Ma quale patriarcato, secondo Rep. è l’ecoansia a provocare i femminicidi

Di Piero Vietti
05 Aprile 2025
Sul quotidiano che fa catastrofismo ambientale e attacca gli uomini etero Stancanelli dice i giovani maschi uccidono perché spaventati dal futuro del pianeta. La soluzione? «Mantenere l’allarme sul clima ma liberare i ragazzi dall'angoscia della fine»
Cartelli contro la violenza sulle donne e in ricordo di Giulia Cecchetin all'esterno dell'università di Palazzo Nuovo, Torino, 21 novembre 2023 (Ansa) femminicidi
Cartelli contro la violenza sulle donne e in ricordo di Giulia Cecchetin all'esterno dell'università di Palazzo Nuovo, Torino, 21 novembre 2023 (Ansa)

Fermi tutti. Al lungo elenco di cause che provocano i femminicidi – il patriarcato, il maschilismo, l’eterosessualità tossica del maschio occidentale, la religione ma solo se cattolica – da oggi bisogna aggiungerne un’altra: l’ecoansia. Muoiono ammazzate due ragazze e alla scrittrice Elena Stancanelli su Repubblica viene in mente un dialogo tra una sua amica che vive negli Stati Uniti e la figlia ventenne: «Non avremmo tempo per diventare io una madre e tu una nonna, le ha detto la figlia, perché io e te moriremo insieme. Domani, dopodomani, presto». Per colpa dei femminicidi? No, per la paura che i sempre più giovani assassini di ragazze hanno del futuro. Chiaro, no?

Stancanelli dà la sveglia ai lettori di Repubblica: arrivati alla mezza età si capisce che un divorziato ammazzi la ex in mancanza di tempo per rifarsi una vita, ma un ventenne perché ammazza una ragazza che lo respinge? Perché il tempo è finito, non ci saranno altre ragazze, pensano «che niente di quello che possono fare ha senso perché un’onda, un incendio, un terremoto spazzerà via tutto in un istante, e questo istante sta per arrivare». E lo pensano perché glielo diciamo noi «da un po’». Naturalmente noi «lo facciamo per una nobile causa, perché chi può prende decisioni sensate le prenda, faccia scelte ecologiche, fermi le politiche che scaldano la terra e fanno sciogliere i ghiacciai», ma le conseguenze ci sono sfuggite di mano.

Femminicidi? È anche colpa dell’ecoansia

Insomma, Stancanelli ha scoperto perché i maschi uccidono: per ecoansia. Praticamente quel sentimento che Repubblica fomenta un giorno sì e l’altro pure da qualche decennio, trattando Greta Thunberg come un capo di stato illuminato, pubblicando foto di boschi in fiamme, orsi deperiti, appelli su come fermare i cambiamenti climatici, spiegandoci che «non c’è più tempo» perché «le vecchie generazioni hanno lasciato in eredità alle nuove generazioni una terra sfiancata, un orizzonte collassato, una precarietà senza prospettive» (Recalcati dixit), e chiedendo scusa a Greta «se non ti abbiamo preso sul serio (…) lo stiamo iniziando a capire, a vedere, cosa intendevi quando parlavi di siccità, incendi e ghiacciai che fondono (…) Avevi ragione, avevano ragione. E noi torto».

Non siamo così naïf da non sapere che, sebbene ingigantita dagli stessi media che la alimentano, la preoccupazione per il futuro climatico del pianeta incide realmente sulla salute mentale di bambini e ragazzi, in un cortocircuito paradossale nel quale gli adulti terrorizzano i più piccoli sul clima e poi si dicono preoccupati dal loro terrore; ma da qui a stabilire che i ragazzi più giovani uccidono le proprie fidanzate o ex ragazze perché in ansia per il futuro del pianeta ce ne vuole.

«La fine è vicina», ma «perché i ragazzi hanno paura della fine?»

Anni di allarmi sulle risorse del pianeta finite, sull’orologio della Terra ormai agli sgoccioli, sui disastri naturali causati sempre e solo dalle attività umane, e poi Stancanelli un bel giorno arriva e si chiede come Pollyanna toh, «come si possono avere progetti, figli, come si può avere la lucidità di pensare che la vita è un posto dove le cose accadono, ci si innamora, ci si lascia, ci si innamora di nuovo, se l’unico pensiero che abbiamo è “il domani non esiste”?».

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Nella sua supercazzola generazionale sulla pagine del giornale che quotidianamente grida all’ebollizione globale e al maschio bianco progettato per uccidere Stancanelli si chiede «cosa possiamo fare per mantenere l’allarme sul clima ma liberare i ragazzi e le ragazze da questa angoscia della fine». Una fine, sia chiaro, che anche per l’editorialista è vicina, vicinissima: «Gli esseri umani scompariranno dal pianeta? È possibile. Accadrà presto? Anche questo è possibile. Ma ogni esistenza è governata dalla morte». La diagnosi finale è che non sappiamo più cos’è la morte non per colpa dei social ma «perché la morte e il futuro sono diventati la stessa cosa». In effetti come si permettono questi ragazzi a non essere attraversati da ondate di ottimismo, se la classe intellettuale di riferimento del Paese la pensa così?

Cosa c’è davvero dietro ai femminicidi?

La scrittrice ha ragione da vendere a collegare i femminicidi a una ragione più grande di tutte quelle addotte da Repubblica per spiegare i femminicidi (ricordate Francesco Piccolo su Turetta? «C’è un gancio che unisce i nostri comportamenti quotidiani e i fatti estremi. E quel gancio è: come sono fatti gli uomini, e cioè: come siamo fatti». O Michele Serra sulla «malattia del maschio»? E Giannini, «ogni maschio dovrebbe guardarsi dentro e dire: “Non temo il Giambruno in sé, temo il Giambruno in me”»?). Lo abbiamo scritto tante volte anche noi: una responsabilità più grande c’è, ma non è quella di “essere uomini”. Soltanto non immaginavamo fosse l’ecoansia.

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