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Ma Garzon vuole processare Pinochet o farlo vincere? Il procuratore-giustiziere Baltazar Garzon ha di che meditare, e con lui tutti gli enfatici banditori della giurisdizione criminale planetaria: il 12 dicembre scorso dalle urne presidenziali cilene è uscito un risultato che la dice lunga sull’influsso che l’inopinato arresto in Gran Bretagna dell’ex dittatore Pinochet ha avuto sull’opinione pubblica del suo paese. Per la prima volta nella storia del Cile democratico, il candidato della destra, nella fattispecie l’economista Joaquin Lavin, ha raccolto il 47,5 per cento delle preferenze, terminando ad un’incollatura dal candidato del centro-sinistra, il socialista Ricardo Lagos votato dal 47,9 per cento degli elettori. Mai in Cile la destra aveva mietuto tanti consensi in una libera elezione: nel famoso referendum del 1988, col quale Pinochet chiedeva di prorogare i suoi poteri eccezionali fino al Duemila, i “sì” si erano fermati al 43 per cento. E si trattava di un voto espresso con Pinochet al potere da quindici anni. Nelle elezioni politiche del decennio seguente gli uomini vicini a Pinochet non hanno mai ottenuto più di un terzo dei voti. Per spingerli fin sull’orlo di una clamorosa vittoria c’è voluta la megalomania dell’angelo vendicatore di Madrid, che con la sua iniziativa giudiziaria contro l’ex dittatore ha scatenato la prevedibile reazione nazionalista a quella che molti hanno percepito come un’ingerenza negli affari interni cileni. Il significato del voto è ancora più inequivocabile quando si considera che esso è intervenuto dopo dieci anni di governi di centro-sinistra che, continuando ad applicare le ricette neo-liberiste inaugurate al tempo di Pinochet, hanno permesso al paese di avere uno dei tassi di crescita economica più alti del mondo, di dimezzare il tasso di mortalità infantile, di contenere la disoccupazione e di sviluppare un sistema pensionistico-previdenziale invidiato anche dai paesi industrializzati. Adesso tutto torna in discussione per l’alzata di ingegno di un aspirante padreterno.
Panama e Macao: colonie al tramonto ma un po’
differenti Il ventesimo secolo che sta per concludersi si porta via due degli ultimi rimasugli colonialisti del pianeta: l’affitto perpetuo agli Stati Uniti del canale di Panama col relativo controllo militare di Washington sulla zona circostante e la sovranità portoghese su Macao. Il primo, interamente smilitarizzato, entra nella piena disponibilità del governo panamense. La seconda entra a far parte della Cina popolare dopo 466 anni di governo lusitano. In entrambi i casi si tratta di entità minuscole: la zona del canale occupa 1.432 kmq, acque incluse, ed era abitata (prima dell’esodo dei marines dalle loro 14 basi) da 29 mila persone; Macao e le sue due isolette si estendono su appena 21 kmq, dove sono pigiati 459mila abitanti. Ma le similitudini si fermano qui. L’ex colonia portoghese, infatti, è soltanto una piccola città che si regge sul turismo e soprattutto sul gioco d’azzardo (numerosi i casinò), il canale di Panama invece è una vera e propria gallina dalle uova d’oro che è servita agli Stati Uniti pure come base militare per interventi coperti e scoperti nelle varie crisi latinoamericane.
Più che un canale, una gallina dalle uova d’oro Costato 480 milioni di dollari dell’inizio del secolo (fu costruito dagli americani fra il 1903 e il 1914), il canale ha ampiamente ripagato l’investimento iniziale nel corso dei decenni. Attualmente attraverso gli 82 km del canale passano ogni anno 14mila imbarcazioni che trasportano 190 milioni di tonnellate di merci pagando un pedaggio medio per nave pari a 64 milioni di lire. Le navi da crociera turistica pagano fino a 180 milioni. A questo business avviato 85 anni fa si abbina ora il grande affare della privatizzazione degli insediamenti lasciati liberi dagli americani: 870 installazioni tecnico-militari, 4mila appartamenti, ville e aeroporti. È già stata progettata la costruzione di alberghi, supermercati, centri congressuali.
Relax sino-lusitano e nervosismi panamericani Mentre la cessione di Macao alla Cina è avvenuta in un clima assolutamente disteso, con la partecipazione del presidente portoghese Sampaio alla cerimonia di passaggio delle consegne, la consegna del canale al governo di Panama si è svolta in un clima di apprensione, alimentato da dichiarazioni allarmate di deputati del partito repubblicano Usa contrari al trattato firmato nel 1977 dall’allora presidente Carter, e con l’assenza sia di Clinton che del segretario di Stato Albright. Due, in sostanza, sono i pericoli evocati: una strisciante “occupazione” cinese del canale e la sua destabilizzazione ad opera dei guerriglieri della vicina Colombia. Nessuna delle due preoccupazioni sembra essere veramente fondata: la “minaccia cinese” consiste nel fatto che la movimentazione dei container nei porti di entrata e di uscita del canale è gestita da una ditta di Hong Kong, la quale comunque non ha alcun ruolo nel funzionamento del canale; mentre i guerriglieri colombiani si sono sempre mossi attraverso la giungla di confine senza volere o potere dare grattacapi al canale, che dista 300 km. Eppoi in base al trattato del 1977 gli Usa mantengono il diritto di intervenire militarmente se il diritto alla navigazione risultasse, ai loro occhi, minacciato. Tranquilli, a Panama tutto continuerà come prima.
Minoranze oppresse Palestina sempre meno cristiana Ancora un grido di allarme sulla condizione dei cristiani in Terrasanta. Stavolta a lanciarlo è The Economist nel suo numero di Natale. La consistenza demografica dei cristiani di Palestina ha raggiunto, dice il settimanale, il suo minimo storico: “Alla fine del diciannovesimo secolo i palestinesi cristiani rappresentavano circa il 13 per cento della popolazione della regione. Oggi essi sono il 2 per cento: 120mila in Israele e appena 50mila nei Territori Occupati, inclusa Gerusa-lemme est”.
la protezione di Yasser Arafat, nei territori amministrati dall’autorità palestinese la loro condizione va peggiorando: “Il programma di studi nazionale attualmente in preparazione per le scuole della Cisgiordania e di Gaza fa coincidere la storia della Palestina con quella della sua conquista islamica. Gli unici riferimenti cristiani riguardano i crociati e Napoleone”.
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