
Dopo Ronald, The Donald

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)
“Un’America delusa e in crisi esprime un voto essenzialmente negativo: inquietudine nel mondo per la vittoria di Reagan”. Così l’Unità, allora quotidiano molto letto, titolò all’indomani della schiacciante vittoria elettorale che nel novembre del 1980 aveva portato Ronald Reagan alla presidenza degli Stati Uniti, quarantesimo inquilino della Casa Bianca, repubblicano. Un titolo contrario ma tutto sommato neanche il peggiore, perché tutto l’establishment europeo e specialmente una certa intellighenzia egemone di sinistra accolse la vittoria di Reagan come una provocazione, un male assoluto.
L’atteggiamento più diffuso fu quello di deridere l’elezione come un’americanata di pessimo gusto, perché Reagan era un attore di Hollywood e neppure di prima fila. «Tanto valeva eleggere John Wayne», pseudonimo di Marrion Robert Morrison, popolarissimo attore, anche lui con grandi simpatie di destra, scrissero alcuni. Molti giornali europei omisero quasi di considerare la circostanza che Reagan era stato per due mandati il governatore della California, lo Stato più popoloso della federazione, il terzo per estensione e soprattutto una potenza economica. Lì aveva anticipato la sua politica fiscale creando le premesse per il boom della Silicon Valley, termine coniato proprio sotto un suo mandato.
Prima ancora era stato il leader del Screen Actors Guild, il sindacato degli attori americani, un’organizzazione molto influente in un paese dove il cinema è una delle grandi voci produttive. Lui rispondeva con una sottile ironia ai detrattori. «Può un attore fare il presidente?», gli chiese un intervistatore. Replicò: «Può un presidente non fare l’attore?». All’indomani della sua netta affermazione il Partito repubblicano italiano si affrettò a precisare che nonostante lo stesso nome il Pri non aveva alcuna assonanza politica con i repubblicani americani. Negli anni successivi sarebbero poi venuti rapporti di grande stima fra Reagan e Giovanni Spadolini.
«Gli elettori affascinati dalla politica energica proposta da Reagan: ma è possibile la forza oggi?», si domandò la Stampa. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini inviò un messaggio di congratulazioni ma i giornali lo interpretarono come il «monito di Pertini», perché in un passaggio chiedeva di operare nell’interesse di «tutta la comunità internazionale». L’allora presidente della Camera Nilde Jotti scrisse di auspicare azioni per «un progresso pacifico dei popoli». Nondimeno alcuni giornali americani lo bollavano come un «reazionario da caricatura».
In Italia solo una voce si levò “controcorrente”, quella di Indro Montanelli che scrisse: «Di Reagan ho un concetto ultrapositivo, l’opposto di quello ultranegativo che ho di Carter». Anni dopo, distaccandosi da un primo giudizio, lo storico Eric J. Hobsbawm nel suo noto saggio Il secolo breve avrebbe scritto: «Reagan, forse proprio perché era stato un attore hollywoodiano di secondo piano, comprese gli umori del suo popolo e la profondità delle ferite inferte al suo orgoglio».
«Sono uno di loro»
Ronald Reagan amava ricordare di avere origini umili, molto simili a quelle di Margaret Thatcher, figlia di un droghiere lei, figlio del commesso di un negozio lui. Nato il 6 febbraio del 1911 a Tampico, poco più di una frazione di 849 anime, talmente piccola da non avere un medico. Una sola vera strada, Main Street, una strada polverosa, dove c’era l’emporio in cui lavorava il padre di Ronald. Nel 1920 la famiglia approdò a Dixon, un’altra cittadina dell’Illinois, ma Ronald in campagna elettorale si presentò sempre come un «repubblicano della Main Street», un modo per sottolineare la genuinità della sua provenienza. Qui i Reagan conobbero la Grande Depressione, la quasi povertà, la durezza della vita. La sera del grande trionfo elettorale, di fonte al quale i network televisivi parlavano di ciclone Reagan, il fratello Neil gli disse: «Chissà che festa faranno stanotte a Dixon». «Mi piacerebbe esser lì in un angolino», rispose lui.
Durante la campagna elettorale un giornalista gli chiese come pensava che gli americani vedessero lui, rispose sgranando il suo tipico sorriso: «Riderebbe se le dicessi che magari in me vedono se stessi, e che sono uno di loro? In fondo non sono mai stato capace di distinguermi, né di pensare che in qualche modo sono diverso da loro».
All’insediamento, il 20 gennaio del 1981, quello di Reagan fu un discorso ispirato. L’oratoria è stata sempre la sua migliore arma. «Alla fine di questo viale aperto», esclamò guardando il lungo percorso che conduce al Washington Monument e poi, più in là, al Lincoln Memorial, «ci sono quei sacrari dedicati ai giganti sulle cui spalle noi stiamo». «Rinnoviamo la nostra determinazione, il nostro coraggio e la nostra forza», disse. «E rinnoviamo la nostra fede e la nostra speranza. Abbiamo tutti i diritti di fare sogni eroici».
