
«Giustizia riforma urgente. Berlusconi? Senza di lui il partito dei magistrati ne inventerà un altro»
«Berlusconi o non Berlusconi la riforma della giustizia in Italia non si fa da trent’anni, tant’è vero che le condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo hanno una lunga età e in particolare il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha affermato che le violazioni in Italia mettono in discussione i princìpi dello Stato di diritto». La dura posizione nei confronti del sistema giudiziario è della radicale Rita Bernardini, tra i promotori della campagna referendaria per l’introduzione della responsabilità civile dei magistrati e della separazione delle carriere, insieme all’abolizione dell’ergastolo e alla revisione della custodia cautelare.
Bernardini, lei parla di forti anomalie nel sistema giustizia che durano da trent’anni, ma se negli ultimi venti non si è toccato è proprio perché, secondo i “conservatori”, le modifiche avrebbero tutelato Berlusconi. Il Cavaliere è stato solo una buona scusa per non fare niente?
Certo, senza di lui ne avrebbero trovata un’altra per non cambiare. Qualunque proposta seria è stata cassata in questi anni perché ogni volta il partito dei magistrati si sollevava tirandosi dietro forti sostenitori, soprattutto nel centrosinistra, ma non ne mancano anche nel centrodestra. Ogni volta si monta una polemica intorno a Berlusconi, con il vero scopo di non cambiare una virgola. Giornali come il Fatto quotidiano si oppongono alla proposta dell’amnistia, che i radicali fanno da anni, proprio perché a loro dire sarebbe funzionale solo a Berlusconi… Non si pongono il problema di uno Stato canaglia sanzionato più volta dall’Europa per i trattamenti inumani dei detenuti nelle sue carceri? E le costanti condanne per la durata dei processi?
Ma il problema è delle regole o dei soggetti che le applicano?
Una delle anomalie italiane sta proprio nel fatto che ci sono leggi che privilegiano la soggettiva interpretazione delle norme, fino a dar luogo a comportamenti paradossali. Personalmente ne ho avuto testimonianza con le manifestazioni di disobbedienza civile nelle diverse città italiane: a seconda di dove si sono svolte ho ricevuto condanne o assoluzioni facendo sempre la stessa cosa. A Palermo e a Matera sono stata assolta, a Roma e a Genova ho ricevuto condanne diverse fra loro.
Perché avete scelto la formula referendaria? Non sempre si ottiene ciò che si vuole percorrendo questa strada.
È vero, ci sono stati referendum traditi perché non graditi e altri referendum non ammessi al voto popolare per via della giurisprudenza ballerina della Corte costituzionale. Ma abbiamo deciso di puntare sulle proposte referendarie perché ci siamo accorti che governi e parlamenti non hanno la forza di avviare le riforme necessarie. Solo attraverso l’investitura popolare queste riforme si possono mettere in piedi, stando attenti ai trabocchetti che la burocrazia è sempre pronta a mettere davanti.
Cosa pensa del cosiddetto decreto svuota-carceri, approvato giusto due giorni fa alla Camera?
Vengono utilizzati termini che non hanno nulla a che fare con la realtà. Quale “svuota-carceri”? Non si svuota niente. L’unica soluzione seria per interrompere la fragranza di reato da parte dello Stato sulle carceri è un provvedimento di amnistia e di indulto, perché ci troviamo davanti un deficit strutturale che riguarda 30 mila detenuti. Questo decreto legge è stato inoltre notevolmente snaturato in Parlamento rispetto all’originale redatto del ministro Cancellieri, che aveva il pregio di mettere mano alla ex Cirielli sui detenuti recidivi.
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Qualche mese fa ho avuto occasione, per motivi che non starò a precisare, di visitare il carcere di Lucca, detto “di San Giorgio, dal nome del convento, che, ai tempi di Napoleone, gli allora prìncipi di Lucca Elisa Bonaparte e Felice Baciocchi, più noto come “marito felice e baciocco”, confiscarono per trasformarlo in carcere. Nei poco più che 200 anni trascorsi qualche “ammodernamento” è stato fatto, ma l’edificio è in condizioni semplicemente disastrose. Nella sala delle udienze, le volte a crociera del soffitto sono tutte puntellate con tubi d’acciaio, per evitare che crollino sulla testa. Un intero piano dell’edificio è stato dichiarato “pericolante”, e i detenuti sparsi per le restanti celle ancora “abitabili”, o meglio “co-abitabili”, aumentando a dismisura l’affollamento. Eppure, l’edificio, situato in pieno certo storico, proprio sotto le famosissime mura urbane, avrebbe – una volta opportunamente restaurato e liberato del muro “posticcio” che lo circonda – anche una sua bellezza artistica; vendendolo, p.es., ad una catena alberghiera il ministero – o non piuttosto il “mistero”, visto come si comporta? – della Giustizia avrebbe i soldi per costruire, fuori dell’abitato, un carcere moderno ed ampio, rispettoso di tutti i diritti di cui la Corte Europea ci contesta da anni la violazione. Ho fatto l’esempio, perché a me noto, d’un carcere “di provincia”, ma non credo che una soluzione analoga, mutatis mutandis, non potrebbe trovarsi anche per i grandi carceri “nazionali”.
perchè non aboliamo il codice penale?