Il Deserto dei Tartari

Gaza e Halloween. E quel Luna Park dell’orrore che vidi in Ruanda

Di Rodolfo Casadei
08 Novembre 2023
Come si esorcizza la morte, come la si tiene lontana da sé? Riflessione a partire da un articolo di Marina Corradi su Avvenire
Halloween, New York, 31 ottobre 2023 (Ansa)
Halloween, New York, 31 ottobre 2023 (Ansa)

È stato molto apprezzato da ogni genere di lettori l’articolo di Marina Corradi sulla notte di Halloween apparso su Avvenire il 2 novembre scorso. Con la consueta sensibilità espressa in uno stile superlativo, trasmette il senso di vuota incoscienza davanti alla morte che traspare dai camuffamenti raccapriccianti e dall’aria divertita dei giovani che anche quest’anno hanno deciso di festeggiare la ricorrenza paracadutata qualche anno fa dall’America (sappiamo benissimo che le sue origini storiche sono europee, ma sta di fatto che a noi italiani è arrivata di recente, come molte altre cose, nel contesto dell’americanizzazione della nostra cultura).

Nel suo commento la Corradi esprime tutto il suo sconforto per l’apparente insensibilità di tanti giovani italiani che non hanno saputo rinunciare a divertirsi mimando la morte («ci giocano, ci si trastullano») in un momento storico segnato dagli orrori delle bombe su Gaza e delle stragi nei kibbutz israeliani. Inconsapevoli che la morte – quella vera e non quella recitata – ci tende davvero un agguato in ogni momento, come ci ha tragicamente ricordato la tragedia all’alba del 1° novembre di due giovani vite falciate in un incidente stradale sul viale che porta all’aeroporto di Linate. «Morire assurdamente, la faccia dipinta da teschio, in una notte chiassosa, distratti. Dimentichi di chi è davvero, la morte».

Come si esorcizza la morte

Anch’io sono sconcertato dal contrasto insopportabile fra gli orrori veri della Terra Santa e quelli simulati a scopo di divertimento nelle feste milanesi: la coincidenza cronologica è intollerabile. Ma non sono d’accordo che le mascherate di Halloween siano espressione di incoscienza, dimenticanza, distrazione. Penso esattamente il contrario: è proprio a causa della paura della morte che la gente si traveste da cadavere o da fantasma, che l’industria cinematografica continua a produrre pellicole horror sempre più sanguinose e inquietanti, che la gente si ferma a vedere sul luogo di un incidente stradale che ha causato vittime.

Come si esorcizza la morte, come la si tiene lontana da sé? L’essere umano è l’unico animale consapevole di dover morire, l’unico animale costantemente accompagnato dal pensiero della propria morte, anche quando tale pensiero non è cosciente e non è immediatamente formulato: sempre tiene banco nel subconscio. Per non sprofondare nell’angoscia occorre combattere, occorre dimostrarsi, nell’immediato, più forti della morte. Questo è possibile quando posso contrapporre il mio essere vivo – il mio respiro, il mio corpo esultante, il suono ad alto volume della mia voce – alla morte altrui o all’astratta rappresentazione della morte.

Persino il Medio Evo cristiano, investito da quella catastrofe epocale che fu la peste del Trecento, per alleviare l’angoscia dovette ricorrere alla raffigurazione della danza macabra, dove gli scheletri danzano insieme ai viventi e per questo fanno meno paura. Lo colse ai giorni nostri il cantautore Angelo Branduardi, in una famosa canzone: “Il giro di una danza, e poi un altro ancora/ E tu (o morte – ndr) del tempo non sei più signora”…

Trent’anni fa in Ruanda

Naturalmente deve trattarsi della morte di estranei, o della sua rappresentazione teatralizzata: quando muore un nostro caro, le cose stanno in modo totalmente diverso; quanto più era caro e quanto più era nostro, tanto più forte è il dolore, come se stessimo morendo noi stessi pur senza morire. La perdita di chi si ama è insieme perdita dell’altro e di parte di sé. Non così per le stragi, i massacri, gli olocausti di questo mondo.

La prima volta che l’ho scoperto è stato quasi trent’anni fa in Ruanda, all’indomani del genocidio che aveva causato la morte di 800 mila persone nell’arco di appena tre mesi, uccise in tutti i modi possibili e immaginabili: con armi di fuoco, a colpi di machete, lanciando granate su masse umane, trafiggendo con le lance. Ricordo ancora tutto. Mi reco a Ntarama, nel distretto di Bugesera, dove c’è una chiesa ancora piena dei resti di centinaia di cadaveri di tutsi assassinati a metà di aprile del 1994. Anche il terreno intorno è cosparso di teschi e di ossa, in parte ricoperte da brandelli di abiti. Già cento metri prima di arrivare sul posto l’aria carica di un odore nauseabondo annuncia che la mèta del viaggio è vicina. Lo conferma la presenza di una piccola folla di varia umanità intenta a scattare fotografie, a intervistare alcuni sopravvissuti, a effettuare videoriprese.

