Giuseppe Corigliano, il servitor cortese di san Escrivà

Di Luigi Amicone
24 Giugno 2011
«L’anticattolicesimo dilagante? Il punto è che mancano santi, e questi dovremmo essere noi. Dagli scientisti a Zapatero, quando gli altri blaterano cose strane in realtà si lamentano perché non conoscono Gesù». Il portavoce dell’Opus Dei si confessa (quasi)

Pippo Corigliano, ingegnere, celibe per scelta di dedicarsi a Dio, 66 anni, portavoce dell’Opus Dei da quasi quaranta, ha scritto un libro. Dal titolo “Sognavo una Emmegi verde”? Con in copertina la famosa cabrio in voga negli anni Sessanta e una bella bionda, di quelle in voga sempre, non talebanamente nascosta nel baule? No. Benché l’abbrivio giusto sarebbe stato quel titolo e quella copertina, l’autobiografia di questo fine aristocratico partenopeo trasfiguratosi in umile servitor cortese del carisma di san Josemaría Escrivá esce in libreria come polvere da sparo racchiusa in una cornice molto elegante. Ma un po’ impersonale, fredda, museale. Stiamo parlando di Un lavoro soprannaturale (Mondadori), volume fresco di stampa. Un libro anticonformista. Che rende onore al fiuto editoriale di Gian Arturo Ferrari. Se è vero, come è vero, che è stato proprio lui, il direttore generale della divisione libri del colosso di Segrate, a perorarne la causa. Anzi. Come dice candidamente l’autore, «è stato lui a dirmi di scriverlo».

Bel coraggio. Visti i chiari di luna in cui «la cultura dominante tollera tutto, ma guarda con freddezza chi ha fede in Dio». Già. «Una fede operativa ha una cattiva stampa». E allora, che c’azzecca “La mia vita nell’Opus Dei” (sottotitolo di copertina), con lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi? Già. La cultura dominante. E Cristo. L’immagine di una organizzazione immancabilmente marchiata con l’aggettivo “potente” (e qualche volta anche di “massoneria bianca”). E la realtà, semplice, sorprendentemente semplice, di cristiani che vanno per la loro strada, in nome di un incontro. L’Incontro. Che si fa apostolato, storia, avventura senza paracadute. Il libro di Corigliano fa capire quale sia l’origine della presenza discreta dell’Opus Dei nella società, nei media, negli ambiti in cui si gioca la formazione intellettuale e, cosa non conosciuta abbastanza, nelle opere di assistenza e di carità. Fa capire perché si possa trascorrere serenamente dieci anni della propria vita a scrivere… praticamente solo smentite. Altri dieci a incontrare i maggiori giornalisti e intellettuali dell’epoca. Dieci ancora a vedere realizzate certe profezie di padre Escrivá, oggi riconosciuto santo dalla Chiesa. E dal Duemila in avanti a ricominciare tutto daccapo.

Leggere la lista dei nomi citati nei “ringraziamenti” fa abbastanza impressione. Ma se lo conosci, Peppino Corigliano, non lo eviti più. Sono un bel po’ di anni che sento qui e là citare la “misteriosa” Opus Dei. Occorreva una conversazione a tavola, una “tertulia” come la chiamava Escrivá, per incontrare il suo portavoce. «Lo peor che podria pasar en el Opus Dei es que no se notara que nos queremos». La peggior cosa che possa succedere nell’Opus Dei è che non si noti che ci vogliamo bene. Peppino Corigliano ci ha invitati all’Osteria Romana di Simmi, in via San Paolo alla Regola, dove soggiornò l’apostolo delle genti secondo la tradizione. E basta assecondare il suo consiglio di assaggiare la minestra di broccoli e arzilla, per capire che già ci vuole bene.

