Haider, ovvero il narcisismo

Di Rodolfo Casadei
15 Marzo 2000
"Non arringherò le folle ad "Haiderplatz"". Alain Finkielkraut, intellettuale francese ebreo studioso di Charles Peguy, condivide lo scandalo per l'ascesa al governo del leader austriaco, ma non sopporta "la farsa dell'antinazismo": "Hitler faceva paura, con Haider giochiamo a farci paura". Difende il diritto di ingerenza democratica, ma denuncia l'ipocrisia: Haider è un sintomo del malessere per il deficit democratico dell'Unione Europea

Monsieur Finkielkraut, le faccio la stessa domanda che un mese fa abbiamo rivolto a François Fejtö: bisogna avere paura di Haider oppure si tratta soltanto di una strumentalizzazione da parte della sinistra che governa la maggior parte dei paesi europei? Non mi riconosco in nessuno dei due termini di questa alternativa. Penso in effetti che onestamente non si può avere paura di Haider, ma penso anche che era impossibile assistere senza reagire all’ingresso dell’Fpö nel governo austriaco. Haider non ha mai fatto mistero delle sue nostalgie: proviene da una famiglia nazional-socialista e quando è stato eletto alla testa dell’Fpö la sua elezione è stata acclamata al grido di Sieg heil da tutta la sala. E’ sufficiente questo a creare lo scandalo e a suscitare l’indignazione, ma quelli che oggi parlano di un’ascesa del fascismo, quelli che organizzano delle manifestazioni bardate di riferimenti agli anni Trenta, si raccontano delle favole, mentono a se stessi. La principale differenza fra Hitler e Haider è che Hitler faceva paura, mentre con Haider giochiamo a farci paura; Hitler era pericoloso, Haider non lo è più. Di fronte a tutte queste manifestazioni, a tutte queste proposte di boicottaggio, a tutte queste mobilitazioni di intellettuali, sono irresistibilmente portato a pensare a quella legge della ripetizione storica formulata da Marx all’inizio del suo “18 Brumaio” a proposito di Luigi Napoleone: tutti gli avvenimenti storici e tutti i personaggi storici si ripetono due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa. Noi stiamo vivendo un po’ la farsa dell’antinazismo. E forse c’è, come dice lei, una strumentalizzazione politica da parte di un’Europa in cerca di consistenza politica e da parte di una sinistra in cerca del nemico, ma d’altra parte avrei provato delusione se la sinistra avesse detto “Bene, gli austriaci hanno scelto democraticamente i loro leader, noi non abbiamo niente da dire”. Nemmeno questo sarebbe stato ammissibile. Ecco perché non posso rispondere alla sua domanda scegliendo uno dei due termini che mi propone.

Allora la formulerò in altro modo: l’ingerenza europea negli affari interni austriaci è stata molto forte. Seconde lei, è benvenuta o malaugurata? No, è piuttosto inevitabile. L’Europa di oggi si è costruita a partire dal 1945; i suoi traumi natali sono il fascismo, il nazismo e la seconda guerra mondiale. Immaginate che in Francia Le Pen fosse arrivato al potere: la crisi in Europa sarebbe stata immediata e molto più grave, perché la Francia è un membro fondatore dell’Unione Europea, mentre l’Austria è un pezzo aggiunto. L’Europa non avrebbe potuto accettare questa situazione senza reagire e in Francia gli antilepenisti sarebbero stati contenti di avere questo rinforzo. La democrazia moderna non funziona allo stesso modo della democrazia antica. Nelle democrazie antiche si era cittadini in quanto membri di una nazione, di una casta, nella democrazia moderna il diritto di cittadinanza deriva dall’umanità, infatti si parla di diritto dell’uomo e del cittadino. La democrazia moderna è fondata sull’idea di universalità umana; è una democrazia che non è semplicemente un tipo di governo, che non è semplicemente la legge della maggioranza, è una certa idea dell’umanità che prende la forma democratica. Nel momento in cui questa idea di umanità è negata, a parole o attraverso atti, all’interno di un paese democratico e con l’approvazione della sua popolazione, la democrazia in quanto tale è insultata. E’ per questo che l’ingerenza è inevitabile. Ma evidentemente, una volta fatta tale constatazione, bisogna comunque praticare questa ingerenza con un minimo di tatto, senza compiacenza. Bisogna farlo con vigilanza ed evitare la compiacenza. Ora, ho l’impressione che oggi l’antifascismo sia spesso un pretesto, soprattutto per le generazioni che, come la mia, non hanno vissuto i grandi avvenimenti del secolo, un pretesto per guardarsi nello specchio, per ammirarsi, per convincersi che si è dei buoni e dei coraggiosi resistenti. Ed è proprio questo che è fastidioso e talvolta ridicolo: su Le Monde per esempio leggevo, a proposito delle manifestazioni che hanno luogo in Austria col sostegno di intellettuali e artisti francesi, che questa Austria è un’Austria resistente e gioiosa. Questa formula è un segno dei tempi, perché della resistenza tutto si può dire trannne che sia gioiosa. Se è veramente resistenza, è rischiosa. Associare resistenza e gioiosità è una cosa abbastanza disgustosa, ma molto rivelatrice della nostra epoca festaiola, ludica, fantasmatica che teatralizza le cose perché ha la possibilità di non viverle praticamente e quindi di dimenticarle col tempo.

