
Hamas è ancora forte. «Non ci sono le basi per una soluzione pacifica»

La fase uno è terminata nel peggiore dei modi. Gli israeliani sono sotto choc: tutti inorriditi e molto divisi.
I palestinesi sono schiacciati: gli uomini di Hamas si sono scatenati in un’opera di assurda propaganda, umiliando gli ebrei catturati il 7 ottobre prima di consegnarli alla Croce rossa (Croce rossa che mai li ha potuti visitare e che ora viene accusata da Israele di colpevole indifferenza, di falsa e ipocrita neutralità). Hamas ha distribuito volantini in cui ha invitato i gazawi ad assistere allo show di Khan Younis durante il quale ha promesso di continuare la guerra «inseguendo i nemici ovunque» e minacciando gli ebrei e chiunque li sostenga.
Difficile dire quanti palestinesi siano disposti a seguire l’appello di morte dei fondamentalisti: Hamas controlla ogni voce. E, nonostante i bombardamenti, la sua presenza è ancora forte sul terreno, radicata tra le macerie. Questa è una realtà: le bombe hanno azzerato la sua leadership, causato decine di migliaia di morti civili, anche tra i bambini, ma questo non ha risolto nulla: la leadership di Hamas si è ricostruita e la sua voce è ancora la più forte. È stata nutrita e non cancellata dalle bombe israeliane: è l’odio a prevalere su ogni ragione, anche la più elementare, che dovrebbe spingere verso una trattativa. Niente da fare: la propaganda si nutre del sacrificio dei “martiri”.
I due stati e la riviera
Pochissimi ormai credono nella solidarietà dei “fratelli arabi”, che si sono riuniti per cercare una soluzione alternativa alla “deportazione” da Gaza dei palestinesi proposta dal presidente statunitense Donald Trump. Addirittura gli estremisti sionisti al governo con Benjamin Netanyahu vorrebbero fare qualcosa di analogo in Cisgiordania. Così, tramonta di fatto il progetto di “due Stati per due popoli”: Trump delinea uno Stato per un popolo e un territorio “controllato” per l’altro. Trump sogna una “riviera” per il Medio Oriente forse senza sapere che la “riviera”(che sia Rimini o Miami) è per i fondamentalisti il simbolo di tutta la decadenza del mondo occidentale.
Hamas si appella alla Lega araba, mentre a Riad si è riunito il summit del consiglio per la cooperazione nel Golfo convocato dal principe saudita Mohammed Bin Salman per chiedere aiuto e sostegno ai “fratelli egiziani” che hanno delineato un piano in varie fasi, che dovrebbe durare cinque anni. Qui è il punto: Hamas vuole far ancora parte di questo piano, ma per Israele tutto ciò è inaccettabile. Hamas delenda est, dicono in Israele utilizzando il motto latino.