Professor Corigliano, ho letto nel suo libro che lei non hai mai sentito spiegare da san Josemaría Escrivá la separazione che c’è, nell’Opus Dei, tra uomini e donne. Leggo che «c’è e basta». Strano.
La separatezza fra le due sezioni dell’Opera c’è soltanto nei momenti di formazione spirituale specifica: meditazioni, ritiri, eccetera. Questa formazione punta fra l’altro a valorizzare le caratteristiche di ciascun genere. Insegna ai ragazzi come essere fidanzati e mariti veri, non superficiali e viceversa. Non abbiamo mai preteso che questo modello si applicasse ad altri. Noi ci troviamo bene.

Siete divisi in numerari, soprannumerari e aggregati. Cioè?
I numerari vivono il celibato apostolico e devono avere un titolo di studio perché devono mantenere la continuità e la fedeltà della formazione. I soprannumerari (terminologia questa presa dalle università dell’epoca per evitare confusione con altre esperienze ecclesiali diverse) hanno vocazione matrimoniale, anche se poi non tutti sono sposati. Gli aggregati vivono il celibato apostolico, restando nel loro ambiente, come i numerari. Ma non hanno la stessa disponibilità a cambiare sede per motivi apostolici. Possono essere professori universitari o idraulici. È da tener presente che consideriamo la vocazione all’Opera la stessa nei tre casi. Si tratta di un modo diverso di specificarla. Cioè il numerario non è “più” del soprannumerario o dell’aggregato.

Per fare una cattedrale ci vuole la fede. E la geometria. Si capisce perché il centro del vostro apostolato sia la formazione spirituale. E materiale. Ma il fatto di non proporvi pubblicamente a quale metodo si ispira?
L’Opera è un distributore di benzina spirituale, il resto sta alla creatività del singolo. Non si propone con dei fini operativi o associativi ed è per questo che non è un movimento o un’associazione. È un’istituzione ben definita, ma assolutamente light: leggera. Punta alla formazione del laico e poi faccia lui. È un aspetto della mentalità laicale di Escrivá: la Chiesa e le sue istituzioni non entrano in quanto tali nell’agone dei partiti o degli affari. Perciò non ci sono adunate dell’Opus Dei. I fedeli dell’Opera partecipano a titolo personale anche alle processioni. Non c’è desiderio di far gruppo. Si sta insieme per quel minimo indispensabile per la formazione cristiana.

In che modo questo partecipare “a titolo personale” non diventa individualismo e subalternità alla cultura dominante?
Per questo la formazione deve essere solida e profonda. Ognuno deve portare lo stile cristiano nel suo ambiente, senza diventare mondano: siate del mondo senza essere mondani. E se c’è da tener duro si tiene duro. Ti cito un punto di Cammino (il testo fondamentale di san Escrivá, ndr), n 380, che illustra meglio il concetto: «Mi domandi: “Non sembrerà artificiosa la mia naturalezza in un ambiente paganizzato o pagano, dato che tale ambiente urterà con la mia vita?”. — E ti rispondo: “La tua vita urterà senza dubbio con la loro; e questo contrasto, che conferma con le opere la tua fede, è appunto la naturalezza che ti chiedo”».

Quanti sono i membri dell’Opera e in quali paesi siete presenti?
I membri sono 85 mila e siamo ormai presenti in quasi tutti i paesi.

C’è ancora chi pensa a voi come membri di chissà quale oscuro assetto di potere.
E invece è tutto chiaro come il sole. «Lo peor che podria pasar en el Opus Dei es que no se notara que nos queremos». San Josemaría ha avuto questa intuizione quando curava spiritualmente un certo convento di suore e, mentre parlava con una malata, lei disse: «Le mie sorelle mi trattano con carità. Mia madre mi trattava con affetto». Accidenti, anch’io mi commuovo nel raccontarlo perché è troppo vero…

