
«Ho vissuto tre anni da ostaggio». Intervista a Ilaria Capua

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)
«Un virus è una creatura che funziona con meccanismi precisi. Ha un solo scopo: riprodursi propagando, costi quel che costi, il suo genoma. Ha bisogno solo di replicarsi infettando creature animali e vegetali che è capace di portare alla morte. A volte, non si comporta esattamente così, ma anche gli “errori” sono prevedibili perché i virus rispondono ad alcune determinate regole». Ilaria Capua conosce bene i virus, al loro studio ha dedicato la vita ed è internazionalmente conosciuta come una delle maggiori esperte del campo.
C’è un virus che ha intaccato la sua vita che lei ha ammesso di non conoscere. È il virus del circo mediatico-giudiziario che l’ha messa alla gogna e ora fatica persino a chiederle scusa.
Mi ha travolto uno tsunami. Sì, è un virus che non rispetta nessuna regola. Sono entrata in un mondo sconosciuto e senza luce, una notte dove è sempre buio pesto. Non ci sono riferimenti, punti cui appoggiarsi.
Nel suo libro Io, trafficante di virus scrive di non voler essere considerata una «vittima della giustizia». Perché?
Perché non lo sono. Alla fine un giudice coraggioso ha letto le carte e ne sono uscita. Non sono una vittima, io sono stata un ostaggio della giustizia per un periodo troppo lungo. Io non parlo di malagiustizia, ma di «amara giustizia» perché è l’amarezza il sentimento che provo, sebbene la vicenda si sia chiusa favorevolmente. Ma io, intanto, mi sono bruciata tre anni di vita. Avrei potuto viverli in maniera diversa, servire il mio paese, così come era mia intenzione fare quando sono approdata in parlamento.
In un’intervista al Foglio lei ha detto che, all’apice dello sconforto, ha persino pensato di «prendere la pistola». L’ha pensato realmente o era un’iperbole?
Ora tutti mi chiedono come ho potuto, durante tutto questo periodo, essere così forte da tenere la barra dritta. Questo dipende dal mio carattere e, fatto non secondario, dall’aver potuto disporre di risorse economiche, ma se quel che è successo a me capitasse a persone più fragili? Potrebbero crollare, potrebbero prendere in mano la pistola e compiere gesti irrimediabili. Io ho resistito, ma non tutti ci riescono.
All’uscita della copertina dell’Espresso, la grillina Silvia Chimienti scrisse sul web che lei avrebbe dovuto «dimettersi immediatamente». Le ha poi chiesto scusa?
Sì, quando sono stata prosciolta mi ha telefonato.
Per scusarsi?
Mi ha detto che quella richiesta di dimissioni apparsa sul suo blog o su Facebook, non ricordo, non l’aveva scritta lei. Tutto può essere, ma su internet quelle parole sono rimaste due anni e mezzo e poi sono state cancellate. Nel frattempo i suoi compagni di partito mi hanno ripetutamente attaccata.
Il 28 settembre 2016 lei ha presentato le dimissioni alla Camera, che sono state subito accettate.
Sì e mi è spiaciuto, ma non perché volessi mantenere il posto. Vede, è prassi presentare le dimissioni e che esse, in prima battuta, siano respinte. È un modo che i parlamentari utilizzano per mostrare la propria vicinanza al collega dimissionario. Io, poi, le avrei immediatamente ripresentate perché era palese la mia intenzione di andarmene, rinunciando a ogni privilegio. Avevo già un lavoro negli Stati Uniti. Non accettarle in prima istanza sarebbe stato un modo per riconoscere che nei miei confronti c’era stata una persecuzione.
Invece le hanno accettate subito.
Dal M5S me lo aspettavo. Ma da molti colleghi di Ncd e del Pd, e persino da molti di Scelta civica, ecco, no, non me lo aspettavo.
In parlamento di garantisti non ce ne sono.
No, quelli di Forza Italia lo sono davvero. In generale devo dire che alcuni mi hanno mostrato personalmente la loro solidarietà e amicizia, ma in generale sono stati tutti silenti. In questi anni non si è alzato nessuno per denunciare lo scandalo con cui ero trattata.
Per i giornali lei era la trafficante di virus.
Un giornalista dovrebbe raccontare, non giudicare. Dovrebbe informarsi, non pubblicare carte di cui non comprende il contenuto. Dovrebbe pensarci due volte prima di dipingere qualcuno come un mostro.
Ha querelato l’Espresso?
Sì, il giornale e il giornalista che ha scritto l’articolo. E li ho citati anche in sede civile. Lei sa che fine ha fatto la mia querela? Dopo tre anni io non ne so più nulla.
Domanda scontata: tornerà in Italia?
Intanto ho scritto il libro. L’ho fatto per mia figlia perché, quando avrà l’età, capirà meglio quanto ci è capitato. E poi l’ho fatto come testimonianza per dare voce a quanti come me si sono ritrovati in mezzo a questo incubo. Tornerò? Mai dire mai, ma ora, dopo tutto questo tempo in cui ho perso il sonno e l’equilibrio, devo ritrovare la giusta serenità.
Foto Ansa
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