Fate un dono e solleverete il mondo

Di Pietro Piccinini
19 Marzo 2020
E se la soluzione alla crisi della modernità venisse da una dinamica che la nostra economia e la società occidentale non riescono neanche a concepire? La tesi contromano di Bernardino Casadei, l’uomo che ha portato in Italia l’intermediazione filantropica

Articolo tratto dal numero di Tempi di aprile 2019.

Sperequazione, paura, sfiducia, disagio, ingiustizia. I frutti marci della crisi del sistema occidentale sono sotto gli occhi di tutti. Ma le alternative? È raro imbattersi in qualcuno che abbia il fegato per proporre una soluzione, una via d’uscita dall’avvitamento della modernità verso il declino. Ecco, Bernardino Casadei un piano ce l’ha. Non che s’illuda di aver trovato la ricetta per salvare l’umanità in tre giorni. Ma la sua idea potrebbe cominciare a rivoluzionare il terzo settore e da lì insinuarsi come un dubbio (un dubbio positivo, per una volta) in tutti gli altri comparti dei commerci e delle relazioni umane, per cambiarli in meglio. 

Casadei è una di quelle persone di molta sostanza e poca appariscenza che però quando cominciano a raccontare di sé sembra assurdo non averne mai sentito parlare. Nel mondo del no profit è un’autorità assoluta. Padre di quattro figli adottivi, è l’uomo che ha “inventato” l’intermediazione filantropica in Italia, avendo immaginato e condotto per più di un decennio il progetto di Fondazione Cariplo per la diffusione delle cosiddette fondazioni di comunità nel nostro paese (secondo l’Università di Heidelberg, uno dei migliori esempi di filantropia a livello europeo).

Bernardino Casadei

Non solo. Casadei ha anche dato vita e guidato a lungo Assifero, l’associazione di categoria delle fondazioni e degli enti di erogazione, oltre ad aver collaborato allo sviluppo del primo sistema informatico europeo pensato ad hoc per il settore e ad aver concepito il primo “master per promotori del dono”, in corso all’Università dell’Insubria. È uscito dal suo ingegno pure l’impulso che ha portato alla nascita, in collaborazione con Fondazione Allianz Umana Mente, della Fondazione Italia per il Dono Onlus (Fido), un potenziale uovo di Colombo per chiunque desideri sostenere opere di interesse generale. E attraverso la quale, tra parentesi, anche questo giornale ha in programma di supportare qualche progetto per il futuro, con l’aiuto di amici e lettori (aggiornamenti a prestissimo).

Tutto questo Casadei lo ha fatto con in testa ben chiaro l’obiettivo di seminare e coltivare l’idea rivoluzionaria di cui sopra, che lui chiama appunto “la cultura del dono”.

Dottor Casadei, come è arrivato alla cultura del dono pensando alla crisi della modernità?

Per risollevare un mondo in crisi bisogna trovare una leva. Ma per “fare leva” serve qualcosa di esterno a quel mondo, come insegna la fisica. Io penso che questa leva possa essere il dono, una cosa che la modernità ha ignorato.

Che cosa intende quando dice dono?

Il dono è uno scambio totalmente libero: io sono libero di donare o non donare; tu sei libero di accettare o rifiutare, di ricambiare, completando il dono, oppure no. È una scommessa sull’altro. 

In che modo questa scommessa dovrebbe aiutarci a uscire dalla crisi? 

Il dono può aiutarci a superare i paradossi della nostra società. Una società straricca che non sa dare risposte ai bisogni fondamentali e che spreca una marea di risorse; dunque una società inefficiente, benché coltivi il mito dell’efficienza. Una società in cui calano i crimini ma monta il senso di insicurezza. Una società fondata sulla democrazia, dove però un numero crescente di persone non ha più fiducia nella politica e nel voto. Una “società del benessere” in cui aumenta in modo spropositato l’uso di psicofarmaci e droghe. Una civiltà che celebra la libertà, mentre questa si trasforma in un disvalore, nel «permesso dato agli uomini senza scrupoli di stabilire con la menzogna e con la frode il loro dominio sulle moltitudini dei semplici», per citare Piero Martinetti.

