sospetto che dietro questa mossa ci fosse Greenberg. Ma sappiamo anche che a un certo punto Greenberg ha abbandonato improvvisamente la campagna di Rutelli a causa di qualche imprecisato dissenso. Non so se sia vero, non so quale impatto Greenberg abbia avuto sulla campagna di Rutelli, ma è evidente che essa ha avuto vari elementi in comune con quella di Al Gore.
In Italia, ma anche in Europa, sta crescendo una corrente di pensiero e di opinione politica che contrappone il principio di legalità al principio di democrazia, facendola passare come una contrapposizione fra sovranità della legge e sovranità della maggioranza. Costoro dicono: «Anche se la maggioranza degli italiani lo ha votato, Berlusconi è inadatto a governare perché possiamo dimostrare che ha violato la legge». Cosa pensa di questa posizione?
Questo è un aspetto molto importante. I politici di sinistra sono convinti di avere un diritto divino a governare. La classe politica di centro-sinistra al governo in Europa e in America – e Al Gore è un campione di quest’ultima – pensa di sapere come si deve governare e “crede” nel governo. Essi guardano agli esponenti della destra come Berlusconi e Bush come a personaggi che non hanno il diritto alla legittimazione. Quando perdono, ricorrono sempre allo stesso refrain nei riguardi di chi ha vinto: vi manca la legittimità, non avete diritto ad approvare questa o quella legge, perché anche se avete vinto democraticamente, vi manca la legittimità. Nel caso di Berlusconi questo è ancora più chiaro, per il fatto che egli non è mai stato condannato per qualcosa, eppure si contesta la sua legittimità. Io non so se lui sia colpevole o innocente di ciò di cui è accusato, ma non è mai stato condannato con sentenza definitiva. Io credo che questo concetto, il principio di legalità, sarà usato sempre di più dalla sinistra come uno strumento contro i sostenitori dell’economia di mercato.
Anche negli Usa?
Certo, è ciò che è successo nel caso dell’elezione presidenziale di Bush, per cui è dovuta intervenire la Corte Suprema.
Lei in un articolo ha sottolineato che i leader politici che provengono dal mondo imprenditoriale, come è il caso di G.W. Bush, di Vicente Fox il presidente messicano e di Berlusconi, suscitano le medesime reazioni di ostilità in alcuni settori. Potrebbero anche segnare l’inizio di un nuovo stile di governo?
Ayn Rand, nel suo libro Atlas Shrugged, descrive la realtà della gente che paga le tasse e tiene in piedi la società, e di come avvenga che il governo esiga da loro troppe cose. Ad un certo momento essi reagiscono e dicono: «Questo non deve più succedere». Ciò che oggi accade è che molti imprenditori stanno comprendendo l’idiozia di molti programmi della sinistra e dicono: «noi sappiamo come si conduce un’impresa, come si fanno profitti, noi sappiamo come si fanno lavorare le persone, come si danno loro incentivi a risparmiare, ad alzarsi la mattina e andare a lavorare, a condurre una vita morigerata; sappiamo questo, e vogliamo creare un governo che a sua volta crei un ambiente che renda più facile l’accadere di queste cose». Personalmente sono confortato dall’ingresso di imprenditori nel mondo della politica proprio per queste ragioni.
È possibile che un imprenditore anglosassone come Bush vada più d’accordo con un imprenditore latino come Berlusconi che con un neo-laburista anglosassone come Tony Blair? In altre parole, è possibile che in Europa al tradizionale asse preferenziale Washington-Londra si sostituisca in qualche maniera un asse Washington-Roma?
Io credo che le idee siano più importanti del sangue e dell’etnicità, e penso che questa sia anche l’impostazione di Bush. Anche Vicente Fox è un latino, e Bush ha familiarità col Messico e capisce molto bene la situazione di quel paese. Ciò che gli interessa non è l’estrazione etnica del personaggio, ma le sue idee: per questo va d’accordo con Fox. Dunque bisogna vedere che governo formerà Berlusconi: quale ruolo avrà Umberto Bossi, che è un tipo difficile da trattare, e che cosa il nuovo presidente del Consiglio potrà fare contro l’inerzia della burocrazia italiana. Se Berlusconi riuscirà ad attuare il cambiamento che promette, penso che Bush troverà nell’Italia un partner più attraente

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