
Farina racconta balle su Kalina? Repubblica legge le carte, ma non vede la realtà
Martedì 27 novembre. «Le carte dei pm smentiscono Farina. “Scrive il falso sulla ladra di bambini”».
Mercoledì 28. «Le carte dei pm smentiscono Farina: “Scrive il falso sulla rapitrice di figli”».
In 24 ore a repubblica.it sono stati capaci di cambiare un titolo, ma non di compiere un solo passo fuori dalle carte di una Procura.
Andare a verificare le condizioni di una reclusa che giace malmessa (tre anni fa le hanno tolto un brutto cancro e lei dice, ma si vede anche, che ancora non sta bene)? Andare in galera a visitare una donna che è in carcerazione preventiva da oltre sei mesi e che è ancora in attesa di giudizio? Non è roba da Repubblica. E perciò, bugiardo Farina – lo dicono i pm – se rispondendo a un appello di Radio Radicale è andato a San Vittore e ha trascritto per Tempi quello che ha visto. Esattamente.
«”Kalina! Kalina! Vieni ti cercano”. L’agente di polizia penitenziaria chiama ad alta voce, nella zona dove le detenute prendono l’aria a san Vittore. Nel cortiletto dipinto di verde per fingere il prato, forse, Silvia si alza da sotto il muro di cemento. Se ne stava accovacciata in mezzo alle altre, con una cartelletta blu in mano, ed è uno scheletro avvolta in qualcosa di grigio. Quanti anni avrà? Settanta, ottanta?».
Farina si sarebbe potuto fermare qui. Nell’incipit del suo resoconto per Tempi, c’è già tutto. C’è un nome che non interessa a nessuno, Silvia Kalina. E c’è il resto di una donna che appare confusa, abbandonata, impietrita. Una donna che dovrebbe essere ai domiciliari o in una casa di cura. Ma non lì. Al palo di tortura di una carcerazione preventiva senza appello e senza processo.
Ma cosa importa questa “cosa” a Repubblica? «Le carte dei pm smentiscono Farina». Già. Le carte. Le carte della Procura in cui Repubblica si infila, si spalma, si impalma. Carte dell’accusa che per Repubblica sono ovunque, sempre, invariabilmente, oro colato, crema solare, luminosa verità rivelata. Ma Kalina dov’è in quelle carte? Dov’è in quel fantasma nell’ora d’aria? Dov’è in quella cella di san Vittore dove si sta ammassati come maiali?
Kalina non c’è. Perché Kalina sono le carte di un’accusa che non è ancora passata al vaglio di un giusto processo, ma che per Repubblica sono carte da sentenza definitiva. Kalina è «Le carte dei pm smentiscono», «ladra di bambini», «rapitrice di figli» .
Per sovrabbondanza di contiguità con la sentenza non ancora sentenziata, Davide Carlucci, il giornalista e inviato di Repubblica nelle carte della Procura, rassicura: «I problemi oncologici della donna risalgono al 2009 e sono stati risolti con un intervento chirurgico. Le sue condizioni di salute non sono delle migliori, ma sono ritenute compatibili con la detenzione. E comunque sotto controllo». Certi, lo sanno anche gli oncologi, un brutto tumore operato nel 2009 e la perdita di 18 chili in sei mesi di carcere, sono «condizioni di salute non delle migliori ma compatibili e comunque sotto controllo». In un carcere. Certo, hai letto di quella scena sotto il muro di cemento, ma la prima cosa che fai è prendere parte all’accusa e schierarti con un accusatore che poi non è neanche un pm infallibile?
Ma insomma, lo sappiamo, no? Repubblica discetta di Costituzione da quando noi portavamo i pantaloncini corti. Repubblica ci ha insegnato “il metodo del dubbio laico” a noi cattolici integralisti. Repubblica e il rispetto puntiglioso del Codice di Procedura Penale vanno di pari passo. Questa è la fama. La realtà è che, per l’ennesima volta, anche in questo caso minore in cui non ci può ficcare Berlusconi, tanto per rispettare il principio costituzionale di presunzione di innocenza, il dubbio metodico e il dovere di procedura penale del pm di raccogliere prove anche a favore all’imputato, Repubblica sentenzia con un semplice titolo: Kalina “è una ladra di bambini” e “rapitrice di figli”. Lo ha scritto un giudice? No. Lo dicono “le carte dei pm”.
Manca qualcosa? Manca che Repubblica sa benissimo che Farina non è andato a san Vittore per difendere una causa giudiziaria, ma per difendere la dignità di una donna, di una persona come ce ne sono almeno 40 mila in attesa di giudizio nelle carceri italiane. Persone che invece di attendere il processo ai domiciliari o col braccialetto elettronico al polso, devono scontare una condanna non sentenziata da nessun tribunale della Repubblica.
Ps. Per essere ancora più precisi, nell’articolo pubblicato su Tempi il nostro inviato a San Vittore non ha voluto (né poteva) entrare nel merito del caso giudiziario che ha investito Kalina e che la tiene in carcere dallo scorso 14 maggio. L’accusa sostiene che Kalina voleva sottrarre la sua stessa figlia al marito tedesco e che con altre donne ha costituito «un’associazione per delinquere che rapiva figli di genitori divorziati». La faccenda è così complicata e non riducibile alle grida dalla savana giustizialista che tra queste donne che sarebbero state in associazione per delinquere con Kalina, c’è anche una certa Marinella Colombo. Una che scrive libri per Rizzoli e che pubblicamente denuncia e ribalta con tante buone ragioni le carte dei pm. Ma non è questo il problema. Il problema non è «la vicenda giuridica è confusa», come premesso da Farina nel suo articolo sottoposto a inquisizione da Repubblica. Il problema è il baratro di disumanità in cui è precipitata Repubblica.
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E poi i giornalisti (compresi quelli dei giornali di centrodestra) pretendono l’immunità dal reato di diffamazione a mezzo stampa, spacciandola come battaglia per la libertà di informazione..