All’origine di questi paradossi c’è una mancanza di fiducia? Per questo si deve tornare a scommettere sull’altro? 

All’origine c’è una visione antropologica errata, quella di Thomas Hobbes. Hobbes diceva di essere stato partorito dalla paura: mentre sua madre lo dava alla luce in Inghilterra, la gente intorno si ammazzava, era l’epoca delle guerre di religione. Davvero la paura è il principio costitutivo del suo pensiero: l’uomo è ridotto a un soggetto che vive per soddisfare le sue utilità marginali, e c’è un Leviatano che interviene per evitare che si scannino tutti. Lo Stato e il mercato. È la visione dominante oggi, non c’è spazio per il dono, all’uomo non resta che la sopravvivenza e la soddisfazione dei propri istinti.

E invece?

Invece l’uomo è fatto immagine e somiglianza di Dio. E Dio è dono, no? Meglio scommettere su questo, alla Pascal. Perché se ha ragione Hobbes, allora la nostra vita è «una continua lotta per soddisfare in modo effimero effimeri bisogni», come dice Nietzsche. Un suicidio. Così si spiegano gli psicofarmaci e le droghe: si è costretti a vivere in una perenne distrazione, oppure a spararsi in bocca.

Come si fa a convincere una società così cinica a puntare sul dono? 

Il benessere, la gioia generati dal rendere felice un’altra persona sono reali. Ci sono studi neurologici a dimostrarlo, ed è un’esperienza che ognuno di noi ha vissuto. Allora perché diavolo rinunciare a quel piacere? Il tema non è altruismo/egoismo, quelle sono categorie inadeguate, così come il sacrificio di Kant. Il principio del dono è fare una cosa che si ritiene buona e giusta: può implicare un sacrificio, ma significa anche ricevere cento volte tanto in vita. «Misericordia io voglio e non sacrifici». Non è appena sacrificio il dono: è la modalità attraverso cui io affermo la mia umanità. Provi a parlare con qualunque donatore: quasi sempre le dirà che riceve molto di più di quel che dà. 

Quindi è questione di convenienza personale?

Alla fine sì. Quand’è che sono veramente felice? È un affare personalissimo, però io sono abbastanza convinto che la maggioranza delle persone a questa domanda risponderà: quando faccio qualcosa di bello. 

Lei sostiene che tutto il terzo settore farebbe bene a ripensarsi in questa prospettiva, anziché definirsi in negativo: no profit, non governativo, eccetera. 

Nel Regno Unito il terzo settore si chiama charitable. Da noi la parola carità è vietata, però quel che caratterizza il settore è proprio la capacità di incarnare la dimensione del dono. Se le realtà del settore si convincessero di essere una risposta a un bisogno fondamentale, all’esigenza che ogni uomo ha di affermare la propria umanità, non si limiterebbero a fare gli erogatori di servizi per conto terzi, o a starsene lì con il cappello in mano.

La cultura del dono può riguarda anche le imprese for profit?

In certa misura la dinamica del dono permea l’intera società, perfino i rapporti di lavoro salariato, come sostiene qualche premio Nobel (George Arkelof, ndr), benché la modernità la ritenga un residuo arcaico destinato a scomparire o a restare nella sfera personale. Se non si crea un rapporto di dono, l’impresa stessa non sta in piedi e non c’è modello McKinsey che tenga. Togliere alla persona la dignità riduce drasticamente la sua produttività: non si lavora solo per lo stipendio, specie in una economia basata sulla creatività.

Sta dicendo che senza la dinamica del dono un’impresa può perfino fallire?

Mi hanno raccontato un esempio. A Como una volta c’erano tanti cantieri che producevano barche e facevano affari d’oro. A un certo punto gli imprenditori hanno iniziato a mandare i figli a studiare ad Harvard, e dopo qualche anno i figli tornavano indietro con le tecniche più sofisticate. Ma quelle tecniche hanno finito per rompere le relazioni che reggevano l’ecosistema e moltissime imprese sono fallite. Erano aziende in cui a volte si stava su fino alle 3 di notte per finire una consegna, brontolando magari, però sapendo che in caso di bisogno il padrone ti sarebbe venuto incontro. 

