Eliud, il maratoneta che corre da Dio

Di Caterina Giojelli
15 Ottobre 2019
Mettersi sulle tracce dell'uomo più veloce del mondo e ritrovarsi in chiesa. La fede eccezionale di Kiphchoge e del suo popolo

Va bene il laser verde proiettato sull’asfalto, gli alberi ad alto fusto anti vento lungo i viali del parco Prater di Vienna, le decine di lepri di caratura mondiale che dettavano il ritmo, il circuito “ad personam” lungo il Danubio. Ma per fermare il cronometro in 1 ora 59’40″2, per entrare cioè nella storia come l’uomo più veloce del mondo, capace di battere il proprio record mondiale e frantumare il muro delle due ore della maratona, bisogna pur credere in qualcosa di miracoloso.

Ebbene, mentre in questa parte di mondo si celebrava il “miracolo” del 34enne kenyota Eliud Kipchoge paragonandolo al miglio di Bannister, il record sui cento metri di Bolt, l’allunaggio di Armstrong, per spiegare ai profani che anche se non si trattava di una gara “omologata” nella storia nessun uomo era riuscito a correre i 42,195 chilometri sotto le due ore, nel piccolo villaggio di Kapsisiwa, a 200 miglia da Nairobi, si festeggiava il record del maratoneta con la gloria dovuta a una notizia eccezionale: «Dio mantiene le sue promesse».

LA SVEGLIA ALLE TRE DI MAMMA JANETH

Dopo aver macinato terra con l’ormai leggendaria falcata tonda e armonica, Kipchoge ha fatto tutto quello che è solito fare dopo ogni gara: si è allontanato dai riflettori, si è inginocchiato e ha fatto il segno della croce, ringraziando il buon Dio per questa buona corsa. La stessa cosa che la sua famiglia e i suoi amici avevano fatto seguendolo correre da un maxischermo: tagliato il traguardo, tremila persone si erano inginocchiate e all’unisono avevano ringraziato Dio «per tutto quello che ci aveva offerto», ha raccontato il cugino dell’atleta, che non per nulla è un sacerdote, padre Kipchumba. E siccome sull’altopiano delle dolci colline verdi di Kapsisiwa, dove Kipchoge correva da bambino, la gloria non è mai di un uomo solo ma di Dio e del suo popolo, famiglia e sacerdoti hanno celebrato subito una messa di ringraziamento, «tutti sono venuti in Chiesa, per dire grazie a Dio. Abbiamo celebrato in comunità; c’era la famiglia, e tra gli altri leader locali anche il vice governatore della Contea di Nandi, membro del Parlamento». Tutti stretti nella piccola cappella di San Pietro, distaccamento della parrocchia di San Giuseppe della diocesi di Eldoret dove Kipchoge vive con la moglie Grace e i tre figli Lynne, Griffin e Gordon, a pochi passi dalla casa di sua madre, Janeth Rotich, il vero coach dell’atleta: «Mi sveglio ogni giorno alle 3 del mattino per pregare per Kipchoge. Prego il rosario», ha risposto tranquilla ai giornalisti che la incalzavano per sapere quale fosse il segreto del corridore miracoloso.

UNA MESSA DOPO L’ALTRA

Dev’essere strano mettersi sulle tracce di un fenomeno per capire come, al netto delle innovazioni tecnologiche messe in campo a Vienna, si diventa l’uomo più veloce del mondo e raccogliere inizi bizzarri che portano tutti in chiesa. Cosa ha fatto Kipchoge la mattina del 7 ottobre prima di tentare l’impresa a Vienna? Non potendo presenziare nel suo villaggio alla festa della Madonna del Rosario, ha partecipato a una messa a Nairobi, mentre la sua parrocchia offriva messa per lui. E alla vigilia della partenza? Ha ricevuto le preghiere speciali della congregazione dell’università cattolica di St. Paul. «Kipchoge è amico del coro degli studenti della St. Paul’s University Chapel. Domenica scorsa abbiamo celebrato la messa per lui», ha spiegato il cappellano dell’Università di Nairobi, padre Peter Kaigua ad Aci Africa, con parole piene di affetto per quest’uomo «umile» grazie al quale i giovani possono «capire i loro sogni possono essere realizzati» se affidati, «abbiamo deciso di offrirgli la messa prima della maratona pregando che Dio potesse aiutarlo a realizzare il suo sogno».

GLI ANGELI CUSTODI DEL MARATONETA

E poiché i sogni son cosa seria in Kenya, le richieste a Dio sono state fatte in modo chirurgico: alla messa tutti gli studenti si sono presentati con magliette stampate in suo nome e padre Kaigua ha parlato così della maratona durante l’omelia: «La corsa di Kipchoge spingerà il suo corpo e la sua mente a livelli sconosciuti e se mai avesse bisogno di Dio, di Madre Maria e di tutti i Santi, quello sarà il momento – ecco perché siamo qui – di pregare forte -. Come dice sempre Eliud, “non puoi allenarti da solo e aspettarti di fare un tempo veloce… Il 100 per cento di me non è nulla in confronto all’uno per cento della squadra”. Pertanto, saremo i pacemaker di Eliud in preghiera». I pacemaker, o pacer, o lepri o che dir si voglia, sono gli angeli custodi delle maratone, assistenti di gara, runner esperti che si sono alternati nella corsa accanto all’atleta per dettare il ritmo di gara. Ma il pacesetter, assicurano dal Kenya, è stata l’università cattolica, «la sua vittoria è un segno che la preghiera è stata esaudita».

IL CORAGGIO DEL PROPRIO CREDO

Felice Kiphchoge di aver corso sotto le due ore, felice di aver dimostrato che è possibile superare i limiti, felice la sua comunità in Kenya, laici e cattolici che nel mese missionario straordinario guardano il rosario bianco al collo di mamma Janeth che significa che la fede è stata tramandata nella sua famiglia: Eliud è stato “battezzato e inviato”. «Credo che anche Dio sia felice di vederci fare sforzi per massimizzare il nostro potenziale. Deve essere stato molto felice di vedere questo coraggioso keniano che incoraggiava il mondo intero con il suo credo» ha esclamato suor Margaret Mutiso, delle Figlie del Sacro Cuore e fan sfegatata di Eliud. Padre Kaigua ha assicurato che anche a Nairobi si sta organizzando una messa per celebrare Dio non appena il campione tornerà in Kenya. Va bene i laser, gli alberi, le lepri, la tecnologia, ma tra le colline verdi del Kenya è ancora la fede in un Dio onnipotente a spingere un uomo a percorrere sentieri e raggiungere mete eccezionali.

Foto Ansa

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