Femministe? No, libertarian

Di Respinti Marco
27 Ottobre 2000
Lontane anni-luce dalla paccottiglia di “Baise moi” (il film vietato in Francia e naturalmente accolto molto favorevolmente in Italia dalla critica illuminata e di sinistra), le femministe d’antan sono diventate tanto radicali da trasformarsi in anti. Nessun pentitismo. Solo non ne possono più del sessismo come strumento di potere. E così corrono un grande rischio. Ecco un campionario di personaggi e d’idee tanto controcorrente da apparire talvolta normali. Storie e avventure di Camille Paglia, Elizabeth Fox-Genovese e Wendy McElroy

Che Camille Paglia non sia “politicamente corretta” non è certo una scoperta né clamorosa, né recente. Ma il bello della questione è che, teoricamente, la giornalista e scrittrice nordamericana dovrebbe stare nelle schiere di quei “moralisti progressisti” che bollano con il marchio dell’infamia ogni voce dissenziente dalla nuova ortodossia di questa nostra epoca caratterizzata (per citare lo scienziato della politica Eric Voegelin) dal “divieto di fare domande”. E invece no. Camille ha scelto di non accoccolarsi acquiescente ai piedi dei “nuovi padroni”. È accaduto alla fine di agosto. Sul web — la controversa autrice del noto “Sexual Personae” scrive, fra l’altro, per la rivista telematica “Salon.com” — scoppia una polemica e la Paglia si scopre dalla parte del collega David Horowitz, ex amico degli esponenti più arrabbiati del “black power” e oggi politologo e attivista neoconservatore filorepubblicano, autore di veri e propri best-seller sul vero volto di quegli anni poco formidabili. Da noi lo chiamerebbero un ex sessantottino. Su Time, Jack E. White lo mette all’indice dandogli del settario per la sua “scorrettezza politica” e la “grande Camilla” prende carta e penna per difenderlo. “Rispetto — scrive — l’astuto e rigorosamente non sentimentale David Horowitz come uno degli analisti politici più originali e coraggiosi d’America. Possiede il vero spirito degli anni Sessanta: audace e irriverente, eppure appassionatamente impegnato a cambiare la società”. Quando la “destra” e la “sinistra” s’incontrano oltre gli schieramenti, uniti contro l’omologazione. Horowitz, il contrario stesso di un baciapile, ha… acceso la Paglia. Eppure è uno dei più caustici castigatori della retorica femminista. Camille lo sa e non si scandalizza: anche lei detesta il “chiodo scaccia chiodo”, il “women power” al posto del “men power”.

Femminista sarà lei
Il femminismo non è la storia della mia vita. Se lo dice un uomo o un angelo del focolare, non fa notizia. Ma se a scriverlo è Elizabeth Fox-Genovese succede un putiferio. Lei lo ha fatto addirittura con un libro, che così s’intitola e che nel proseguio recita: “Come l’odierna élite femminista ha perso contatto con le vere problematiche delle donne” (“Feminism Is Not the History of My Life: How Today’s Feminist Elite Has Lost Touch With the Real Concerns of Women”, Doubleday-Anchor, New York 1996). Qualche anno prima se n’era uscita con “Feminism Without Illusions: A Critique of Individualism” (The University of North Carolina, Chapel Hill 1991), inizio del suo “revisionismo”. Già, perché per decenni la Fox-Genovese è stata la grande sacerdotessa del femminismo rampante, aggressivo e liberal, degli Stati Uniti d’America. Accanto a lei ha militato il marito, Eugene Dominick Genovese, tra i più noti specialisti di storia “sudista”. Marxista puro fino al 1996. La Sinistra li ha entrambi osannati a lungo e di Eugene, negli anni caldi dell’Italia, prima Einaudi e poi gli Editori Riuniti dell’allora PCI, affascinati dal suo abbondare in dati economici e statistici, hanno rispettivamente pubblicato “L’economia politica della schiavitù: studi sull’economia e la società del Sud schiavista” (Torino, 1972) e “Neri d’America” (Roma 1977). Poi, scottati, i sinistri han finto di nulla. Esito di un percorso umano e culturale non privo di difficoltà e di tensioni, sia Eugene che Elizabeth hanno oggi gettato alle ortiche lotta di classe e guerra fra i sessi. Eugene, una sorta di “François Furet americano”, ha scoperto che il materialismo dialettico ammutolisce la storia e, in specifico, non aiuta affatto a comprendere le dinamiche di una società complessa come quella “sudista” di prima della Guerra Civile nordamericana, 1861-1865. Elizabeth — addottoratasi ad Harvard e oggi docente di Storia alla Emory University di Atlanta, dove è pure membro dei Dipartimenti di Letteratura comparata e di Studi femminili — è diventata il più gettonato critico dell’ideologia femminista nei campus e nei talk-show, ma pure nei simposi accademici d’America.