Deve esserci un po’ di dono anche nel rapporto formalizzato. 

E se questa dimensione la elimini per imprimere una formalizzazione maggiore, finirai per distruggere tutto. In Max Weber c’è molto pessimismo perché la sua idea va a sbattere proprio contro la razionalità formale per cui tutto è strumentale, anche le persone. Non aveva la dimensione del dono con cui superarla. 

Perché oggi il dono è osteggiato? 

La società è pensata per un uomo privo di questa dimensione, infatti tutta la normativa guarda con sospetto al dono. Esempio classico: se perdo una casa a poker, chi l’ha vinta potrà venderla quando vuole; se invece quella casa io la dono, chi la riceve non potrà cederla finché non saranno passati vent’anni dalla mia morte. C’è il rischio che i miei eredi gli contestino la proprietà. L’intero nostro sistema si fonda su diritti soggettivi e interessi legittimi, proprio non coglie la dimensione del dono. La normalità è che le persone cerchino di ottenere il più possibile per sé, secondo l’idea che l’uomo sia un soggetto tutto teso all’accaparramento. Non ci si rende conto che l’uomo non è solo quello.

Un bel cambio di prospettiva. 

Di cambi di prospettiva la storia ne ha visti tanti. Il punto oggi è averla, una prospettiva. 

Per questo ha portato in Italia l’intermediazione filantropica?

Se il dono è destinato a ritornare centrale, occorre creare una infrastruttura per aiutare la gente a superare gli ostacoli burocratici e amministrativi che possono rendere il dono un mezzo inferno. 

Che cos’è in poche parole l’intermediario filantropico? 

È un ente che mette tutti gli strumenti più moderni della filantropia istituzionale a disposizione di chiunque li voglia utilizzare per realizzare i propri obiettivi filantropici. Invece di dover creare la tua fondazione, una fondazione tu di fatto ce l’hai già. Puoi “prenderla in prestito” risparmiando molti soldi e adempimenti che per i più sono ostacoli insormontabili.

Si prende in prestito una fondazione per fare che cosa?

Lo scopo può essere far passare o condividere certi valori all’interno di un gruppo. O ancora creare relazioni. Oppure perseguire determinati beni sociali. Per fare un esempio pratico: alcuni hotel di Como si accorgono che la manutenzione dei sentieri intorno alla città è per loro una priorità; anziché mettersi a fare lobby o a pagarsela tutta di tasca propria, usano il dono per cercare di riunire tutti i soggetti interessati allo stesso obiettivo, dagli altri albergatori a Legambiente fino ai semplici amanti delle passeggiate.

Ognuno dà qualcosa per un valore condiviso.

L’intermediazione filantropica mi aiuta a perseguire attraverso il dono quei mutamenti sociali che ritengo positivi per me. Che sono funzionali alla comunità, ma sono funzionali anche a me. Le due cose possono coincidere eccome.

«La stupefacente esperienza del dono». È la suggestione di Benedetto XVI usata da lei per dimostrare la necessità di «democratizzare la filantropia».

Presa dalla Deus caritas est, esatto. 

Democratizzare la filantropia serve a raccogliere più soldi?

No. La raccolta è il fine del fundraising. Nella promozione del dono lo scopo è la creazione della relazione, la raccolta è una conseguenza, ne è l’indicatore. 

Di qui la necessità di creare il master per promotori del dono.

L’obiettivo del master è proprio formare professionisti che aiutino le realtà no profit a non limitarsi al fundraising, ad acquisire coscienza del loro ruolo storico attuale. Quindi persone che abbiano una chiara formazione antropologica, e che imparino a vedere il dono per il potenziale che ha: io non ti chiedo aiuto, io ti offro l’opportunità di fare qualcosa di cui essere fiero, di vivere relazioni autentiche, di realizzare qualcosa di bello e di sensato per te e per la tua comunità. Bisogna superare l’ostacolo di una classe dirigente che questi concetti non li capisce, non riesce proprio a concepirli (e i frutti si vedono). 