Entro nell’edificio. L’aria immobile trabocca il lezzo dolciastro della morte. Man mano che gli occhi familiarizzano con la penombra le forme confuse assumono incerti contorni. Davanti a me una distesa di ossa e marciume avvolti in abiti corrotti dalla putrefazione e frammisti a una moltitudine di oggetti della vita quotidiana: borse, scarpe, coperte, vasi… Non è possibile avanzare; resto sulla soglia a scattare foto con misurata frenesia. Ai miei piedi giace una donna. Le spalle strette in una giacca bluastra, avvinghiata a una grossa tanica di plastica. Metà di quel che resta del corpo sporge attraverso l’ingresso, il cranio riverso e la mandibola non del tutto spolpati mostrano ancora la contrazione disperata dell’agonia.

Il Luna Park dell’orrore

Un raggio di sole dalle bifore sfondate cade proprio su un candido rosario che penzola fra un corpo e una bassa panca. Immediatamente comprendo che qualcuno ha corrotto la scena, l’ha trasformata nel set di una foto ad effetto: quel rosario non può essere lì dai giorni del massacro, quattro mesi prima. Fuori, nella luce del giorno, i resti e le cose di altri uccisi risaltano lungo tutto il perimetro della chiesa, in particolare il biancore dei teschi, che anche quando sono occultati alla vista da stracci e abiti si segnalano per l’inconfondibile gonfiore. Eppure ci si può sbagliare: su uno dei lati del sagrato in terra battuta sono piantate delle zucche molto pallide. La dimensione e il colore sono quasi gli stessi dei crani sparsi intorno, vegetali in piena maturazione e resti umani senza vita diventano presto indistinguibili.

Ma non è questa la cosa che mi turba di più. Mi rendo conto di trovarmi in un Luna Park dell’orrore. Nei dintorni della chiesetta, immersa fra gli eucalipti, si aggirano alcuni caschi blu inglesi che sembrano perlustrare l’abominio, la tivù canadese una cui giornalista sta intervistando un bambino che ha i genitori fra i cadaveri della chiesa, dirigenti dell’Unicef con il loro logo bianco e azzurrino e un gruppo di australiani di Care, un importante organismo umanitario. Uno di loro indossa una maglietta che si vorrebbe ironica: “I survived Rwanda ‘94”, sono sopravvissuto a Ruanda 1994. I cooperanti internazionali sembrano più preoccupati di far sapere che il sistema degli aiuti non ha funzionato, che non di rendere omaggio alle vittime. Cento metri da lì – non di più – due casupole abitate nonostante si trovino nel raggio dei miasmi della putrefazione: tre bambini giocano nel cortiletto fra i due edifici. Quando vedono passare i bianchi ridono e salutano.

Ossa, proiettili e machete

Ho disprezzato dal profondo tutti quegli astanti, benché non fossi affatto molto diverso da loro. E non lo capivo. Oggi, quando ripenso a quella scena, mi viene in mente il Pasolini delle Ceneri di Gramsci: «…vivi, soltanto vivi, nel calore/ che fa più grande della storia la vita».

Lo spettacolo della morte violenta di massa confermava che eravamo vivi, che non eravamo noi i caduti, non erano nostre quelle ossa, i fori dei proiettili, le fessure dei tagli di machete, gli sfondamenti delle mazze non erano sul nostro cranio, ma su quelli degli sconosciuti. La morte, per quel che ci riguardava, era una fotografia, un articolo da scrivere, commovente e raccapricciante.

Effimero però è il sollievo di chi sopravvive al defunto. Cominciai a bere whisky tutte le sere, fino al giorno della partenza per il ritorno in Italia. Rientrato a Milano presi a farmi un grappino o due tutti i giorni. Per qualche tempo ebbi sintomi di stress post-traumatico. Sparirono quando cominciai a tenere incontri pubblici sulla mia esperienza di inviato nel Ruanda del genocidio: liberare la parola liberò l’anima. Smisi subito di bere, senza nessuna fatica. Mi era nato il secondo figlio tre mesi prima, e anche questo ha certamente contribuito a spegnere sul nascere quella che poteva diventare una dipendenza.

Da quei giorni sono sbocciate due certezze: che uomini e donne faranno sempre qualunque cosa per esorcizzare la paura della propria morte, compreso travestirsi da zombie o rendersi in altro modo spaventosi; e che il pensiero della propria morte non può essere annegato nello spirito alcolico o ridicolizzato nella parodia degli spiriti: va presentato nella preghiera al Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo.

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