Europa e Russia: molto nemici, molti affari

Di Rodolfo Casadei
05 Aprile 2017
La curiosa doppiezza dell’Unione Europea che non chiude ufficialmente le ostilità verso Putin, ma intanto gioca partite miliardarie con Mosca

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Accusare di schizofrenia l’Unione Europea non è cosa per nulla originale, ma quando ci vuole, ci vuole. Da una parte l’Europa condanna la Russia per le interferenze armate negli affari interni dell’Ucraina e per l’annessione della Crimea, mette in guardia i paesi da tentativi di Mosca di influire sui risultati delle elezioni con la disinformazione o con l’hackeraggio informatico, osteggia la politica russa in Siria dove il Cremlino sostiene militarmente il governo in carica mentre l’Europa riconosce e finanzia i ribelli. E a causa di tutto questo da tre anni rinnova di sei mesi in sei mesi sanzioni economiche che comprendono il divieto di vendere e importare armamenti, tecnologie e prodotti a doppio uso civile e militare, azioni e titoli emessi da banche russe di proprietà statale, attrezzature del settore energetico; alle quali si aggiungono sanzioni che congelano le proprietà all’estero di 37 aziende e 146 personalità russe. Dall’altra parte, però, l’Unione Europea ha ripreso alla grande a fare affari con Mosca, e sta dando semaforo verde ai paesi membri che riallacciano rapporti che si erano allentati.

Nel giro di poche settimane l’Europa ha gettato le basi per chiudere la procedura di infrazione contro Gazprom per violazione delle norme europee antitrust, per dare il via libera a un altro gasdotto baltico fra Russia e Germania a discapito di polacchi e ucraini, per autorizzare l’Ungheria a farsi costruire un enorme centrale nucleare dalla Russia in barba a due o tre normative europee. Tanto bene hanno capito l’antifona manager e amministratori delegati di tutta Europa, che la settimana scorsa i due responsabili apicali di Eni e Gazprom, cioè Claudio Descalzi e Alexey Miller, hanno firmato un memorandum d’intesa che rappresenta la resurrezione del South Stream, il gasdotto russo che attraverso il Mar Nero avrebbe dovuto servire Bulgaria, Italia ed Austria, diventato tre anni fa una vittima del meccanismo delle sanzioni.

Due settimane fa la Commissione europea ha annunciato di aver raggiunto un accordo con Gazprom che chiuderebbe la procedura d’infrazione aperta nel 2011 contro la compagnia russa del gas per abuso di posizione dominante. La compagnia era accusata di imporre ai paesi dell’Est contratti in base ai quali essi non potevano rivendere ad altri il gas acquistato dalla Russia, di imporre ad alcuni paesi prezzi superiori a quelli del mercato e di vincolare le forniture a impegni a partecipare alla costruzione di infrastrutture per il trasporto del gas. Gazprom si è impegnata a correggere tutte queste politiche: d’ora in poi gli acquirenti europei potranno rivendere il gas acquistato, i prezzi saranno conformi a quelli degli hub dell’Europa occidentale e i contratti non saranno vincolati alla partecipazione alla costruzione di gasdotti.

In cambio di questi impegni Bruxelles rinuncia a multare Gazprom per le sue pratiche del passato (un’ammenda che poteva arrivare a 8 miliardi di dollari), mentre la compagnia rinuncia ad esigere dalla Bulgaria milioni di euro di danni per essersi ritirata dal progetto South Stream. I paesi dell’Unione Europea hanno sette settimane di tempo per approvare l’accordo o sostanziare eventuali obiezioni. La compagnia statale polacca dell’energia Pgnig ha già fatto sapere che considera «insufficienti» gli impegni russi e che proporrà di aggiungerne altri maggiormente vincolanti. Nell’ottobre scorso Pgnig aveva minacciato di portare la Commissione europea in tribunale se non avesse comminato l’annunciata multa a Gazprom.

Quante normative stiracchiate
Per quanto riguarda invece il raddoppio di North Stream, il gasdotto operativo dal novembre 2011 che aggira la Polonia e rifornisce direttamente la Germania di gas russo passando per il Mar Baltico, la Commissione europea vorrebbe porre il veto in nome delle normative europee su mercato interno, energia, ambiente e concorrenza, ma sembra che queste non si applichino al caso in questione. Diventa quindi sempre più probabile che l’opera, fortemente voluta da Russia e Germania, si faccia, anche se l’annuncio ufficiale arriverà solo dopo le elezioni tedesche di settembre. Sia il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker che il commissario europeo per l’energia Miguel Arias Cañete hanno ripetutamente manifestato la loro contrarietà all’operazione, perché non contribuisce alla diversificazione delle fonti energetiche, rafforza il predominio russo nel mercato del gas europeo, marginalizza paesi come l’Ucraina e la Polonia.

