
Famiglia:la rivoluzione lombarda
Quando, il 26 ottobre scorso, il Consiglio regionale lombardo approvò il progetto di legge “Norme per la promozione e il sostegno sociale della famiglia” col voto contrario delle sinistre, per qualche giorno fu il putiferio: verdi e diessini diedero il via a un’operazione di intossicazione propagandistica, accusando la nuova legge di deriva clericale perché avrebbe escluso dai suoi benefici finanziari i separati, i divorziati, le coppie di fatto e le coppie gay. Per diradare il polverone ci volle una settimana, punteggiata da indignate lettere aperte di protesta delle associazioni dei genitori divorziati et similia, dopodichè i sobillatori furono svergognati e costretti a darsi una calmata: mai e poi mai, in nessun articolo o comma, la nuova legge aveva inteso tagliare fuori dalle sue provvidenze separati e divorziati con figli a carico, trattavasi di semplice menzogna messa in giro dall’opposizione di sinistra. Quanto alle coppie di fatto e ai gay, il presidente Formigoni fece finalmente notare che il “rigurgito reazionario” che aveva portato alla loro esclusione consisteva nella semplice applicazione di un testo clericale noto come Costituzione italiana, il quale all’articolo 29 recita “La famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio”: religioso, civile o post-divorzio, ma sempre matrimonio. Certo, si può, come ha fatto la Regione Lazio sotto l’illuminata guida del centro-sinistra del popolare Badaloni, attribuire alle coppie di fatto gli stessi diritti di quelle legali, ma al prezzo di mettersi sotto le scarpe il dettato costituzionale e di fare infuriare il cardinal Ruini, che per parecchio tempo si è rifiutato di ricevere il neo-segretario dei Popolari Castagnetti per ripicca di quello sgarbo. Un risultato comunque la breve campagna delle sinistre l’ha sortito: è riuscita a relegare in secondo piano il contenuto rivoluzionario della legge approvata dalla Giunta Formigoni, paragonabile per valore innovativo a quella di riordino della sanità e alla normativa che avrebbe introdotto il buono scuola per gli studenti delle scuole non statali (ahimé impallinata dagli statalisti del centro-sinistra romano). La legge, infatti, (per la cui attuazione sono stati stanziati 110 miliardi in tre anni, che non è una bazzecola per un bilancio regionale cronicamente ridotto all’osso) ribalta la filosofia che ha contrassegnato cinquant’anni di interventi e non interventi nazionali: in essa la famiglia non viene considerata un semplice terminale di interventi assistenziali, ma un soggetto attivo le cui capacità di cura, di accoglienza, di educazione, eccetera vanno aiutate e incentivate, “l’ambito fondamentale di riferimento per tutti gli interventi, pubblici e privati, riguardanti le necessità della vita quotidiana e la realizzazione delle opportunità di sviluppo e di promozione dei suoi componenti”, come si può leggere nel testo della legge. “È un provvedimento – spiega Formigoni – ispirato al principio della sussidiarietà: cioè l’ente pubblico non deve sostituirsi alla famiglia, ma la deve aiutare a svolgere quei compiti che sono la sua ragion d’essere e che essa è meglio attrezzata a svolgere. In questi anni vi sono stati, a livello nazionale, provvedimenti di sostegno ai membri delle famiglie, ma tutti mirati esclusivamente sull’individuo, spesso parcellizzato e settorializzato sotto diversi profili: medico, assistenziale, sociale. Mai la famiglia è stata considerata un interlocutore insieme al quale costruire un progetto politico per lo sviluppo, né un soggetto che possa essere il protagonista delle proprie scelte. La famiglia, o meglio i suoi singoli componenti, sono considerati “clienti” dei servizi pubblici, senza peso reale nella rilevazione dei bisogni, nella programmazione degli interventi, nella gestione dei servizi; e viene trascurata la promozione della famiglia come sistema solidaristico, nel quale non solo vengono compensati i deficit dei vari membri, ma dove si sviluppano anche capacità cooperative, di servizio anche ad estranei, di imprenditorialità sociale, economica e culturale, che potrebbero andare a beneficio dell’intera comunità”. Bellissimo, ma cosa significa concretamente tutto ciò, e quanto bisognerà aspettare per potere toccarlo con mano? Neanche un minuto, perché i contenuti qualificanti della legge approvata nell’ottobre scorso sono già stati anticipati e messi alla prova nella realizzazione di un’ottantina di “progetti sperimentali ed iniziative di sostegno alle famiglie” che hanno beneficiato di finanziamenti per quasi 6 miliardi di lire nel biennio 1998-99 e attraverso un’iniziativa sperimentale annuale di sostegno alle famiglie disposte a farsi carico dei compiti di cura di un loro congiunto anziano non autosufficiente. Quest’ultima ha riguardato 300 famiglie della città e della provincia di Milano che hanno goduto della corresponsione mensile per un anno di un assegno di cura per il proprio membro anziano, sostitutivo del ricovero del medesimo in un ospizio, per un importo complessivo pari a 2 miliardi di lire. Gli altri progetti hanno riguardato la promozione di “asili nido autogestiti” basati su reti di solidarietà interfamiliare come cooperative di famiglie, forme di sostegno e di integrazione per famiglie in difficoltà, corsi di formazione per genitori, prestiti fiduciari a tasso agevolato a sostegno di famiglie in formazione (soprattutto per l’accesso alla casa), incentivi economici per il mantenimento all’interno delle famiglie di persone bisognose di particolare assistenza, eccetera. Adesso quello che è stato fatto “in piccolo”, con 8 miliardi, lo si potrà fare in grande con 110.
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