Lettere dalla fine del mondo

Ecco cosa vuol dire essere poveri e ammalati nello spietato Paraguay. La storia dolorosa di Davide

padre-aldo-trento-anziano-san-rafael-asuncionPubblichiamo la rubrica di padre Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

La passione di papa Francesco verso i poveri mi commuove perché mi sento abbracciato, e con me sono abbracciate le opere di carità che la Divina Provvidenza, usando questo povero e piccolo uomo, ha costruito per dare sollievo agli ammalati, agli anziani lasciati soli, a bambine vittime delle violenza e bambini abbandonati. La testimonianza che segue è la storia dolorosa di un ragazzo di sedici anni ricoverato nel nostro ospedale.

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La mia famiglia è molto povera, viviamo con grandi sacrifici. La nostra casa è a Concepción. Davide, mio fratello, ha 16 anni, e prima dell’incidente era un ragazzo impegnato, il suo sogno era di diventare cardiologo. Gli piaceva studiare e desiderava uscire dalla povertà. Io lo incoraggiavo dicendogli che quando sarei diventata infermiera, parte del mio salario l’avrei usato per pagargli gli studi. La scuola era distante 80 chilometri da casa, e Davide per arrivare doveva attraversare il fiume, ponti e montagne, così nostra madre gli regalò una moto.

Mi ero trasferita ad Asunción da qualche mese quando una notte mi comunicarono che Davide aveva avuto un incidente in moto. Era stato sbattuto a terra da un’altra moto, senza fari, guidata da un ragazzino di 13 anni imbottito di alcol. Era tra la vita e la morte. Dovevamo trasferirlo quanto prima ad Asunción, ma servivano i soldi. Il papà di Davide vendette una vacca e così riuscimmo, con molto sforzo, a ottenere i 1.000 dollari necessari. Quando arrivò al pronto soccorso di Asunción, il medico mi informò che mio fratello era morto. Rimasi sorpresa: «Dottore, non dica così, mio fratello deve vivere». Lo attaccai all’ossigeno e il suo cuore batteva ancora. Il medico insisteva che non sarebbe sopravvissuto, ma non persi mai la speranza: chiedevo a Dio che non se lo portasse via. Davide fu operato, poi entrò in rianimazione per la terapia intensiva. Al quarto giorno la dottoressa disse che il suo cervello si stava gonfiando e che sarebbe potuto morire. Lo stesso giorno si svegliò, era lucido. Mi chiamò per nome e alzando la mano disse: «Grazie a Dio».

I medici potevano crederci. Dopo 4 giorni lo dimisero, ma uscire costava 6.000 dollari. I nostri genitori vendettero tutto quello che avevano e i vicini ci aiutarono in tutti i modi. Prendemmo in affitto un miniappartamento molto precario in San Lorenzo. Davide poteva camminare, però, diceva, non vedeva più dall’occhio sinistro. Una mattina iniziò a uscirgli dal naso un liquido trasparente, e visto che starnutiva, pensai che fosse raffreddato. Faticava a confessare che aveva male. Non gli piaceva che si spendesse per lui.

Nel febbraio scorso lo portai a far visitare: secondo il medico, aveva aria nel cervello. Altri 15 giorni di ospedale e fu dimesso. Ma giorni dopo cominciò a vomitare e urinare sangue. Serviva una valvola che costava 4 milioni. Con l’aiuto dei vicini arrivammo a 3 milioni e mezzo, papà non aveva più niente da vendere. Una dottoressa ci trovò una valvola più economica, e il dottore acconsentì a operarlo. Dopo l’intervento, però, disse che la valvola non funzionava e che aveva messo a Davide solo un catetere. Lo dimisero con 40 di febbre, lo portammo al pronto soccorso dove ci dissero di riprendercelo, non c’era più nulla da fare.

Finalmente una porta aperta
Mio padre era ammalato, mia madre non lavorava e neppure le mie sorelle, erano i miei amici a portarci latte e pannoloni per Davide. Mio fratello vomitava spesso, e un giorno lo portai all’ospedale Acosta Nu. Fu lì che mi dissero che il suo stato era dovuto a una “negligenza medica”.

A quel punto ci consigliarono la Fondazione San Rafael, avvertendoci però che avrebbero potuto volerci mesi perché lo accettassero. Invece Dio facilitò tutto. Ora siamo alla Casa Divina Provvidenza e siamo contenti. Tutti sono come angeli qui. Le infermiere accudiscono Davide, gli danno le medicine all’ora prestabilita, lo lavano. Abbiamo tanto sofferto, ci svegliavamo piangendo, abbiamo chiesto a Dio che ci sostenesse e Lui ci ha aperto questa porta. Siamo molto grati. Quello che non ho ricevuto da bambina, perché sono cresciuta senza famiglia, lo ricevo da loro. Padre Aldo lo vedo come un papà, quello che non ho mai avuto. Il mio ha nove figli da donne diverse, però quando si è ammalato nessuna di loro gli è stata accanto. Davide, il mio fratellino, era la mia famiglia. Molte volte ho desiderato di farla finita, ma poi pensavo a lui. Ringrazio Dio per tutte le cose che ci dona.

Noemi sorella di Davide

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