
Dov’è Dio nella pandemia? Di certo non sul New York Times

L’altro giorno sfogliavo distrattamente il sito del New York Times, testata di riferimento dei progressisti Usa (e getta), quand’ecco che le mie non più caste pupille s’imbattono in un articolo il cui titolo ha l’effetto di una frustata: “Where Is God in a Pandemic?” Però, ho pensato, cazzuti questi del Times che mettono in pagina un pezzo simile, una roba che qui da noi giusto Scalfari c’è rimasto (ovviamente declinando la domanda in chiave autobiografica)… Ma la curiosità iniziale si è subito tramutata in un incontrollabile, ma che dico, morboso interesse quando ho letto la firma del pezzo: non ci potevo credere, eppure davanti ai miei occhi si stagliava in tutta la sua magnificenza il nome che solo a pronunciarlo ti senti mancare, ti assale un senso di vertigine, di vuoto, di…vabbè la faccio corta: padre James Martin. Sì, esatto, proprio lui, il gesuita da sempre in prima linea a supporto della causa lgbt nella Chiesa.
D’altra parte, poteva mancare in questi tempi di pandemia, di smarrimento diffuso, di paura e ansietà, di domande che urgono e che chiedono una risposta; in questi tempi in cui se ne leggono e se ne sentono di cotte e di crude, in cui siamo travolti ogni minuto da un fiume in piena di notizie vere, semivere e false; poteva mancare, dico, la voce confortante e autorevole dell’ineffabile James Martin? No che non poteva.
Ma andiamo con ordine. Dopo una prima parte dedicata – con l’evidente obiettivo di creare fin da subito un clima di complicità con il lettore (in gergo tecnico si chiama captatio benevolentiae, meglio nota come paraculaggine) – al racconto delle sue vicissitudini sanitarie, Martin arriva al nocciolo della questione, ossia la domanda che assilla milioni di persone in tutto il mondo: perchè sta accadendo tutto ciò? E Dio, dov’è Dio? E’ la stessa domanda, nota acutamente padre James, che gli uomini si pongono di fronte ad un uragano o quando il cancro si porta via un bambino. E’ insomma la riproposizione del “problema della sofferenza”, il “mistero del male” o la “teodicea”, questione sulla quale santi e teologi si sono confrontati nei millenni. La risposta più comune, prosegue il buon Martin, è quella che vede la sofferenza come una prova: “la sofferenza mette alla prova la fede e la rafforza”. Ma una tale risposta, se può andar bene quando si è toccati da una sofferenza tutto sommato lieve, non regge di fronte alle esperienze più dolorose. E di nuovo pone l’esempio della sofferenza degli innocenti: “sicuramente i genitori di un bambino colpito da un cancro possono imparare qualcosa sulla perseveranza o sulla fede, ma un approccio del genere rischia di far apparire Dio come un mostro”. Allo stesso modo, e qui si passa alla seconda tipologia, è sbagliata la risposta di chi vede nella sofferenza un castigo di Dio per i peccati. Gesù stesso, chiosa Martin, ha respinto questa linea, portando ad esempio tra gli altri l’episodio del cieco nato di Gv 9. Grande è la confusione per i credenti! Confusione che può essere riassunta nella cosiddetta “triade inconciliabile”: “Dio è onnipotente, dunque può impedire la sofferenza; ma Dio non impedisce la sofferenza, dunque o Dio non è onnipotente o non è amore”.
Fin qui, le due risposte che a detta di Martin in realtà non rispondono affatto alla domanda da cui siamo partiti. Ma niente paura. Ora sta per arrivare un qualcosa di inaudito che farà finalmente giustizia di secoli e secoli di brancolamenti nel buio. Perchè alla fine, dice il Nostro, “la risposta più onesta alla domanda perchè il Covid-19 sta uccidendo migliaia di persone, perchè le malattie infettive devastano l’umanità e perché esiste la sofferenza è: non lo sappiamo. Per me questa è la risposta più onesta e precisa”. Minchia. E noi qui a sbatterci in lungo e in largo, ad interrogarci, ad arrovellarci le meningi, a scrutare o a bestemmiare come turchi, quando la risposta era proprio sotto il nostro naso, lì dietro l’angolo, semplice semplice come bere un bicchier d’acqua: Ma tant’è. “Non lo sappiamo”.
