
Ha perso Milosevic? Embè?
Davvero curioso il disappunto degli europei per le reazioni di freddezza e di sfida dei kosovari nei riguardi dei nuovi padroni di Belgrado, come pure per le inequivocabili parole di Kostunica a proposito del Kosovo. Certi cronisti e il loro pubblico confondono le realtà della politica internazionale con le commedie americane, dove alla fine tutti si abbracciano. Ma qui a Pristina si vede bene che serbi e kosovari non si abbracceranno per un pezzo. Chi visita anche solo per poche ore questo capoluogo di provincia si imbatte in una serie di segnali che non lasciano spazio ad equivoci. Sull’aeroporto alle porte della città sventolano due bandiere, ma nessuna delle due è quella jugoslava, benché a norma di diritto internazionale e di Risoluzione Onu il territorio figuri sotto la sovranità della Repubblica federativa jugoslava: il vessillo russo e quello italiano garriscono al vento appaiati. Si entra e si esce dal Kosovo come dei clandestini, senza nessun visto jugoslavo ma nemmeno di altro tipo sul passaporto. Lungo il percorso dall’aeroporto alla città -venti-trenta minuti di strada a seconda dell’intasamento della viabilità- sia i cartelli stradali che quelli pubblicitari e le insegne dei distributori sono scritti tutti ed esclusivamente in albanese. Dalle finestre di tante case –tutte ricostruite tranne il quartiere della zona industriale di Pristina- occhieggiano bandiere albanesi rosse con l’aquila bicipite. E quando si arriva nel centro del capoluogo ci si rende conto che neanche un edificio o un appartamentino lungo il percorso ha l’aria di essere libero, dal che si deduce che tutte le proprietà dei serbi –dei quali non esiste la minima traccia- sono state occupate da albanesi. Sui muri lungo le vie due scritte spray bisticciano insistentemente: PDK e LDK. Il primo è il partito espressione dell’Uck, capeggiato dall’indecifrabile Hashim Thaci, l’altro è il partito di Rugova, espressione dell’anima moderata e non violenta del nazionalismo kosovaro. Sceso in Kosovo per presenziare all’attribuzione di una medaglia d’oro al gonfalone della Regione Lombardia per il suo impegno al fianco delle popolazioni civili kosovare nei giorni della guerra, Roberto Formigoni ha conquistato il record di essere il primo politico italiano a incontrare nella stessa occasione Thaci e Rugova, due uomini divisi da tutto e su tutto, ma d’accordo su di un punto: il futuro ineluttabile del Kosovo è l’indipendenza, a prescindere dal nome di chi comanda a Belgrado. Chi è riuscito a intravedere dall’aereo Camp Bondsteel, la più grande base americana in Europa orientale, più grande di quella presso Saigon negli anni Settanta, cimprende la sicurezza con cui rilasciano le loro dichiarazioni.
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