La guerra spiana la strada alla schiavitù dell’utero in affitto in Ucraina

Di Caterina Giojelli
19 Settembre 2022
Le agenzie lavorano alacremente: ora ritirare i figli è più facile, donne disperate (senza più casa, lavoro, marito) che si riciclano come surrogate non mancano, clienti alla disperata ricerca di un figlio nemmeno. Non serve nemmeno lo storytelling sull'amore
Il video dal bunker della Biotexcom, colosso della maternità surrogata in Ucraina
Il video dal bunker della Biotexcom, colosso della maternità surrogata in Ucraina

Diventare una surrogata salverà lei e la sua famiglia dalla povertà e dai debiti: «Ho bisogno di crescere i miei figli, ho bisogno di dar loro da mangiare, la guerra prende e non dà denaro». Sono le parole raccolte dal canadese Globe and Mail da una donna ucraina, Olena, incontrata poche settimane fa a Leopoli, dove si era temporaneamente trasferita col suo pancione in attesa di consegnare il bambino a una coppia australiana.

La guerra fa bene al business della surrogata

La guerra in Ucraina non ha intralciato il business della maternità surrogata. Anzi. A causa del conflitto, il processo di “ritiro” dei figli su commissione ora è diventato più rapido, semplice ed economico: bastano pochi giorni per ottenere il permesso di rientrare nei paesi d’origine coi bimbi in braccio, niente più attese di trenta giorni per ottenere un appuntamento in ambasciata. Le agenzie lavorano alacremente in quasi tutto il paese sbrigando scartoffie e arruolando donne strozzate dalla povertà che la disoccupazione ha dirottato verso la spiaggia dell’utero in affitto: non ho più casa, soldi, occupazione, ho dei figli da mantenere, sono queste le ragioni che stanno portando madri e giovani ragazze, mentre la guerra infuria nel sud est del paese, a seguire l’esempio di Olena e “offrire un servizio” ben remunerato a coppie di americani, canadesi, argentini.

«Le surrogate hanno bisogno di soldi»

Coppie alla disperata ricerca di un figlio e donne povere e disperate. Dello storytelling progressista intorno alla scelta libera, amorosa, consapevole che aveva dato vita ai neonati stoccati nei bunker di Kiev all’inizio dell’invasione, non rimane che questo: denaro. «Le madri surrogate», hanno confermato le cliniche che hanno riaperto al business della surrogata e le surrogate stesse al Globe, «hanno semplicemente bisogno di soldi». Per affittare il loro utero, spiegano, riceveranno un compenso tra 15 mila e i 17 mila dollari americani, più il rimborso di ogni spesa aggiuntiva durante la gravidanza. Per la procedura l’agenzia di riferimento ne intascherà oltre 50 mila.

Una pratica «spregevole» che mette «a rischio vita e salute delle donne» ucraine cercate anche in guerra da coppie straniere di «avvoltoi»: ha commentato l’attivista, femminista e madre Maria Dmytriyeva. Nessuno le costringe, si tratta solo di «un’opportunità per fare soldi», è la replica delle agenzie. Soldi per fare e comprare bambini. Non servono nemmeno più le trappole semantiche: nessun afflato amoroso, altruistico, nessuna libertà, solo la resa di corpi affamati e “consenzienti” al mercato.

Nuovi clienti “impazienti”, cliniche pronte a “fare magie”

La coppia di australiani le aveva offerto un trasferimento in Svezia, Olena però non voleva lasciare sua madre. E così aveva trascorso la gravidanza nel terrore di finire sepolta dalle piastrelle del bagno se le avessero bombardato la casa. Dopo l’intervista al Globe, Olena ha rischiato di perdere il piccolo: il bimbo è sopravvissuto a un cesareo d’urgenza. Ma l’unica cosa che conta per Julia Osiyevska, direttrice e proprietaria dell’agenzia New Hope a Kiev, che l’ha assoldata, è che Olena e il piccolo stiano bene. La sua agenzia ha riaperto dopo mesi, dopo aver trasferito le surrogate a ovest o in Moldova, e da luglio è sommersa da nuovi clienti impazienti che la esortano a «fare magie» pur di accelerare tutto «il processo». Tra questi, una coppia di canadesi che ha ritirato il suo primo figlio a gennaio vuole procedere ora col secondo.

Alla famigerata Biotexcom assicurano che le ambasciate sono squisitamente collaborative e solerti nel rilasciare documenti di viaggio o permessi per l’uscita dall’Ucraina delle coppie con i bambini. Tutto è diventato semplice, tranne per le surrogate: Anna, 38 anni, un bimbo in pancia da consegnare a una coppia argentina, è scappata a Kiev con marito e figlioletto di tre anni da Severodonetsk. Era incinta di 16 settimane quando iniziò a vivere in un seminterrato allagato terrorizzata, «se qualcosa va storto col la gravidanza nessuno mi salverà in una città devastata dalla guerra: i medici non ci sono, gli ospedali sono occupati dai soldati e quelli militari potrebbero essere bombardati». Racconta che i genitori intenzionali sono stati molto comprensivi, hanno inviato via whatsapp alcuni «audio così che il bambino potesse sentire le loro voci», promettendole che «sarebbero andati a una manifestazione per sostenere l’Ucraina».

Affittare l’utero «per mio figlio»

Cosa spinge le donne, davanti alle storie di Anna o Olena, in un paese da cui migliaia di bambini sono scappati, a mettere al mondo figli in conto terzi? Lileya Gvozdetska, mamma single di 25 anni, di Vinnytsia ripete: «Mi servono soldi per comprare una casa per me e mio figlio». Alla Biotexcom ad agosto si contavano 300 donne già incinte, 30 in attesa di diventare surrogate: a tutte viene suggerito di evitare luoghi affollati e luoghi strategici che potrebbero venire attaccati. Nessuna di loro è stata ferita, ma in molte hanno perso la casa, qualcuna anche il marito.

L’industria della disperazione

In questi mesi di guerra, i giornali hanno raccontato decine e decine di storie: quelle delle surrogate che hanno rischiato la pelle per consegnare i loro fagotti appena nati, quelle dei neonati stoccati, ops, “accuditi con tutti i comfort” in spettrali bunker in attesa del ritiro dei “genitori intenzionali”, quelle delle loro tate-custodi che non li hanno abbandonati, quelle dei medici rimasti a “vegliare” perfino decine di migliaia di embrioni congelati e gameti custoditi nelle cliniche per la fertilità e nelle banche dei donatori, “materiale riproduttivo” necessario ad avverare i “desideri” degli stranieri compiendo il “miracolo della vita”. Parole d’ordine necessarie a oliare un’industria alimentata dall’avidità di chi si cura della sopravvivenza di una donna costretta a portare un figlio per altri al fine di nutrire il proprio solo fino alla consegna della merce ordinata, dalla disperazione chi non si dà e chi non ha pace.

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