
Happy birthday Sax. Lo strumento maledetto del jazz compie 166 anni
Centosessantasei anni fa un artigiano belga, esule in quel di Parigi, brevettò uno strumento molto particolare. Un’ottone con pistoni in metallo, conoidale, ma con l’imboccatura del clarinetto e dell’oboe. Fino a quel momento, i corni e le trombe non avevano un bocchino, ma un foro. Bisognava vibrare le labbra per creare le onde sonore, non bastava soffiare. La rivoluzione di Adolphe Sax permise invece l’evoluzione musicale che tutto il Novecento conosce. Nacque il sassofono. E, fin da subito, fu un successo.
In particolare, i primi ad usare l’innovativo strumento furono le bande militari. Il sassofono permetteva una forza propulsiva eccezionale, unita a una discreta estensione sonora – sopranino, soprano, tenore, baritono, basso, contrabbasso. Inoltre, l’acquisto dello strumento da parte di un plotone garantiva introiti elevati e cifre da capogiro. Adolphe Sax, figlio di liutai e dotato d’esperto orecchio musicale, aveva fiuto per gli affari. Tanto che si fece molti nemici, che in ogni modo cercarono di mettergli i bastoni fra le ruote. Bruciarono la sua bottega, distrussero i suoi strumenti, lo ostracizzarono dalle associazioni. Tanto che tutti si dimenticarono di Sax, che morì in miseria. Negli ultimi anni, vittima d’un tumore al labbro superiore, fumava delle particolari erbe indiane per alleviare il dolore e che lo resero dipendente.
Ma il sassofono continuò a suonare. Prima, alla Scuola di Parigi, poi al Conservatorio di Bologna perché lo volle Gioacchino Rossini, che lo impiegò nelle sue opere. Poiché, tuttavia rimase per cinquant’anni uno strumento di secondo piano, a utilizzarlo maggiormente furono i musicisti di colore, ai quali erano preclusi gli strumenti solisti. Quando si scoprirono le sue grandi potenzialità e la sua capacità di reggere da solo la scena, a quel punto furono proprio i “neri” a imporsi come i migliori sassofonisti. L’unione di blues e orchestre di ottoni favorì la nascita di due grandi musicisti come John Coltrane e Charlie Parker.
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Fu proprio in quegli anni che la storia del sassofono s’incrociò di nuovo con quella della droga. Ai tempi della “beat generation” si pensava che l’eroina garantisse l’intuizione artistica, un timbro pieno, una valvola di sfogo mentale. E di questo Charlie Parker ne morì. Fu più fortunato Coltrane, che incontrò la fede protestante e si dedicò a pratiche di meditazione orientale. Charlie “Bird” Parker Jr., invece, finì i suoi giorni davanti alla televisione di Pannonica de Koenigswarter, strafatto di droga. Il coroner che esaminò il suo cadavere scrisse sul referto che Charlie Parker aveva cinquant’anni. Ma era appena trentenne. L’eroina l’aveva invecchiato di quasi vent’anni. Ma, di questo, non si può incolpare un sassofono.
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