Ho un debito verso Luigi Negri, perché non mi ha mai lasciato tranquillo

Di Roberto Colombo
04 Gennaio 2022
Era capace, con la sua esuberante e affascinante irruenza, di riportarmi sempre alla sorgente della grande questione della vita: riconoscere "Cristo destino dell’uomo"
Luigi Negri sul palco del Meeting di Rimini
Monsignor Luigi Negri (26 novembre 1941 - 31 dicembre 2021)

Certi debiti si sciolgono solo nell’eternità. Il tempo li genera, ma non li ripaga. Il mio con monsignor Luigi Negri è uno di questi: pesare ciò che devo a lui come uomo, come credente e come prete non è affare di questo mondo. Posso solo versare una piccola caparra, che lo farebbe sorridere e dire, come una volta: «Non sei peggio di tanti altri per merito mio, ma per Chi ti ha preso per i capelli e non ti hai mai mollato un istante. Cosa vuoi da me? Io non lo avrei fatto se non fosse per Cristo».

Nei momenti lievi e in quelli più drammatici della mia vita non mi ha mai lasciato tranquillo, a crogiolarmi nella gioia o nel dolore, ma aveva la capacità di riportarmi sempre all’origine, alla sorgente, al fondamento della grande questione della vita: riconoscere Cristo destino dell’uomo, come recita il titolo di uno dei suoi scritti più letti.

Un amore a quella Presenza possente che dominava tutta la sua vita e da cui scaturiva la sua esuberante e affascinante irruenza, che neppure il ministero e l’abito episcopale e il venir meno delle forze fisiche negli ultimi tempi sono stati capaci di contenere, smorzare. Il temperamento che Dio gli ha dato è rimasto identico: nell’arcivescovo Negri come in don Negri e nello studente Luigi che ogni mattina saliva i tre gradini del Liceo Berchet o attraversava l’ingresso della Cattolica in largo Gemelli.

L’ho conosciuto per la prima volta quando lui era seminarista a Venegono e io maturando del Liceo arcivescovile di Tradate. Mi ha fatto incontrare don Luigi Giussani, il grande educatore alla fede che mi ha strappato dal fascino del movimento studentesco sessantottino per ricondurmi alla bellezza e alla verità di Cristo che avevo abbandonate uscendo dalla scuola cattolica per entrare in università. E, quindici anni dopo, mi ha accompagnato, in una amicizia e libertà che mai avevo vissuto prima, a varcare il portone dello stesso seminario di Milano in cui lui e don Negri erano diventati preti.

L’accento originale, geniale e capace di incontrare e sfidare la persona sull’essenziale del vivere – più tra i non credenti che in taluni circoli cattolici – monsignor Negri lo ha espresso nel suo impegno culturale, a tutto campo e non solo nelle discipline che coltivava in università: la filosofia, la teologia e la storia della Chiesa. Aveva preso a cuore, con una passione persuasiva e travolgente, l’esortazione di san Giovanni Paolo II: «Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» (1982). Una frase che don Luigi ha ripetuto innumerevoli volte nel suo incessante attraversare la penisola per incontrare – senza risparmiarsi nella fatica – realtà umane piccole e grandi, cattoliche e “laiche”, dove lo attendevano per ascoltarlo e dialogare con lui amici di sempre e volti nuovi, giovani e adulti, studenti, lavoratori e professori, preti e vescovi. Un’affermazione che è stata il manifesto della sua instancabile opera di educatore, di docente, di sacerdote e di vescovo.

I suoi giudizi culturali, ecclesiali e politici potevano non essere sempre condivisi da tutti, anche tra i tanti amici che lo hanno accompagnato e si sono fatti accompagnare da lui. Ma la robustezza delle argomentazioni e la nettezza delle espressioni – che non tradivano mai l’affezione a Cristo e il bene della Chiesa e del popolo – evocavano in tutti domande potenti e incensurabili, capaci di allargare l’orizzonte della ragione fino a lambire il Mistero e la sua rivelazione nell’avvenimento di Dio fatto uomo, ancor prima che suscitare risposte accolte o rimesse in gioco.

Una volta mi disse che non era d’accorto con quanto avevo scritto su un quotidiano, sottolineando che «era la prima volta» che ciò accadeva. Ma compresi subito che si distaccava, ruvidamente ma paternamente, dal mio pensiero per abbracciare ancora di più la mia persona, la mia vocazione al servizio della Chiesa, il mio destino. Perché io non fossi attaccato all’idea che avevo espresso più di quanto amassi la verità di me stesso e del mondo che nasce dalla carne e dal sangue di Cristo. Non mi sono sentito giudicato, ma voluto bene.

La gratitudine non estingue un debito di bene: impedisce che ce ne dimentichiamo. L’amore è ripagato solo nella gloria di Dio. Il centuplo quaggiù monsignor Negri lo ha vissuto e ci ha aiutati a domandarlo e a viverlo. Adesso a lui spetta l’eternità, il compimento del suo e nostro destino, nelle braccia di Cristo. È nel Natale senza fine. A noi serve ancora un po’ di Avvento, di pazienza di Cristo.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.