Ma questi argomenti sembrano non avere forza legale per imporre il blocco del progetto da parte di Bruxelles: lo ammette lo stesso ufficio legale dell’Unione Europea, interpellato dalla Commissione per dare fondamento giuridico alle sue obiezioni. I legali hanno risposto che il terzo pacchetto energetico dell’Unione Europea (normative in vigore dal 2009) non si applica automaticamente a North Stream 2, e che c’è un conflitto fra normative che sarebbe «meglio risolvere attraverso un negoziato internazionale». Per parte sua il presidente dell’ente tedesco di regolazione di gas, elettricità e telecomunicazioni (Bundesnetzagentur) ha fatto notare che le norme tirate ora in ballo non sono state applicate al primo North Stream e neppure ai gasdotti del Mediterraneo come Greenstream e Medgaz, sarebbe perciò discriminatorio invocarle solo in questo caso.

E che dire infine di Paks II, la nuova accoppiata di reattori nucleari che l’Ungheria intende costruire e che ha commissionato alla russa Rosatom: il progetto fu evocato per la prima volta nel gennaio 2014, Budapest notificò ufficialmente a Bruxelles la sua intenzione di finanziare con denaro pubblico la costruzione del nuovo impianto (in realtà si tratta di un prestito russo di 10 miliardi di euro) e di affidarla senza gara d’appalto alla russa Rosatom nel maggio 2015. Nel novembre dello stesso anno la Commissione aprì un’inchiesta per infrazione alle norme sugli aiuti di Stato e alle norme sugli appalti pubblici.

Ma il 6 marzo è arrivato il via libera, seppure condizionato al rispetto di alcune clausole: la prima è che gli eventuali profitti generati dalla vendita di energia dovranno servire per compensare l’investimento di denaro pubblico e non potranno essere reinvestiti per aumentare la produzione; la seconda è che l’operatore di Paks II dovrà essere giuridicamente e funzionalmente distinto da quello di Paks I (la centrale nucleare costruita in epoca comunista che produce ancora oggi più della metà dell’energia elettrica consumata in Ungheria); la terza è che almeno il 30 per cento dell’elettricità prodotta dalla nuova centrale dovrà essere venduto sul mercato libero. A queste condizioni l’aiuto di Stato per la realizzazione della centrale non altera il mercato dell’energia in Europa.

L’Ungheria è stata assolta anche dall’accusa di infrazione alle norme sugli appalti per avere scelto Rosatom senza alcuna gara, poiché è stata accettata la sua giustificazione secondo cui soltanto la compagnia russa risponde alle particolari esigenze tecniche del nuovo impianto.

Ritorno alla Ostpolitik?
La Commissione europea è passata sopra anche ad altre obiezioni di non poco conto: la legge ungherese consente al governo di disattendere le indicazioni dell’Autorità indipendente per il nucleare; il combustibile per i reattori arriverà dalla Russia e sempre in Russia andranno le scorie nucleari del combustibile esausto. Niente di tutto questo doveva passare, stando alle politiche europee che propugnano l’autonomia delle autorità regolatorie e che stabiliscono che i paesi dell’Unione dotati di centrali nucleari russe devono procurarsi combustibile da fonti diversificate e devono gestire da sé le scorie radioattive.

L’elettricità prodotta dalla nuova centrale ungherese potrà venire buona per coprire il fabbisogno tedesco che si creerà con la progressiva chiusura delle centrali nucleari del paese. E ciò porta il discorso sulle cause della schizofrenia europea: in Germania cresce l’insofferenza per le sanzioni economiche contro la Russia. Angela Merkel e il suo sfidante Martin Schulz ostentano intransigenza, ma pesi massimi della Spd (che nei sondaggi è data alla pari con la Cdu) come il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier e il vice cancelliere Sigmar Gabriel manovrano dietro le quinte per rilanciare l’Ostpolitik per la quale il partito socialista era famoso negli anni Settanta.

@RodolfoCasadei

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