Caccia alla volpe
Secondo la Fox-Genovese, il “femminismo ufficiale” è ben lungi dal promuovere quella pari dignità fra uomini e donne che è la chiave stessa della sopravvivenza della specie umana. Conoscendo bene i “segreti” di un mondo che ha frequentato per anni, coglie sempre in castagna le sue “colleghe”. Per questo le femministe la vedono come il fumo negli occhi, temendola come le galline fanno con quella volpe — in inglese fox — di cui Elizabeth porta il nome. E lei volpe, nel senso di donna argutamente astuta degna del miglior Esopo, lo è davvero. Non è mica passata armi e bagagli con gli “odiati maschilisti”. No davvero. Semmai è ancora più femminista di quelle che le “ex” come lei definiscono “pseudo”. La vicenda è curiosa e interessante. Racconta di un anticonformismo così spinto, di un dissenso tanto poco accomodante e irenistico da compiere una rivoluzione completa, una rotazione perfettamente tonda e quindi ampia al punto da tornare al principio, all’origine. In questo caso, alla normalitas del buon senso. E di una volpe che da cacciata si è fatta cacciatrice. Da storica qual è, la Fox-Genovese ritiene che i legami che da sempre uniscono gli uomini ai propri figli e alle donne che li generano (questa la sua definizione di “civiltà”) abbiano subìto due enormi scossoni dopo la Seconda guerra mondiale per effetto prima della rivoluzione economico-tecnologica, poi di quella sessuale. Ma non sono le masse, nemmeno se organizzate da qualche capo-rione, a poter invertire la rotta: sono invece i singoli uomini e le singole donne, impegnati in una quotidiana opera di (ri)costruzione di quelle microrelazioni interpersonali capaci di ridare dignità all’essere umano, maschio o femmina che sia.

Tutti a pranzo da Wendy
Wendy McElroy è una vera e propria icona della rivoluzione femminista antifemminista. Al suo confronto Camille Paglia è un’educanda ed Elizabeth Fox-Genovese una scolaretta. Alla scuola dei Ludwig von Mises, dei Murray Newton Rothbard e delle Ayn Rand, si definisce individualista, anarco-capitalista e libertarian (dizione filosofico-filologicamente più corretta dell’ambiguo italiano “libertario”). Alberto Mingardi, che l’ha intervistata per il volume “Etremisti della libertà. Dialoghi sul libertarismo nell’epoca di Internet” (Facco, Treviglio [Bg] 1999), afferma che la sua biografia non è proprio quella di una suorina. La vita privata di Wendy interessa qui molto poco. Né, in questa sede, sue pubblicazioni quali “Queen Silver: The Godless Girl” (Prometheus Books, Amherst [New York] 2000) — storia di Grace Verne Silver, eroina atea del femminismo morta nel 1998 — o “XXX: A Woman’s Right to Pornography” (St. Martin’s Press, New York 1995), in cui la McElroy sostiene da un lato che la pornografia non è affatto uno strumento di oppressione maschilista sulle donne, giacché molte rappresentanti del “gentil sesso” sono fattualmente coinvolte nella sua produzione così come pure sue fruitrici, e dall’altro che esiste un vero e proprio — e liberante — diritto (soprattutto delle donne) alla pornografia. Ma le suffragette non la amano. Colpa del suo “Sexual Correctness: The Gender-Feminist Attack on Women” (McFarland, Jefferson [North Carolina] 1996). Ossia: il peggior nemico delle donne sono le femministe classiste. Queste, dette “femministe della differenza”, concepiscono gli uomini e le donne come due classi sociali perennemente l’una contro l’altra armata. Invece Wendy afferma che sia gli uomini sia le donne subiscono storicamente le angherie di un potere autoreferenziale e fine a sé stesso che ne minaccia la libertà e la proprietà (la seconda strumento della prima), dunque l’esistenza. La liberazione della donna è, cioè, caso specifico della liberazione degli esseri umani dal dispotismo, che sempre statalizza la società e le persone. Ovvio. Tanto ovvio da essere normale. Così estremistico da essere di buon senso. E tale perché rende conto della realtà, oltre ogni astratta speculazione.

No Woman, No Cry. Pro Woman, Pro Life
“Donne ‘giuste’” è lo slogan di Stephanie Herman e di Carolyn Gargaro, aggressive, giovani e carine titolari di “Rightgrrl!”: non solo un ringhio, ma anche un sito Internet. E un tipo umano. Le ragazze sbarazzine e disincantate che dalle mene femministe classiche distano anni-luce. Ma che pure si definiscono femministe. L’autodescrizione di Carolyn (attivissima navigatrice della rete e webmaster di professione) spiega tutto, o quasi: donna, femminista, antiabortista, conservatrice, libertarian, amante dell’heavy metal, fan della principessa Diana e di madre Teresa di Calcutta. Ovvero: il femminismo è mio e lo gestisco io. Non le femministe comandate e telefonate che obbediscono pavlovianamente ai segnali dei capoccia. E a Washington ci sono le “Feminists for Life of America” (fra cui anche degli uomini). Filosofia semplicissima: “A favore delle donne, a favore della vita”. Quasi un sillogismo. Nella migliore tradizione delle suffragette storiche. “Considerando che le donne vengono trattate come proprietà — ebbe occasione di affermare Elizabeth Cady Stanton, nota leader del movimento per i diritti delle donne, il 16 ottobre 1878 —è degradante pensare che le donne trattino i figli come cosa propria di cui disporre a piacimento”.
Viva le donne.

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