François Fejtö ha detto delle cose un po’ diverse: secondo lui l’ingerenza è stata fatta con troppa precipitazione, perché non siamo in presenza di atti contro la democrazia, ma solo di qualche espressione verbale infelice del passato.

Capisco Fejtö, ma allo stesso tempo dico che non possiamo attendere atti ignobili da parte di Haider per reagire, questa sua ascesa al potere è enormemente scandalosa a causa delle sue precedenti dichiarazioni. Le parole, nel caso specifico, sono dei fatti. Aggiungo però -e insisto che bisogna mantenere il senso delle proporzioni- che non ci saranno atti ignobili, penso che in questa Austria sotto sorveglianza non sarà presa alcuna misura xenofoba né antisemita, anzi: gli ebrei saranno vezzeggiati in Austria, saranno trattati come veri cocchi di mamma. Perché l’Europa non può più essere il teatro di un’esplosione di antisemitismo, di questo sono assolutamente certo. Ed è per questo che non ho ritenuto di dovere personalmente andare ad arringare le folle ad “Haiderplatz”: bisognava proteggersi dal ridicolo di una tale azione.

La Francia e il Belgio sembrano essere i paesi più militanti contro la minaccia Haider. Perché, secondo lei? Si tratta di un segno di forza morale, oppure di debolezza interna? Non è un segno di forza morale, perché la Francia non è molto più militante degli altri paesi europei di fronte agli orrori che si compiono in Cecenia: quello è il test, perché Putin ha i mezzi per fare paura, non è un personaggio vagamente folkloristico come Haider. Sarebbe stato un segno di forza morale prendere la testa della crociata contro Milosevic in Jugoslavia, ma in questo la Francia è stata buon’ultima in Europa. Quando la Croazia era messa a ferro e fuoco, la Francia era pro-serba, e lo è rimasta anche durante i due lunghi anni dell’assedio di Sarajevo. Dunque la Francia recente, la Francia socialista, ha molto da rimproverarsi in questa materia. Il buon senso vorrebbe che la memoria della seconda guerra mondiale e della shoa giochino presso di noi un ruolo più forte che in altri paesi europei, ma allo stesso tempo la vera forza morale consiste nel rispondere come si deve agli avvenimenti che accadono. E di questo non mi sembra che la Francia sia più capace degli altri. Non direi nemmeno che si tratta di un atto di debolezza, ma se ci si spinge troppo oltre, direi che si tratta di una prova di tatticismo: cioè il progetto di costruire un consenso a buon mercato.

