Non accettate balle dai trinariciuti

Di Alfredo Mantovano
04 Marzo 2019
La droga uccide, distrugge e si diffonde sempre di più. Ma la scuola, i media, la politica, e pure i tribunali teorizzano e praticano il contrario di quel che dovrebbero. Noi cominciamo a ristabilire un po’ di verità
Lecca-lecca alla cannabis

Articolo tratto dal numero di Tempi di febbraio 2019 (attenzione, di norma l’accesso agli articoli del mensile è riservato agli abbonati: abbonati subito!)

È una emergenza, ma nessuno ne parla. Fa vittime, ma – tranne che nell’immediatezza di ciascuna singola tragedia – la si ignora quale causa. A differenza dei terremoti, è una calamità non naturale: voluta, sostenuta finanziariamente, propagandata e favorita da leggi irrazionali. Il massiccio incremento della diffusione della droga in corso in Italia da quasi un quinquennio è accompagnato o dalla deliberata ignoranza della questione, della sua gravità, del danno che provoca a più generazioni, o – per un’area di recidivi ideologici – dalla volontà di fare peggio. Dovrebbe essere al centro di una campagna di prevenzione nelle scuole, e invece lì euro ed energie vengono sprecati per altro. Dovrebbe essere contrastata sui media, a cominciare dalla tv di Stato, che però arriva a promuovere in talk show e fiction sostanze definite “leggere”, come la testa di chi promuove la legalizzazione. Dovrebbe animare discussioni in Parlamento, ma questo è sollecitato a rendere ancora più facile porre queste sostanze alla portata di chiunque. Dovrebbe provocare un forte contrasto giudiziario, mentre le aule di giustizia sono quelle che con frequenza regalano pronunce – per stare in tema – “stupefacenti” sulla quantità di droga che può ritenersi “per uso personale”, la cui detenzione è pertanto non punibile.

Questo numero di Tempi dedica molte delle sue pagine per far il punto: sulla consistenza e sulle caratteristiche del fenomeno oggi in Italia. Sui miti della “leggerezza” della cannabis. Su come circoscrivere la pandemia e su come prevenirla. Basandosi su dati obiettivi e su studi scientifici, oltre che sull’esperienza professionale di chi firma i contributi che seguono. Il contrario dell’interessata approssimazione e della strumentale sciatteria con cui con troppa frequenza i media trattano la questione. Mi è capitato più volte di parlare di droga nei licei: mentre provo a illustrare perché nei derivati della cannabis non c’è nulla di light o perché la legalizzazione causerebbe danni, individuo senza difficoltà chi subito dopo prenderà la parola per contestare quanto dico. Basta vedere chi digita sull’iPad o lo smartphone e consulta i siti di propaganda e di vendita online di quelle sostanze: siti che – inutile dirlo – propalano autentiche stupidaggini.

Copertina del numero di febbraio 2019 di Tempi

Un giornale può fare “solo” corretta informazione. Non è poco: significa porre dati di fatto ed elementi di conoscenza a disposizione di chi non si accontenta degli slogan, e di chi non cerca con l’acquiescenza di contraddire consumi passati ed esperienze falsamente alternative. Oggi circolano più stupefacenti rispetto a qualche anno fa: lo attestano i dati ufficiali del dipartimento antidroga della presidenza del Consiglio. La relazione presentata al Parlamento nel settembre 2018 informa che ammontano a un terzo gli italiani fra i 15 e i 64 anni che hanno fatto uso di stupefacente almeno una volta nella loro vita, mentre poco più di uno su dieci l’ha assunta almeno una volta nel solo 2017. In quella fascia di età il 10 per cento degli italiani ha adoperato nel 2017 derivati della cannabis: in assoluto, 6 milioni di persone! La percentuale sale al 26 se si fa riferimento agli studenti: in numeri assoluti, circa 250 mila ragazzi. 

La gran parte di assuntori guida un veicolo, ma pochi si domandano come mai crescono gli incidenti stradali dalla causa inspiegabile: un ventenne si schianta con la moto contro un albero senza che la strada sia dissestata o che ci sia un temporale; un altro si cappotta con la propria auto andando dritto dove c’era una curva, pure in questo caso senza un ostacolo che lo abbia determinato. Pochi si chiedono perché crescono le liti, le rapine, o anche solo i furti, che degenerano in omicidi: se l’intento originario fosse stato uccidere, il responsabile avrebbe provveduto subito, e invece è partita una discussione o una intimidazione, e poi non ci si ferma. Quei freni che non vengono azionati sulla moto o sulla vettura non funzionano neanche per limitarsi a dare un cazzotto, o a puntare una pistola senza premere il grilletto. 

DIETRO LA CRONACA

Neanche episodi come quelli di Desirée Mariottini, nel quartiere romano di San Lorenzo, o di Pamela Mastropietro, a Macerata, o di Emanuele Morganti, ad Alatri, fanno arrendere alla realtà. Che ha certamente componenti di violenza, ma riconduce a un filone principale: la droga, la sua diffusione capillare, la sua cessione incontrastata alla luce del sole, il suo passare di mano in mano nelle aule e nelle toilette delle scuole. Desirée, come Pamela, muoiono dopo sevizie e agonie, ma iniziano a morire quando ciascuna di loro si è lasciata convincere – quindi c’è stato pure un atto di volontà, per quanto debole e condizionato – che la droga era la risposta al problema di vivere. I carnefici di Pamela, di Desirée e di Emanuele hanno avuto a che fare con la droga sia come strumento per attrarle sia come benzina per alimentare la propria brutalità ed eliminare ogni freno.

Facciamo uscire la testa dalla sabbia.

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