
Lettere dalla fine del mondo
Solo nell’esperienza di un abbraccio diventa comprensibile anche la matematica
Pubblichiamo la rubrica di padre Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)
Due donne mi aspettano alla reception: una è spagnola, sposata con un imam, l’altra, di origini turche, indossa il burqa. Il motivo della visita è il desiderio di poter iscrivere nel nostro collegio un ragazzo turco di 16 anni che non parla ancora lo spagnolo.
Ho spiegato loro che il nostro collegio politecnico non è confessionale ma laico, e quindi aperto a tutti. Non esiste l’ora di religione perché il cristianesimo non è una materia scolastica, ma un avvenimento che il ragazzo scopre attraverso la modalità con cui il professore insegna. È attraverso un incontro reale con un adulto, per il quale Cristo è tutto, che la libertà dell’alunno si mette in movimento dando origine a quello che Giussani chiamava «la comunità di istituto», un luogo nel quale il ragazzo è chiamato a verificare la corrispondenza del fatto cristiano alle esigenze fondamentali del cuore.
Il problema non sta nella simpatia per la matematica, ma nella mancanza di un professore che la insegni provocando il ragazzo attraverso la sua persona. Per questo Giussani diceva: «Ragazzi, quando intervenite non dite mai “la mia opinione è” ma “la mia esperienza è”»: è solo nell’esperienza che uno incomincia a rendersi conto della ragionevolezza del fatto cristiano.
Da quando abbiamo aperto questa scuola politecnica per i poveri, la sfida è diventata quotidiana e bella perché quanti sono ancora pagani o appartenenti ad altre confessioni hanno iniziato a porsi domande sul senso della vita. Nel rapporto con loro mi interessa che siano seri con la propria tradizione, con quella ipotesi educativa in cui sono nati e in cui vivono. Senza questo lavoro personale non potranno mai verificare quel “di più” che è l’avvenimento cristiano.
Mi diceva un professore: «Incontro una grande difficoltà nell’insegnare ai miei alunni le basi della matematica, ma grazie all’amicizia che hanno con me fanno di tutto per essere aiutati». Ancora una volta mi rendo conto che è solo quando uno si sente abbracciato che anche la matematica si rende comprensibile nel tempo. Ma l’abbraccio non ha niente a che fare con una pacca sulla spalla, bensì con la modalità di insegnare una materia dove entra in gioco la persona del professore nella sua totalità, dal saluto del mattino fino al modo con cui spiega le tabelline per le prime elementari o l’algebra per i più grandi.
I ragazzi del politecnico sono duecento, le difficoltà sono tante, eppure è nato un gruppo di amici che hanno vissuto un fine settimana prima di iniziare il nuovo anno scolastico con i ragazzi di Gioventù Studentesca del Collegio Santa Caterina. All’inizio ero un po’ preoccupato per la differenza sociale e culturale presente tra i due gruppi, ma ancora una volta la proposta educativa di don Giussani ha eliminato ogni timore. Le differenze sociali e culturali hanno lasciato spazio alla persona, all’Io. «Mi sono reso conto – ha detto uno dei miei ragazzi poveri – che ho gli stessi desideri dei ragazzi ricchi, e questi vengono prima dell’appartenenza all’etnia nivacle, chiamacoco, guaraní o all’islam».
Il grido di alunni e pazienti
Alcune settimane fa il Collegio Santa Caterina e il nostro hanno organizzato una due giorni per i professori accompagnati da un amico di Milano, Eugenio. Tema dell’incontro, una domanda che papa Francesco aveva rivolto ad alunni e professori italiani: «Io amo la scuola?».
L’amore alla scuola nella mia esperienza è come l’amore all’ospedale. È una relazione che sboccia dalla unità del mio compromesso con la realtà, per cui lo sguardo che ho sui ragazzi è lo stesso che ho sugli ammalati. Di diverso c’è solo la condizione che vivono, ma il grido è lo stesso. Ascoltare, accogliere questo grido è il compito dell’ospedale e della scuola.
Alcuni giorni fa un’infermiera mi ha avvisato dell’arrivo di un nuovo paziente che aveva il desiderio di confessarsi. Mi sono avvicinato al suo letto e ho visto un uomo grande, sofferente per un tumore renale. Mi ha accolto con le braccia aperte e ha voluto raccontarmi la sua storia: alcuni anni fa è morta di cancro sua moglie, e un mese fa sono morti in un incidente stradale i suoi due unici figli di 24 e 29 anni. Stavano andando a Buenos Aires in corriera in cerca di lavoro. L’uomo ha saputo della tragedia quando era già ricoverato, non solo non ha potuto vedere i figli, ma non ha potuto nemmeno partecipare al funerale. Arrivato da noi la prima e unica cosa che ha chiesto è stata di confessarsi.
L’ho ascoltato con un nodo alla gola. Dentro questa tragedia il suo grido non era dettato dalla rabbia, ma da un bisogno immenso di misericordia, di sentirsi abbracciato dalla tenerezza divina. È lo stesso bisogno che hanno i ragazzi come i professori, le donne della cucina come quelle delle pulizie.
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