Fui messaggero di Bin Laden

Di Fausto Biloslavo
27 Settembre 2001
È l’unico giornalista occidentale che conosce le montagne afghane come le sue tasche. Memorabili i suoi reportage all’epoca dell’invasione sovietica e i sette mesi di prigionia a Kabul. Dove un camion militare sovietico lo investì riducendolo in fin di vita. Il ritorno in Afghanistan di un inviato di guerra che rivela: “Sono stato latore di un messaggio dei Talebani per Giovanni Paolo II” di Fausto Biloslavo

Dushambé (Tagikistan). L’iraniano, in quanto medico, era uno dei pochi che sapeva scrivere e aveva usato la sua calligrafia migliore, mentre il turco si rivelò abile nel cucire in una piega dei miei pantaloni il messaggio, affinché le guardie non lo scoprissero durante l’ispezione corporale.

“Ricordati di noi, quando sarai dal Papa”

Pakistani e arabi avevano a lungo discusso sul tono dell’appello al Santo Padre, che consideravano una specie di ayatollah vestito di bianco. Infine si decisero a rivolgergli un appello, per ricordare che nell’inferno dei vivi del penitenziario di Pul i Charki, alla periferia di Kabul, sopravviveva a stento una settantina di prigionieri stranieri. Non si trattava di detenuti qualunque, ma dei volontari della Guerra santa che avevano combattuto al fianco dei mujaheddin, i partigiani islamici impegnati contro l’invasore sovietico dell’Afghanistan. Gente come Osama Bin Laden, che risposero al richiamo del Jihad. Con loro passai gli ultimi due, dei sette mesi di carcere duro dopo essere stato catturato dall’esercito filosovietico di Kabul, alla fine di un lungo reportage sui monti afghani con i ribelli dell’indimenticato Ahmad Shah Massoud (vedi box). Nel giugno del 1988 venni liberato, grazie all’intervento del presidente Francesco Cossiga, ma giurai ai combattenti del Jihad che avrei portato il loro messaggio a Giovanni Paolo II. Alla vigilia dell’ennesima partenza verso l’amato e odiato Afghanistan è questo il ricordo che mi riaffiora, mentre al crocevia dell’Asia centrale si sta preparando la rappresaglia di Washington per il devastante attacco terroristico all’America.

L’incontro con Giovanni Paolo II

La storia dell’appello si concluse con un incontro a quattr’occhi con Giovanni Paolo II, grazie a don Massimo Camisasca della Fraternità sacerdotale di San Carlo Borromeo. Mi inginocchiai davanti al Papa in una piccola baita, dove stava indossando gli abiti talari per una messa sull’Adamello. Gli consegnai l’appello dei prigionieri dimenticati, gli raccontai le sofferenze in quelle catacombe moderne, che erano le carceri di Kabul e rimasi impressionato della sua sensibilità nei confronti dei musulmani. Qualche tempo dopo fui informato che il Vaticano si era mosso presso le Nazioni Unite, per cercare di alleviare le pene dell’Afghanistan. I miei compagni di carcere iraniani, del famigerato blocco degli stranieri, furono liberati nel 1989, quando i sovietici si ritirarono, il giovane turco che aveva solo 17 anni venne graziato e degli altri non si seppe più nulla. I resti di alcuni li ritrovai tre anni più tardi, quando i mujaheddin entrarono trionfalmente nella capitale abbattendo il regime filocomunista di Kabul. A pochi chilometri dal penitenziario di Pul i Charki, un poligono dell’esercito era stato trasformato in mattatoio disseminato di fosse comuni, dove erano stati sepolti migliaia di prigionieri dell’ex regime.

A tu per tu con i kamikaze

Bin Laden, allora, era un illustre sconosciuto, ma ritrovai i suoi uomini nell’infuocata estate del 1998, quando gli americani lanciarono una raffica di missili sull’Afghanistan, dopo i micidiali attentati contro le loro ambasciate in Kenya e Tanzania, che provocarono oltre duecento morti. Kamikaze sempre più giovani e votati alla causa, che si leccavano le ferite nella loro marqaz (base) alla periferia di Muzafarrabad, capitale del Kashmir pakistano. In Afghanistan si erano addestrati proprio per la liberazione di questo fazzoletto di terra sul tetto del mondo, conteso fra India e Pakistan fin dal 1947. Due giovani del Jihad mi vennero a prendere in piena notte per portarmi alla base di “Al Badar mujaheddin”, uno dei gruppi legati a Bin Laden. «Negli anni Ottanta quando ci sacrificavamo per fermare l’Armata rossa in Afghanistan, con l’aiuto dell’America e dell’Europa, ci chiamavano combattenti per la libertà. Ora, che non facciamo più il loro gioco, ci bollano come terroristi» mi spiegava l’emiro Bakt Zamin, comandante supremo dell’organizzazione. Barbone grigio e occhiali scuri aveva studiato per avvocato, ma fin dagli anni ottanta era diventato un guerrigliero fra i monti afghani. La sua base era stata battezzata Shaid, che significa martire e come simbolo usava due scimitarre incrociate ed insanguinate. Assieme ai kamikaze di Allah, che non superavano i 20-25 anni, ho mangiato riso e pollo con le mani, seduti per terra a gambe incrociate. Hamza con i lineamenti arabi ed il barbone nero come la pece assomigliava ad un brigante. Jassim, che parlava inglese era l’intellettuale del gruppo, con una barbetta appena accennata.

Martirio e Internet

Tutti indossavano tuniche e pantaloni a sbuffo, tipici di quelle latitudine e lasciavano le armi, soprattutto fucili mitragliatori kalaschnikov, distrattamente sparse qua e là, mentre un giovane arabo sembrava più interessato a smanettare su un computer collegato a internet. Potevano anche sembrare bravi ragazzi, a parte il loro motto: «Nel nostro esercito troverai la salvezza, il Profeta è la nostra guida, il Jihad la nostra strada ed il martirio la nostra speranza». Qualche settimana dopo riuscii a raggiungere Kandahar, la città afghana dove risiede il misterioso leader guercio dei talebani. Un folto gruppo di volontari pakistani della Guerra santa facevano anticamera nell’antico palazzo monarchico, divenuto fatiscente quartier generale del regime fondamentalista, che controlla il 90% dell’Afghanistan. Scoperto che non ero americano qualcuno accettò di rivolgermi la parola, ma solo per discutere di calcio e chiedere informazioni su Ronaldo. In realtà attendevano, come starà accadendo oggi, di essere inviati al fronte da moullah Muhammad Omar, Amir Al-Mu’minin, ovvero il capo di tutti i credenti, leader indiscusso dei talebani.

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