
Lettere dalla fine del mondo
Grazie ai miei malati, imparo a stare davanti ai drammi della vita
Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)
Madre di nove figli, Felicita è ricoverata nella nostra Clinica, vittima di un cancro e della lebbra che le hanno sfigurato il volto. Il suo dolore, anche se controllato con la morfina e altri farmaci, è grande. Non ha più la bocca né il naso e per di più l’odore che emana la sua carne in decomposizione le dà fastidio. Tutti i giorni, sedendomi al suo fianco, vedo in lei uno di quei lebbrosi che chiedevano a Gesù di essere curati. Nel suo grande dolore vedo Gesù sulla Croce e questo mi commuove e mi suscita il desiderio e l’energia per abbracciarla. Non mi allontanerei mai da lei, perché il solo stare al suo fianco mi permette una grande libertà rispetto ai problemi quotidiani. Felicita è in questo momento la modalità attraverso la quale il Mistero mi raggiunge, mostrandomi la pochezza ma anche la grandezza della persona umana. Più passa il tempo, più mi diventa chiaro che questa è la mia vera famiglia, grazie alla quale la coscienza del mio destino è sempre più vera e profonda. Nella stanza vicino c’è Alba, una bellissima ragazza di diciotto anni. Una storia dolorosa che lascio raccontare al suo fisioterapista.
«Al termine del turno andai come sempre a congedarmi da tutti i pazienti, quando dal corridoio sentii un pianto: mi avvicinai e mi resi conto che era Alba. Le chiesi se aveva dolori particolari, ma mi rispose che piangeva perché “mi sento colpevole per quello che mi è accaduto. Mio padre dice che la colpa di quello che mi è successo è mia. Lui non voleva che venissi a studiare a Asunción. Ma io volevo essere un’agente di polizia e una giornalista. Tutto andava bene, fino al giorno dell’incidente. Provavo molto dolore e l’equipe medica decise di amputarmi la gamba destra, ma dato che ero minorenne non potevo prendere questa decisione. Mio padre non voleva dare il consenso. Per lui era una decisione semplice perché non sentiva il dolore che provavo. Dice che se non l’avessi ignorato, questo non sarebbe accaduto. Il suo atteggiamento mi fa soffrire. Un giorno ho anche sentito mia zia dire a mio padre di suggerire al dottore di somministrarmi un farmaco che ponesse fine alla loro e mia sofferenza. Ora sono maggiorenne e posso decidere, desidero l’amputazione, ma ho paura che la mia famiglia mi abbandoni. Li amo molto, non voglio perderli”.
Ascoltare Alba parlare mi lasciò con le lacrime agli occhi. Mi trattenni e le dissi: “Tu ti rimetterai, con pazienza, e tornerai a studiare. Ora ti si sono chiuse alcune porte, ma se ne sono aperte altre. Diventerai la giornalista che riporta le notizie in guaranì”. Quasi 2 ore di conversazione dopo, il pianto si fermò e per grazia di Dio si trasformò in un sorriso pieno di speranza. Quando vado a trovarla e le chiedo come sta, è sempre una sorpresa ascoltare la risposta: “Molto bene, grazie”. E le sue parole sono accompagnate da un grande sorriso. Ho più bisogno io della sua compagnia, che non il contrario, mi fa riscoprire perché vale la pena vivere: per Qualcuno che ci fa e ci ama ora.
Un giorno padre Aldo, parlando con Alba, le propose di sporgere denuncia contro la compagnia dei trasporti pubblici che aveva causato l’incidente. Ma lei, con grande serenità, disse: “Non serve, io li ho già perdonati”. In questo momento, a ridosso dell’anno dedicato alla Misericordia, abbiamo tutti bisogno di una testimonianza grande come quella di Alba. La sua grande semplicità ci fa apparire piccoli piccoli. Tutti abbiamo bisogno di essere perdonati, così come tutti abbiamo qualcuno da perdonare. Solo con l’avvenimento di Cristo è comparsa questa nuova possibilità, il perdono. E solo avendo sperimentato la Sua grande Misericordia e seguendoLo ogni giorno, possiamo imparare a perdonare, come ha fatto Alba».
Dopo aver letto questa lettera, sono andato a visitarla. Guardo la sua bellezza, il suo volto pieno di luce, con gli occhi che brillano come le stelle di Betlemme. In lei vedo l’attuare del Mistero, perché nemmeno i dolori più atroci spengono la Sua bellezza divina, che è una sola cosa con i suoi lineamenti umani. Guardandola non posso non andare con la mente a Dante, a Leopardi che vedevano nella bellezza della donna il riflesso della bellezza divina. Nella mia mente passano le parole di san Gregorio Nazianzeno: «Se non fossi Tuo, mio Cristo, mi sentirei una creatura finita».
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