«Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa»

Di Stefano Picciano
25 Dicembre 2024
Rigoni Stern, Remarque, Lussu e quella notte di Natale del 1914. Quando il nemico non è più visto come un bersaglio da abbattere, ma come un fratello
Una scena del film
Una scena del film "Joyeux Noël - Una verità dimenticata dalla storia" (2005)

«Fuori c’è la steppa desolata e le stelle che splendono di sopra a questa isba sono le stesse che splendono di sopra alle nostre case».

In un istante la vasta distanza che separa gli affetti più cari dalla grevità del presente è spazzata via e la memoria ritorna alla patria, che appare d’un tratto vicina e sembra persino vincere il freddo dell’ennesima notte di veglia. Nelle parole di Mario Rigoni Stern emerge un’umanità che meraviglia e commuove, specie nel ricorrente tornare alla casa, agli affetti, alle memorie più familiari:

«I russi ripresero a sparare (…). Incominciava ad essere buio e tra poco sarebbe sorta la luna. Nelle nostre case, in quel momento, erano attorno alla tavola».

Sarebbe bene rileggere le pagine dei grandi racconti di guerra ai nostri studenti che, pur lontani dagli avvenimenti narrati, ascoltano quotidiane notizie drammatiche con il rischio di abituarsene: pagine capaci di mostrare che anche i fronti più cruenti divennero talvolta occasione di un’umanità che emerge tanto di più perché si trova nel buio. Episodi di condivisione improvvisa, di compassione inaspettata, di un imprevisto mutamento dello sguardo. Che l’altro sia un nemico da abbattere è, in guerra, la norma; ma che il nemico sia improvvisamente guardato al di fuori della mentalità divenuta normale, al di là dell’ideologia che impedisce il pensiero, come un semplice uomo – con desideri e paure e nostalgie – è un fatto che rimane possibile.

Compagno, io non ti volevo uccidere

Assai noto è il racconto di Erich Maria Remarque (Niente di nuovo sul fronte occidentale) in cui il soldato tedesco Paul, caduto durante un assalto in una buca, sente d’un tratto, nell’oscurità, cadervi un soldato avversario: senza pensare lo colpisce ripetutamente col pugnale, dando inizio a una logorante nottata in compagnia del nemico che, troppo lentamente, muore. Nelle interminabili ore di questa indesiderata vicinanza egli è costretto ad assistere con strazio lancinante alla conseguenza di un gesto che lui stesso ha compiuto e che ora vorrebbe cancellare:

«Prenditi venti anni della mia vita, compagno, e alzati; prendine di più perché io non so che cosa ne potrò mai fare».

Lo affianca, gli porta da bere, lo adagia con ogni delicatezza sul terreno:

«Compagno, io non ti volevo uccidere. Se tu saltassi un’altra volta qua dentro, io non ti ucciderei (…). Ma prima tu eri per me solo un’idea, una formula di concetti nel mio cervello (…). Soltanto ora vedo che sei un uomo come me».

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Una scena del film "Niente di nuovo sul fronte occidentale" (2022)
Una scena del film “Niente di nuovo sul fronte occidentale” (2022)

Avevo di fronte un uomo

Nel contesto più buio è possibile che si intraveda talvolta qualche raggio di luce che, per contrasto, rifulge ancora di più. È un’esperienza analoga a quella che Emilio Lussu descrive in Un anno sull’altipiano, quando alcuni soldati di un battaglione italiano individuano, tra le sterpaglie adiacenti la trincea, la possibilità di estendere la loro zona d’osservazione fino a un’area in prossimità della trincea austriaca, potendo da lì osservare, non visti, il nemico da distanza ravvicinata e, eventualmente, colpirlo. L’occasione è unica, il lavoro degli zappatori è ben presto portato a termine e il nemico appare là, ignaro bersaglio di un colpo fin troppo facile:

«Ecco il nemico ed ecco gli austriaci! (…) Macchinalmente, senza un pensiero, senza una volontà precisa, ma così, solo per istinto, afferrai il fucile».

È il momento di premere il grilletto, quando alcuni semplicissimi gesti compiuti dai soldati austriaci mettono in primo piano l’umanità del nemico, che viene d’un tratto guardato non più come un bersaglio da abbattere, bensì come uomo:

«Che io tirassi contro un ufficiale nemico era (…) un fatto logico. (…) Perché non avrei, ora, tirato io su quell’ufficiale? (…) Non v’era dubbio, io avevo il dovere di tirare. E, intanto, non tiravo».

Lussu porta magistralmente il lettore nel concitato agitarsi dei suoi pensieri, nel turbinìo delle sensazioni inattese, fino all’emergere della consapevolezza più chiara:

«Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo! (…) Cominciai a pensare che, forse, non avrei tirato. (…) Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa».

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Indomita possibilità

È noto che, nella notte del 25 dicembre 1914, mentre i soldati sul fronte belga si trovavano nelle trincee, rompendo il silenzio che avvolgeva tutte le cose qualcuno, dalla trincea tedesca, intonò la melodia di un canto natalizio. Un istante di stupore, poi, documentato dalle lettere scritte dai soldati, l’evento inatteso: gli inglesi rispondono al canto. Al tedesco Stille Nacht fa eco, dalla trincea britannica, Silent Night: identica melodia, diverse parole.

Il miracolo è compiuto. Al mattino, qualcuno esce allo scoperto e va incontro al nemico. Nessuno spara. Senza che nulla fosse stato concordato, inglesi e tedeschi si avvicinano, si stringono la mano, si scambiano cibo e tabacco. Una partita a calcio, improvvisata sul campo tra le trincee e vinta dai tedeschi per 3 a 2, è forse la pagina più commovente della grande guerra e rimane come la flebile fiamma di una candela sempre accesa, anche nel contesto più buio. La parola tremante nella notte – pronunciata da Ungaretti nel 1916 – continua a risuonare come una indomita possibilità in tutti i teatri di guerra: «fratelli».

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