
Fondi europei, l’Italia al bivio. O si semplifica la burocrazia oppure ne spenderemo sempre di meno
Nasce l’Agenzia per la Coesione, istituita con decreto legge sulla pubblica amministrazione che dovrà occuparsi della gestione dei fondi europei sul territorio. Ma una nuova agenzia a Roma per la gestione dei fondi europei potrebbe aiutare l’Italia a sprecare un po’ meno di quanto già non faccia con i soldi (dei contribuenti) che provengono da Bruxelles, rendendo più virtuoso il sistema di finanziamento ai progetti. Oppure potrebbe anche rivelarsi l’ennesimo carrozzone pubblico che assomma lungaggini burocratiche a maggiori costi, con l’effetto di allungare ulteriormente i tempi e il rischio di far perdere ancora più soldi agli imprenditori italiani.
Carlo Lingua, fondatore di Brics Consulting e che da anni si occupa di finanziamenti europei alla cultura, è prudente nell’esprimere un giudizio sulla utilità o meno dell’agenzia e a tempi.it ricorda quali sono i problemi che l’Italia ha nella capacità di spendere i fondi. Per il settennio 2007-2013, infatti, la programmazione per il Belpaese ammontava a 50 miliardi di euro, mentre ne sono stati spesi meno di 20. E proprio in questi giorni l’Unione europea, che deve ancora approvare il bilancio, sta discutendo la prossima programmazione (2014-2020).
A cosa si fa riferimento quando si parla di fondi europei?
A quei soldi che l’Unione europea mette a bilancio dopo averli prelevati da una quota delle tasse che come italiani paghiamo ogni anno, destinandoli poi a priorità specifiche come possono essere, per esempio, lo sviluppo dell’economia della conoscenza piuttosto che lo sviluppo di determinate aree europee. Si dividono in fondi diretti, che sono quelli direttamente gestiti dalla Commissione europea e a cui i cittadini possono ricorrere autonomamente – che io penso rappresentino il futuro anche se tutti si ostinano a parlare di quelli indiretti – e fondi indiretti, che sono quelli dati in gestione dall’Europa agli Stati membri e alle singole Regioni. A questi si fa riferimento quando sui giornali leggiamo nomi e sigle come Fesr, Por e Obiettivo 1.
Perché l’Italia fa fatica a spendere i soldi dei fondi europei?
I problemi sorgono perché alla normativa europea si sovrappone quella civilistica italiana che di solito comporta tempi lunghi e complicazioni burocratiche quando ad entrare in gioco sono Province e Regioni. Con il rischio che chi vuole ricorrere ai bandi vada fuori tempo massimo. E a quel punto è troppo tardi: i soldi sono da restituire all’Unione europea.
L’Agenzia per la Coesione istituita dal decreto legge sulla p.a. potrebbe essere di aiuto?
Dipende. Se dovesse servire a migliorare la procedure per le gare pubbliche, l’aggiudicazione e i controlli successivi, rendendo il sistema più virtuoso, riducendo i tempi e di conseguenza anche i costi, allora potrebbe costituire un fatto positivo. Io me la immagino così. Ma se dovesse trattarsi, invece, di un’ulteriore complicazione burocratica e costosa, sarebbe meglio non averla.
I fondi europei non sono uno spreco di soldi pubblici?
Più che di uno spreco direi che si tratta di trasferimenti, soldi tolti a qualcuno, alla collettività, con le tasse e dati ad altri con i bandi. Personalmente preferirei pagare meno tasse e avere meno fondi, ma non è così e mi adeguo. Inoltre, da un punto di vista giuridico, i bandi europei sono scritti molto bene, sono precisi, e questo è positivo, mentre a volte sono i controlli successivi ad essere approssimativi e saltuari.
Perché è un bene che i bandi siano scritti bene?
Perché, se sono chiari nelle richieste, è più facile capire quali sono i requisiti da rispettare nei progetti: la risposta, di solito, è già nella domanda. Il difficile, invece, è sapersi destreggiare nella giungla dei siti internet e delle agenzie dell’Unione europea dove i bandi sono pubblicati: come si suol dire, «troppa informazione equivale a nessuna informazione».
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