Ha citato la carità in senso cristiano. Per i cristiani la carità è molto più dell’elemosina: arriva fino alla condivisione del senso della vita, Cristo stesso. Lei ha un intento missionario?

Che io fin da bambino abbia sempre voluto cambiare il mondo, questo è certo. Che io dopo essere passato attraverso il marxismo sia tornato al cattolicesimo perché è l’unico pensiero compatibile con la libertà, questo è altrettanto vero. Ciò detto, il mio obiettivo è umanizzare il mondo in cui vivo. Ovviamente mi porto dietro un retaggio culturale chiaro, ma potrei ripetere da capo tutto il discorso senza fare alcun riferimento alla religione cattolica. Perché è un discorso pienamente umano. Del resto il cattolicesimo stesso parla all’uomo in quanto tale. 

Lei, oltre a fare tutto il resto, ha creato e diretto per anni il Centro studi Augusto Del Noce, immerso nell’archivio personale del grande filosofo. C’entra anche lui con la cultura del dono?

Il dono non era un tema di Del Noce. La sua forza era l’analisi critica del moderno, e nel moderno il dono non esiste. Lui ha polverizzato il marxismo e il liberismo, creando uno spazio su cui era possibile costruire. Da lì sono partito. 

E si è messo a lavorare sulle fondazioni. Perché?

Perché non avendo proprietario, la fondazione non rientra nella logica dei diritti soggettivi. Il suo statuto di persona giuridica deriva dal Corpo mistico. In un certo senso assolutizza una verità.

Come, prego?

Nel Medioevo proliferavano realtà che si prendevano cura dei malati, dei poveri eccetera, attività caritatevoli nel vero senso della parola, che non si potevano ridurre alle persone che le portavano avanti. Ebbene, queste istituzioni in qualche modo incarnavano la terza persona della Trinità, lo Spirito Santo, perché erano la presenza stessa della carità. In quanto incarnanti lo Spirito Santo, erano persone per definizione, così hanno acquisito lo status di persone giuridiche. Un riconoscimento alla dignità dei valori che concretizzavano. Non a caso venivano chiamate enti morali. Diversamente le società commerciali, fino al 1942, per il codice civile non erano persone giuridiche, pur avendo le limitazioni delle responsabilità patrimoniali, proprio perché per essere persone bisognava avere una dimensione morale. Adesso invece questa dimensione di fatto nemmeno si contempla più, infatti la cultura giuridica s’è molto degradata anche in questo campo. Una volta un dirigente dell’Agenzia delle entrate mi ha spiegato che ormai le donazioni erogate nel momento della costituzione di una fondazione non sono più considerate come donazioni, ma come apporto di capitale analogo a quello di una società commerciale. Perfino in contraddizione con la norma vigente.

Nonostante il travisamento, il modello rimane valido?

Si costituisce una fondazione per assicurare che un valore riconosciuto come vero continui a essere perseguito nonostante sé. E un modo per proteggere una determinata volontà da se stessi. Purtroppo siamo in un’epoca decadente e la decadenza colpisce anche qui. Ma secondo me ci sono prospettive interessanti.

Il lavoro della Fondazione Italia per il Dono prenderà piede?

Ne sono certo, perché il mercato esiste ed è forte. Negli Stati Uniti la charity che registra più donazioni è l’intermediario filantropico creato dalla società di investimento Fidelity: raccoglie oltre 6 miliardi di dollari l’anno. Delle 10 principali charity americane, 8 sono di questo tipo. La domanda c’è e crescerà perché assistiamo a un enorme trasferimento intergenerazionale di ricchezze. Senza contare tutte le persone (sempre di più) che non hanno eredi a cui lasciarle. E noi stiamo facendo qualcosa di unico a livello mondiale. 

Che cosa?

Primo, intendiamo dar vita a uno “strumento paese”, che possa essere utilizzato da tutti, mentre per esempio in America Fidelity se n’è creato uno proprio, Jp Morgan un altro, eccetera. Secondo, Fido è strutturata anche come un vero e proprio incubatore al servizio di chi voglia costituire una fondazione autonoma.

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