È morto Franco Loi. «Io, nella poesia, divento uno a me stesso»

Di Daniele Ciacci
04 Gennaio 2021
È morto oggi a Milano il poeta Franco Loi. Aveva 90 anni. In una nostra intervista video ci spiegò il “perché” della sua arte

È morto oggi a Milano il poeta Franco Loi. Aveva 90 anni. Lo intervistammo nel 2012 e Loi ci spiegò il “perché” della sua arte leggendo alcuni passi del suo poemetto “Stròlegh” edito nel 1975 da Einaudi. Riproponiamo il video e alcuni passaggi del testo di quell’intervista.

Franco Loi, lei perché scrive?
Non lo so. Ho iniziato perché sentivo il bisogno di dire certe cose. Cose che non potevo dire ai genitori o agli amici. Allora le scrivevo. Ero bambino e mi divertivo a fare rivisitazioni teatrali di grandi opere. Tipo “I tre moschettieri” di Dumas. Poi le inscenavamo nel giardino e le bambine facevano i costumi di carta. La gente guardava alle finestre. Io scrivevo i pensieri che mi venivano, gli eventi che mi capitavano. Adesso, a 81 anni, posso dare ragione della mia scrittura. Scrivo perché mi è necessario e lo scrivere apre dentro una strada che diventa profonda e consapevole. Scrivere poesie mi fa più cosciente di me stesso. Fa risorgere qualcosa di dimenticato.

Qual è la peculiarità della poesia rispetto ad altre forme di scrittura?
A Dante, nel Purgatorio, qualcuno gli chiede chi sia. Lui risponde: «I’ mi son un»: io, nella poesia, divento uno a me stesso. Il mio essere sa più di me. «Che quando amor mi spira, noto»: qualcosa di esterno mi muove. Il poeta ascolta e prende nota. «E a quel modo ch’ei ditta dentro vo significando»: così come l’amore “detta” dentro il cuore, così gli va dietro l’autore con la cultura e con segni linguistici. La condizione di Dante è propria dei poeti veri. Si scrive perché qualcosa d’esterno ti muove. E quest’azione permette di conoscersi meglio. Benedetto Croce ha scritto: «Nel filosofo accade il medesimo che nel poeta. Non è lui che filosofa ma è Dio o la natura. Anzi, dirò di più. È la cosa che pensa se stessa in lui». Nella poesia si toccano elementi sconosciuti alla coscienza.

Quindi, chi è il “vero” autore della poesia?
È qualcosa che viene da un impulso che Benedetto Croce chiama l’archetipo. Perché non sappiamo cosa sia, in realtà. Ma è una voce che hanno sentito tutti i santi, tutti gli scrittori, i poeti, i filosofi. Viene detto qualcosa di cui non hanno coscienza, che non avevano mai pensato né sentito. Nascono parole, immagini, suoni del tutto nuovi, che ti fanno meravigliare. E, se una poesia è vera, lo stesso autore ne impara qualcosa. Questa estraneità della poesia ad un progetto, ad una trama prestabilita, la rende espressione di qualcosa che non è il poeta. È il momento di un contatto con l’Ignoto, con il Mistero, con Dio. Si potrebbe fare un parallelo con la situazione di Mosè, che domanda ad una voce: «Tu chi sei?». La voce di Dio risponde: «Io sono Colui che sono». Non è una definizione logica o ideologica. Lascia trasparire un senso di Mistero: con parole umane tratta di qualcosa di incomprensibile.

Se la poesia raccoglie questa ricchezza, perché è così poco apprezzata?
L’azione di chi fa poesie va contro il potere. La poesia ha il potere di ricondurre l’uomo alla sua coscienza più vera. Chi ha potere, difficilmente desidera che i suoi sottoposti abbiano una propria coscienza. Vuole guidare. La situazione odierna è tragica. È caduta la teologia cattolica. È caduta l’ideologia comunista. Gli uomini non hanno nulla in cui credere. Quello che gli viene da fuori lo ricevono come una verità e una cultura. Adesso accettano lo scientismo e il positivismo. Basta il corpo. La cultura è utile solo se porta soldi e sesso. O, al limite, altro potere.

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