Non solo. Il problema è più serio. Perché quando si vivono tempi come quelli stiamo vivendo, per i credenti si pone una domanda importante: “Can you believe in a God that you don’t understand?” Si può credere in un Dio che non si capisce? La risposta, va da sè, è scontata. E questo con buona pace dell’Antico e del Nuovo Testamento, dei Padri della Chiesa e del Catechismo, di schiere di santi, teologi e papi (a proposito di papi: ciccio per caso hai mai dato un occhio alla Salvifici doloris di San Giovanni Paolo II?). D’altra parte, debbo confessare che ho pure pensato che forse qualche ragione Martin ce l’ha. Ma che ne vogliamo sapere noi di Dio? Oltretutto, ci fossero stati i registratori pure pure… ma siccome al tempo di Gesù non c’erano – come disse quell’altro, gesuita pure lui – per cui non possiamo neanche sapere cosa Gesù ha veramente detto…
Morale: del Figlio non sappiamo cos’abbia detto, dove stia il Padre mentre noi qui a soffrire e sputare sangue come bestie, neanche. Non c’è che dire, stiamo messi maluccio, non trovate? O forse siamo noi che ci ostiniamo a volare troppo alto? Cercando risposte a domande, come quella sulla sofferenza, che una risposta non ce l’hanno? Perché è esattamente qui che va a parare Martin. Infatti il succo del discorso è: piuttosto che chiedervi dov’è Dio nella sofferenza, la domanda giusta è: cosa fare, e dove o da chi andare in tempi come questi? Pronti? Via: “For the Christians and perhaps even for the others the answer is Jesus”. Apperò. Da un lato Martin afferma che non sappiamo dov’è Dio e perché esiste la sofferenza, e allo stesso tempo sostiene che se vuoi avere una guida, una bussola, se insomma non sai dove andare a sbattere la testa quando sei nella tempesta, la risposta si chiama Gesù.
Come dite? Che non è possibile rivolgersi a Gesù e allo stesso tempo affermare, per un credente, che non c’è risposta al problema del male? Beh, state a sentire. I cristiani, ci illumina padre James, “credono che Gesù è pienamente divino e pienamente umano” (e già qui matita rossa: i cristiani credono che Gesù è vero Dio e vero uomo, entrambe realtà un pelo differenti dall’essere “pienamente divino” e “pienamente umano”); ma – ecco il punto, sciocchini – “qualche volta trascuriamo la seconda parte”. E qui casca l’asino: perché in queste sei parole è racchiusa tutta la teologia di certa scuola gesuitica, e il modus operandi che ne deriva. Sei parole che dicono però anche della miopia di questo approccio, di questa lettura dell’Incarnazione alla quale si potrebbe ben applicare quell'”umano, troppo umano” di nicceana memoria (e ho detto tutto). È infatti di tutta evidenza che un tale approccio – debitore della “svolta antropologica” di Karl Rahner (incidentalmente membro anch’egli della Compagnia di Gesù) che tanti disastri ha fatto urbi et orbi – nella misura in cui spinge sul pedale dell’umano rischia di far perdere di vista il divino. Con tutto ciò che ne consegue. Ora indubbiamente Martin ha buon gioco a ricordare che Gesù è nato in un “mondo di malattia”, per dire di quanto fosse insalubre e malsano l’ambiente in cui visse; così come è vero che nel corso del suo ministero pubblico Gesù guarì malati e infermi di ogni sorta. Per cui effettivamente quando i cristiani pregano Gesù, “essi pregano qualcuno che li capisce non solo perché egli è divino (aridaje) e conosce ogni cosa, ma perché egli è umano (e tre) e ha fatto esperienza di ogni cosa” (ecco qui magari aggiungerei un “eccetto il peccato”, che dici ciccio?).
Tutto vero, ci mancherebbe. E per non farci mancare niente, siccome l’umanità è ciò che ci accomuna, anche un non cristiano, conclude Martin, potrebbe a buon diritto ispirarsi a Gesù, e avere in lui un modello, un esempio di cura e attenzione verso i malati. Come? “With hearts moved by pity”, con un cuore mosso a compassione, com’era quello di Gesù. Affascinante, no? Essere seguaci di Gesù senza neanche la fatica di essere cristiani. Poi magari, visto che parliamo di sofferenza, se padre Martin vorrà farci la grazia di illuminarci circa il senso della passione di Cristo, non vediamo l’ora.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!