
Lettere al direttore
Finkielkraut, Prosperi, Sui tetti: costruire luoghi per una cultura nuova

Caro direttore, vorrei sottolineare alcuni aspetti interessanti di quanto mi è capitato di vivere in quest’ultimo mese dal punto di vista dell’esperienza culturale, che costituisce una dimensione essenziale di ogni vita ed in particolare della vita segnata dall’incontro gratuito con la comunità cristiana. Cristo, infatti, ha portato con sé una vita nuova e, quindi, anche un pensiero nuovo, affidandolo alla comunità di coloro che Lui stesso ha chiamato.
Un primo fatto che ho salutato con grande soddisfazione è stato l’intervento, effettuato il 18 maggio, da Davide Prosperi, presidente della Fraternità di Comunione e liberazione. Rivolgendosi ai membri dell’Associazione Italiana Centri Culturali, Prosperi ha svolto organicamente il tema “Cultura: essere per Cristo”. Il suo intervento è andato oltre l’occasione di rivolgersi ad un gruppo di operatori di cultura: ha descritto una dimensione che non può essere imprigionata in un “settore”, perché, ripeto, riguarda l’intera vita stessa di ogni comunità cristiana cattolica, che appartenga all’esperienza di Cl oppure no. Se desideriamo “essere per Cristo”, non possiamo non impegnarci quotidianamente perché la realtà sia affrontata con il criterio assolutamente nuovo che Cristo stesso ci ha testimoniato e annunciato. Senza di questo, a mio parere, non potremmo neppure essere presenti efficacemente con le nostre opere di carità e con il nostro slancio missionario. Già nel 1959 il servo di Dio don Luigi Giussani scriveva che «l’integralità delle dimensioni (cultura, carità, missione, ndr) di un gesto non è semplicemente questione di ricchezza o di pienezza, ma è una questione addirittura di vita o di morte per il gesto stesso, poiché senza l’impostazione almeno implicita di tutte le sue fondamentali dimensioni, il gesto non è povero, ma addirittura manca di verità, è contradditorio alla sua natura, è ingiusto». Una solida cultura cristiana ci permette di dare le ragioni della nostra fede e ci impedisce di conformarci a quello che Gesù indica come “mondo”. Sotto questo profilo, mi è parsa molto appropriata l’annotazione di Prosperi (detta con molta discrezione) con la quale ha sottolineato che nel dialogo con il mondo sia giusto affidarsi alla “bellezza disarmata” dell’annuncio cristiano, ma che, visto come il mondo spesso si comporta e reagisce, a volte sia necessario anche avvalersi di una “bellezza armata”, che non è armata di fucili e coltelli (come capita ad esponenti di altre religioni), ma dei motivi gratuiti che ci hanno fatto dire sì a Cristo ed alla Sua Chiesa. Per questo, siamo chiamati a dar vita a “luoghi”, nei quali «il giudizio che nasce dalla fede getta una luce nuova, la luce del volto di Cristo Risorto, sulle vicende di tutti gli uomini e le donne del nostro tempo». Insomma, il giudizio praticato di Cristo ci apre ad una vita affascinante e instancabile, pronta a dialogare con il mondo anche per cercare il minimo di verità che si trova in ogni esperienza, ma lontani dalla tentazione di vivere e comportarci per farci piacere al mondo (che, peraltro, sembra mirare a farci scomparire).
Nei giorni 14-16 giugno, poi, ho partecipato nella bella Caorle ad una nuova edizione degli incontri organizzati da Tempi sotto il titolo di “Chiamare le cose per nome”, durante i quali sono stati consegnati i premi “Luigi Amicone”. Tutto molto interessante. In particolare mi ha colpito l’intervento, in collegamento, di Alain Finkielkraut, che ha dimostrato di essere un vero uomo libero, insofferente ai luoghi comuni (fatti passare come idee progressiste) imposti dal pensiero comune prodotto dal cosiddetto politicamente corretto. Mi ha colpito come il filosofo francese, pur non essendo dichiaratamente credente, abbia il coraggio (per il quale paga un caro prezzo, che lo rende “solo” nel panorama culturale francese) di rimanere attaccato a quella che don Giussani definirebbe come “esperienza elementare” e che Chesterton riferirebbe all’“uomo comune”. È spietatamente chiara la critica che egli propone a chi è ossessionato dalla “tradizione”, fino a negare ogni ragionevolezza ai propri comportamenti ed alle proprie stravaganti idee, che stanno portando a conseguenze mostruose, come, ad esempio, il ridare fiato all’odio verso gli ebrei. Una voce consolante quella di Finkielkraut, che fa sperare che possa rinascere un pensiero di verità in questo deserto pieno di bugie.