Al contrario, penso che il primo ministro ha dato prova di forza morale in Israele quando ha chiamato le azioni di Hezbollah col loro nome. Forse ciò che ha fatto rappresenta un errore diplomatico, ma anche una verità politica e un modo di dire che la nostra imparzialità non consiste nel mettere sullo stesso piano quelli che vogliono la violenza e quelli che vogliono il dialogo, ma nel rifiutare di favorire una delle due parti che negoziano. Dunque egli ha chiarito la posizione francese nel senso giusto, e ho trovato la reazione della stampa decisamente curiosa: secondo loro Haider non ha nemmeno il diritto di cantare le canzoni folkloristiche austriache senza essere tacciato di antisemitismo, mentre gli Hezbollah hanno il diritto di sparare agli ebrei e si può continuare a definirli un movimento di resistenza. Questa non è una prova di debolezza, ma di imbecillità morale.

Lei dice che Haider non deve far paura, ma Alexandre Adler, in un corposo intervento su Le Monde (di cui riproduciamo ampi stralci a pag. 15 – ndr), sostiene esattamente il contrario.

Sostiene anche che Putin è un democratico, che la guerra in Cecenia è giusta e che tutte le alternative a Putin sono peggiori di lui. E’ un vecchio artificio della sovietologia: Breznev era più simpatico dei suoi generali, Stalin era più simpatico di Molotov e adesso Putin è più simpatico di Zirinovsky. Si ripropongono per la Russia cosiddetta democratica gli stessi ragionamenti che hanno prodotto tanta subalternità nei riguardi del potere sovietico. Sono molto sorpreso di questo ragionamento di Alexandre Adler e dell’erudizione straordinaria che mette al servizio di una causa tanto sbagliata. Non si può avere paura di Haider. Non può succedere nulla in Austria, né può venire alcun male dall’Austria, e se il male tornerà in Europa, la storia sarà abbastanza fantasiosa da portarlo per nuove strade.

Dunque non esiste un “progetto europeo” di Haider, come dice Adler.

E’ una cosa talmente ridicola che non voglio neanche parlarne. La sola questione che possa porsi l’Europa è quella della sua capacità a costituire una comunità politica. La promessa dell’Europa era: noi saremo una nuova comunità politica. Questa promessa l’Europa è capace di mantenerla? Non è sicuro, e può essere effettivamente che la delusione dei cittadini, la fatica europea, il sentimento crescente del cittadino europeo di essere espropriato di ogni sostanza politica dall’Europa, possano favorire un certo populismo. Dunque, piuttosto che resuscitare i fantasmi degli anni neri, l’Europa deve interrogarsi sulla sua capacità di mobilitazione, e occorre porsi la questione del posto che le nazioni dovrebbero avere nell’Europa unita: è possibile o no superare la nazione senza intaccare qualcosa di essenziale? Questo è il problema. Perché altrimenti la nazione rischia di tornare, sotto sembianze populiste. Dunque credo che il problema Haider merita un grande consulto di tutti gli europei, mentre invece siamo lanciati in una sorta di processo inarrestabile, e anziché riflettere si lanciano anatemi. Troppo facile. Certo che Haider è condannabile, ma di che cosa è sintomo? E’ semplicemente il sintomo dell’emergere di un’Europa demoniaca, di questa cattiva Europa tedesca, oppure è il sintomo di un problema molto più recente che è il deficit politico, democratico dell’Europa? Ecco la vera questione, che non sarà risolta a colpi di citazioni erudite, ma da una vera riflessione su quanto accade qui e ora nella comunità europea.

Secondo lei è possibile superare il deficit democratico e l’omogeneizzazione delle identità che attualmente prevalgono a causa di questo modo di costruire l’Europa? Non ne sono sicuro. Credo che occorra ripensare il ruolo delle nazioni in Europa. Di questo sono assolutamente convinto, sono stato molto colpito di vedere che la Danimarca ha reagito con molta perplessità all’ingerenza europea in Austria: ora, la Danimarca ha un passato antinazista molto più brillante di quello della Francia. E tuttavia è un paese che non vuole irrigidire certe posizioni, e questo ci fa riflettere. Che posto politico ci sarà in Europa per le piccole nazioni, e che posto per le grandi nazioni? C’è un altro modo di intervenire politicamente in Europa? Non ho la capacità di rispondere a queste domande, oggi prevale una sorta di entusiasmo automatico per la costruzione dell’Europa, che va rimesso in questione prima che sia troppo tardi.

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