Gli imam e Abu Fadi
Lo spettacolo degli ostaggi ha inorridito anche leader religiosi musulmani come il gran mufti di Dubai, Ahmed Al Haddad, e il gran mufti saudita, Abdul Aziz El Sheik, che hanno definito lo show di Hamas «una vergogna per l’islam» e un atto di «blasfemia». Parole, va detto, bellamente ignorate in Occidente.
Anche la Giordania ha annunciato un suo piano che dovrebbe essere discusso in Egitto in una seconda e più ampia conferenza il 4 marzo. Ma anche questo progetto non prescinde da una leadership palestinese. Sottotraccia, si è fatto il nome di Mohammed Dahlan, detto Abu Fadi, leader di Fatah a Gaza, l’uomo di Arafat sconfitto e cacciato da Hamas nel 2007 e ora rifugiato negli Emirati perché accusato dalla leadership palestinese di aver avvelenato lo stesso Arafat per prenderne il posto. Forse Israele potrebbe accettare di trattare con lui, ma a non volerlo sono i palestinesi.
Nessuna fase due
Yigal Carmon, presidente del Memri, il Middle Est media research, monitora tutte le comunicazioni da e all’interno del mondo arabo e negli altri paesi dell’area islamica orientale, dalla Turchia all’Iran al Pakistan. Un mondo in fermento che Carmon conosce bene: per 40 anni è stato a capo dell’antiterrorismo e consigliere per la sicurezza di diversi premier israeliani, ha lavorato a fianco di Yitzhak Rabin e Yitzhak Shamir, sionisti tenaci, che conoscevano il tempo di combattere e il tempo di trattare. Carmon ha avvertito tra i primi il sorgere del fondamentalismo islamico e non ha mai smesso di far notare che tutto quello che è accaduto negli ultimi vent’anni è stato sempre annunciato da Hamas e quasi sempre non creduto dai governi israeliani e dal mondo occidentale, convinto che si trattasse solo di propaganda. Come ora, che Hamas continua a minacciare massacri e nelle piazze di mezzo mondo viene esaltata come la leadership della “resistenza” anti sionista e anti americana.
Ora più che mai Carmon è convinto che il modo migliore per costruire una prospettiva di pace sia, prima di tutto, ascoltare e prendere sul serio quello che viene comunicato sui canali ufficiali e non ufficiali del mondo musulmano, e sui social. Senza farsi illusioni. E quello che ne deduce non lascia spazio a prospettive di pace, almeno non ora e non nei modi che vengono prospettati.
«Le possibilità di creare un positivo assetto che ci porti fuori dalla guerra sono semplicemente inesistenti, o, se ci sono, davvero esigue», dice Carmon a Tempi. «Ci sono diversi aspetti del conflitto. Tutto è contro il piano proposto e le possibilità di una fase due della tregua, non ci sono le basi per una soluzione pacifica. C’è un conflitto all’interno del mondo arabo che dura da sempre e ha convinto molti a posporre per anni la questione: c’è l’Olp divisa, ci sono diversi e contrastanti piani arabi su come organizzare Gaza dopo la guerra e, naturalmente, c’è anche l’intenzione di Israele di sradicare Hamas. Non vedo come sia possibile cucinare insieme tutti questi ingredienti per ricavarne qualcosa di commestibile: è sostanzialmente impossibile. Voglio aggiungere che non c’è modo che i paesi arabi prendano una decisione a favore dei palestinesi anche se fingono di farlo in questa conferenza».
Oded, che era un pacifista
Le voci che sovrastano il Medio Oriente sono voci di disperazione e di guerra. È un quadro desolante dove la “speranza contro ogni speranza” invocata dopo il 7 ottobre dai patriarchi cristiani è solo affidata alla preghiera di chi non ha più voce. Soffocata dalle urla di orrore per la sorte riservata ai fratellini Bibas e lo spettacolo macabro dei rilascio degli ostaggi. Seppellita dalle macerie di Gaza e dei campi del West bank.
Tredici mesi di guerra e due di debole tregua si esauriscono nell’orrore, nella rabbia, nella paura. Sui giornali israeliani di sinistra come Haaretz si invoca ancora la soluzione a due Stati e si spera in un accordo con i paesi arabi, in un’estensione dei patti di Abramo, si invita Netanyahu a trattare e c’è chi invoca la difesa dei diritti umani dei palestinesi. La replica, non solo da parte degli estremisti ebrei, viene dalla sorte di uno degli ostaggi restituito in una bara, Oded Lifshitz, 84 anni, ex giornalista che denunciò le responsabilità israeliane nei massacri in Libano, che dal kibbutz di Nir Oz dove è stato rapito andava a Gaza per accompagnare i palestinesi malati a curarsi negli ospedali israeliani. «Come è possibile? Amava la pace, costruiva la pace», dicono i parenti e la moglie Yocheved, anche lei rapita il 7 ottobre. «Abbiamo sperato e pregato. Ora piangiamo il marito, il padre il nonno e il bisnonno che voleva insegnarci a vivere in pace. La nostra ricostruzione familiare inizia ora davanti al suo corpo e non finirà fin quando non sarà liberato l’ultimo ostaggio».

Portali a casa ora
A Doha la trattativa con la mediazione egiziana non è chiusa, ma non si vedono i margini di accordo. Non si vedono nelle file degli sfollati che percorrono le strade devastate della Striscia, cercando ciò che è rimasto delle loro case. Non si vedono nei volti degli israeliani che ascoltano inorriditi il portavoce dell’esercito, Herzi Halevi, raccontare in tv i risultati della autopsia sui cadaveri dei fratellini Bibas. Non uccisi dai bombardamenti un mese dopo essere stati presi in ostaggio, come diceva Hamas, ma strangolati a mani nude dai carcerieri.
Il trauma si moltiplica: Netanyahu giura vendetta. Ferma il rilascio dell’ultima trance di prigionieri palestinesi condannati o accusati di terrorismo – ne ha già liberati più di mille e tra questi decine condannati a più ergastoli per terrorismo e stragi – che sono tornati a Gaza promettendo di continuare a combattere. Una storia che si è ripetuta molte volte in questi anni. Il premier israeliano risponde così a quanti lo accusano di non aver saputo proteggere il suo popolo e gli chiede ancora #bringthemhomenow, portali a casa tutti ora. Non sono ancora tornati, e quelli che sono tornati pesano come macigni sulla coscienza di Israele. La fase due potrebbe coincidere con la fine del cessate il fuoco.
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