Infine, nei giorni 18 e 19 giugno si è tenuto a Roma il primo “Festival dell’Umano Tutto Intero”, organizzato dalla rete di associazioni “Ditelo sui Tetti”, coordinata dall’infaticabile e generosissimo Domenico Menorello. In un impressionante “tour de force” di incontri e di dialoghi a due o più voci, si sono affrontate tutte le questioni culturali e sociali e politiche cercando di rispondere a questa domanda: “Figli di quale uomo nel cambio d’epoca?”. Cioè, deve prevalere automaticamente ciò che viene imposto dal trionfo della “autodeterminazione” esasperata oppure è possibile creare un clima di dialogo nel quale porre serenamente le fondamentali domande umane in vista delle misure da assumere, anche politicamente, per servire il bene comune? Molto provocanti le domande poste da Davide Rondoni (l’uomo è comunque spezzato ed ha bisogno di un salvatore), da Stefano Zecchi (l’uomo moderno ha fatto fuori la bellezza), da Francesco Botturi (l’uomo moderno si trova imprigionato in una idea di libertà autoreferenziale), da tanti altri, con una relazione finale magistrale del Segretario di Stato vaticano cardinale Pietro Parolin, che ha descritto tutto il malessere dell’uomo moderno, invitando i cristiani a testimoniare comunque la bellezza e la positività dell’esperienza cristiana. Questa testimonianza è stata data anche in quei due giorni, durante i quali mi ha colpito l’esperienza di unità vissuta da tutti i presenti.
Insomma, caro direttore, è stato un mese durante il quale ho percepito che, malgrado tutto, persiste la presenza di una tenue fiammella che, se ben custodita e curata, può riaccendere il fuoco (leggasi santa Caterina da Siena) di una presenza cristiana di cui tutto il mondo ha bisogno. Più fiducioso, dunque, ma anche più carico di responsabilità. Ma sappiamo che Gesù, anche con l’intercessione dei suoi santi, rende lieve il peso della responsabilità.
Peppino Zola
Grazie a te Peppino, per tutto quel che fai e per essere stato con noi a Caorle. I luoghi esistono se ci sono persone disposte a “compromettersi”, cioè a esserci.
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Caro direttore, dopo tanto tempo ci tengo a scriverti una lettera perché colpito dalle tante guerre che ci sono in giro per il mondo e che causano morte e sofferenze. Dobbiamo pregare per la pace, in particolare i santi e i nostri cari in cielo come don Luigi Giussani e don Giacomo Tantardini. Lo dico a tutti: a quelli che leggono Tempi e anche a quelli che Tempi lo fanno. Insistiamo, insistiamo, insistiamo con Dio perché ci ascolti. Io lo faccio.
Benedetto Frigerio
Caro Ben, insisteremo.
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Caro direttore, un prete che per Natale mette in chiesta un presepe da dove elimina san Giuseppe ma ci mette due Madonne per spiegare al popolo che le coppie arcobaleno sono anche loro un tipo di famiglia è un prete pirla o un pirla prete?
Guido Clericetti
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Quando Papa Francesco al G7 di Borgo Egnazia (Brindisi 13-15 giugno) ha abbracciato l’austero Presidente del sub continente indiano, il neo eletto Modi, le telecamere hanno dovuto rimanere sulla scena più a lungo del solito.
L’abbraccio sembrava non finire mai e il Papa continuava a stringere a sé quest’uomo dalla candida barba e chioma. Penso che anche il Presidente Modi fosse sorpreso da questo calore umano e non potendosi divincolare ha accettato e continuato a stringere e lasciarsi stringere dal Vescovo di Roma in sedia a rotelle. Ha dovuto abbassarsi un poco e questo può far bene ad un “potente della terra”, come vengono definiti i leader moderni. Specialmente per chi vanta di avere nei segreti arsenali la bomba atomica, il peggio del peggio fra i deterrenti militari. Alla povera gente e ai comuni cittadini non importa molto la “deterrenza” ma i potenti della Terra si affrontano così. A suon di bombe. Ma davanti al Vescovo di Roma in sedia a rotelle tutta lo loro apparente forza deterrente era disarmata dal sorriso limpido e dagli abbracci. Così dovrebbe essere fra persone sembrava dire il Papa, anzi lo esigeva con simpatica testardaggine.
La stessa “sorte” è spettata al Presidente brasiliano Lula, quasi conterraneo del Papa venuto dall’altra parte del mondo. E così al Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che il 15 maggio scorso ha confermato la conversione in moschea della chiesa bizantina di San Salvatore in Chora, che negli ultimi 79 anni è stata uno dei musei simbolo della città di Istanbul. La stessa cosa era avvenuta per la conversione in Moschea della meravigliosa basilica di Santa Sofia nel 2020. Ma l’amicizia della Fratellanza Universale firmata da Papa Francesco e l’Imam Ahmad al-Tayyeb di Al Azhar negli Emirati Arabi il 5 febbraio 2019 va ben oltre le decisioni umane immediate. Papa Francesco si rivolge al cuore delle persone e con gli abbracci riporta tutto a come dovrebbe essere. Il Presidente Biden ha appoggiato la sua fronte a quella del Papa e anche il Presidente canadese Trudeau non ha potuto resistere alla carica umana di Francesco.
Più delle parole gli abbracci possono ottenere risultati insperati. Almeno nel cuore, perché alla fine le cariche onorifiche di responsabilità passeranno. Un unico grande dispiacere sembrava passare sul viso del Papa, l’assenza del Presidente Putin per quella scelta “insensata”, come l’ha più volte definita il presidente Mattarella.
Alla fine di tutto potremmo dire insieme al Papa: finché ci sono abbracci c’è speranza.
Gabriele Soliani
Speriamo. Speriamo che sia come dica lei, ma io temo che molti siano “abbracci” di Giuda.
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