Un misterioso faccia a faccia
Reagan viene presentato dal mainstream quasi come un uragano improvviso. Ma si tratta di una lettura superficiale, perché il suo successo viene da molto lontano e non solo perché per otto anni aveva retto le sorti di uno degli Stati più importanti dell’Unione. Gli anni Sessanta erano stati contrassegnati da una sotterranea quanto decisiva rielaborazione del conservatorismo americano e del Partito repubblicano, una ricostituzione e rinascita, sintetizzata dalla sigla “Old Right”. L’elemento nuovo è una visione “fusionista”, se ne fanno interpreti Russell Kirk, del quale nel 1953 era apparso un saggio sulle fonti del pensiero conservatore, The Conservative Mind, il sociologo Robert Nisbet e Richard Weaver.
“Fusionista” è la capacità di unire la tradizione, la libertà, l’identità di una comunità non lasciando mai nessuno indietro. In questo modo il Gop (Grand Old Party) da espressione dell’aristocrazia diventa il grande partito del ceto medio produttivo. Su tutto c’è un richiamo alle visioni di Edmund Burke per il quale la modernità va vissuta senza omettere la trasmissione della memoria. Nel 1960 il senatore Barry Goldwater pubblica il libro The Conscience of a Conservative (La coscienza di un conservatore), molto di più di una piattaforma programmatica, un vero e proprio manifesto culturale. Nasce il conservatorismo popolare che, però, Goldwater politico troppo intellettuale non riuscirà a portare alla vittoria nel 1964, quando si candiderà alla presidenza sfidando il democratico Lyndon Johnson. Toccherà a Reagan con le sue doti di trascinatore, sedici anni dopo, farsi carico di concretizzare quel programma.
Donald Trump ha più volte dichiarato che Reagan in un loro incontro diretto lo invitò a considerare una candidatura alla presidenza nel campo repubblicano, non sappiamo se questa circostanza sia vera o solo una trovata elettorale. Sta di fatto che la sua elezione ha fatto scattare un costante gioco al raffronto con il grande presidente degli anni Ottanta.
Alcune similitudini sono evidenti, le vittorie elettorali di entrambi sono state sorprendenti, assolutamente non previste, anche Reagan partì in forte svantaggio nei sondaggi che ancora in estate davano vincente Carter. Certo, Reagan conquistò ben 44 stati, lasciando al presidente uscente solo sei stati e il District of Columbia, 489 grandi elettori contro appena 49. Anche in termini di voti assoluti la vittoria di Reagan fu schiacciante, 50,7 per cento contro il 41 del presidente uscente. Mentre è noto che Hillary Clinton ha vinto nel voto popolare ottenendo circa 2 milioni e 800 mila voti in più di Trump.
Sogno e forza
Tuttavia, anche Reagan fu oggetto di una vera e propria aggressione preconcetta: un «attore inadatto», un «uomo pericoloso a cui non si può affidare la guida dell’arsenale nucleare», dichiararono i democratici. Il senatore Edward Kennedy lo bollò come «un avventuriero», il senatore Daniel Moynihan lo accusò di essere paladino di una politica economica catastrofica. Il primo fu definito un ex interprete di film di serie B, il secondo viene indicato come l’ex protagonista di un reality show.
L’ex attore poteva vantare un’oratoria brillante e ispirata, il tycoon è molto più basico ma ugualmente efficace con le parole. C’è, però, un punto di enorme differenza. Come ha notato il commentatore repubblicano Rush Limbaugh, Ronald Reagan, dopo l’esperienza di attore, era diventato da decenni un politico a tutto tondo, Trump si è catapultato all’improvviso nella nuova esperienza.
Quello che ha fatto di Reagan un grande presidente, sulla cui esperienza anche molti critici si sono dovuti ricredere, è stata la politica economica, la famosa Reaganomics, innescata prima di tutto da un cambio culturale, da un ritorno della centralità dell’individuo. «Speranza e forza, sogno e forza, vaghezza e testardaggine» sono i tratti distintivi del politico Reagan, ha scritto lo storico Francesco Chiamulera. Il presupposto ideologico di Reagan è la riscoperta di un retroterra culturale basato sulle ispirazioni filosofiche di Hobbes, Locke e Tocqueville, a vario titolo assertori della prevalenza dell’individuo con i suoi diritti sullo Stato. È il primo tassello della Reaganomics, semplicisticamente derubricata da certa pubblicistica europea a mero ribellismo antifiscale.
Tagli alle tasse e protezionismo
Superata la recessione, nei tre anni che andarono dal 1983 al 1986 la crescita degli Stati Uniti fu del 16 per cento, non nominale ma effettiva perché senza alcuna inflazione. Reagan riuscirà in poco tempo a far approvare al Congresso un sensazionale taglio di bilancio per 35 miliardi di dollari, insieme alla più ingente riduzione di tasse, il 25 per cento in quattro anni, della storia americana. Il tutto condito da un inguaribile ottimismo e da una sicurezza che rasentava l’incoscienza. Quando si insediò, l’inflazione era al 13 per cento, nel 1984 sarebbe scesa al 4 per cento. E pochi ricordano i limiti che Reagan pose, nei primi mesi di mandato, all’importazione di auto giapponesi al fine di aiutare l’industria automobilistica interna allora in difficoltà.
Difficile ipotizzare se Trump potrà essere il nuovo Ronald. Le condizioni storiche per i due presidenti sono evidentemente molto diverse. Uguali sono, forse, la veemenza e la presunzione di chi li attacca. A volte la storia ricorre.
Foto Ansa
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