Di Obama cosa pensa? E come vede questa gigantesca disputa moderna, con la Chiesa praticamente unica al mondo a difendere l’esperienza elementare, la realtà, la gratitudine al dato di fatto, e questa ondata, direi cervellotica (penso ai film di Almodóvar), che promuove a “diritti” «la sregolatezza di tutti i sensi», come direbbe Arthur Rimbaud?
Ciò che penso è una mia opinione. Non è il pensiero dell’Opera perché non esiste un pensiero dell’Opera su Obama. È il Papa con i vescovi che si pronunciano. A noi tocca solo accendere la lampadina su ciò che loro dicono. Penso che siamo chiamati a capovolgere queste sfide. Ci attaccano su argomenti periferici. Gesù non ha parlato delle staminali. Occorre restaurare il fascino del cristianesimo. Con i fatti, con i modelli e con le testimonianze. Perciò ci troviamo così bene assieme. Se si conosce Gesù, tutto il resto viene da sé: amore, famiglia, vita, convivenza civile, carità pratica, convivenza di popoli… Queste crisi mondiali sono crisi di santi… mancano santi e questi dovremmo essere noi. Se gli altri dicono, blaterano, sostengono cose strane… in realtà si stanno lamentando che non conoscono Gesù.

Come spiega che la Spagna cattolica, “la Spagna dell’Opus Dei” direbbe qualcuno, sembra sia stata cancellata da un giorno con l’altro e sia diventata il simbolo di quanto di più anticattolico ci sia nel mondo?
In sintesi: mentre noi abbiamo avuto la rivoluzione culturale importata dalla Francia fin dai primi dell’Ottocento e quindi siamo avvezzi alla persecuzione laicista ma anche al dialogo e alla convivenza, gli spagnoli non hanno avuto questo travaglio. Avevano il vecchio regime fino alla vigilia della Guerra civile e dopo si sono trovati oscillanti fra la cultura radicale, che dilaga senza trovare anticorpi, e la fedeltà alla Chiesa che non è abituata a dialogare anche perché dall’altra parte c’è un attacco totale. È la Guerra civile che continua in modo più civile, ma è uno scontro radicale fra due modelli opposti di vita.

Delle tante personalità che ha incontrato nella sua vita, ce n’è una a cui è rimasto particolarmente affezionato?
A parte san Josemaría, e i suoi successori, uomini di fede tangibile, la personalità più incisiva è stato Ettore Bernabei. Nel libro spiego perché. Intelligente, coraggioso, comprensivo e lucido. Non un cristiano semplicemente onesto, ma un cristiano fattivo e fedele. Un campione sul terreno più importante della nostra epoca: quello della comunicazione.

Nel libro c’è un accenno anche una certa Maria Luisa. Cosa le è rimasto di quell’amore diciottenne?
C’è un affetto che rimane intangibile come ai diciott’anni e nello stesso tempo la convinzione che la Provvidenza ha provveduto alla soluzione migliore per tutti. Il ricordo è splendido perché è una persona che lo merita.

C’è una cosa sorprendente in tutta la sua storia: in fondo non sembra che ci sia chissà quale distanza tra la bionda sulla spider e una vita dedita alla Gloria di Dio nel mondo. Voglio dire: i fatti che hanno deciso la sua vita non sembrano clamorosi. Lei non ha avuto drammi né conversioni traumatiche. Niente. Sembra tutto lineare, normale, sereno. Eppure sembra anche che tra il diventare un aristocratico playboy e un uomo di Dio passi sempre lo stesso soffio che una sera decise che lei andasse a un incontro piuttosto che a vedere un film di Anita Eckberg. Un nonnulla. C’è qualcosa che ci sfugge?
Quando Gesù promette il cento per uno sembra che dica uno sproposito. Eppure ha ragione. Mi sento con cento spider, con cento bionde, con cento borse del tennis. Il cuore è lo stesso dei diciott’anni ed è contento.

Com’è la sua giornata tipo? Da che cosa è scandita?
È scandita dal fare ciò che devo. Lo faccio male ma tento di farlo bene. La mattina puntualità ahimé della sveglia. Orazione mentale, Santa Messa, dopo colazione Vangelo e lettura di un libro spirituale per una quindicina di minuti. Il Santo Rosario appena posso. Nel pomeriggio altra mezz’ora di orazione mentale e la sera esame di coscienza in uno stato di semi-intontimento. Questi i paletti attraverso cui scorre lo slalom della giornata fatta di lavoro e di incontri, di fatiche e di gioie. Accidenti, mi sono quasi confessato.

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