Don Negri e quell’incontro che offre risposte, non solo precetti

Di Chiara Sirianni
28 Novembre 2011
Cronaca dell'incontro avvenuto oggi a Milano in Cattolica per i 70 anni di don Luigi Negri. Le parole di Botto e Crepaldi. Immancabili le battute: «Avete detto tante belle cose, vi ringrazio. Ora capisco l'imbarazzo di don Giussani, quando alla fine di un incontro in cui veniva citato, mi chiedeva: ma davvero quella cosa l’ho detta io?»

«Avete detto tante belle cose, vi ringrazio. Ora capisco l’imbarazzo di don Giussani, quando alla fine di un incontro in cui veniva citato da qualcuno mi guardava, alzava un sopracciglio, e mi chiedeva: ma davvero quella cosa l’ho detta io?».
Don Luigi Negri, vescovo di San Marino e Montefeltro, è tornato all’Università Cattolica di Milano in cui ha studiato e insegnato per anni («è stata davvero la mia Alma Mater: ho passato due terzi della mia vita qui, nel movimento di Comunione e Liberazione, ed è stata questa grande amicizia a farmi crescere») per presentare il suo ultimo volume, “Fede e Cultura. Scritti scelti” (Jaca Book, pp. 604, euro 72) in occasione del suo settantesimo compleanno. Due le sezioni, la prima strettamente filosofica, la seconda che ruota attorno all’opera di Giovanni Paolo II e a una nuova stagione della dottrina sociale della Chiesa.

«Per me don Negri rappresenta molto di più di questo elegante volume. È stato prima di tutto, per noi che che nel ‘68 avevo vent’anni, un maestro vero della fede: coraggioso, incisivo, ricco di entusiasmo. Un maestro autentico, perché egli stesso discepolo». Così Evandro Botto, direttore del centro di ateneo per la dottrina sociale della Chiesa, ha introdotto l’incontro. Ricordando una vita di intenso lavoro filosofico che non ha mai ceduto alla tentazione di farsi mero gioco intellettuale: «Monsignor Negri ci ricorda sempre che la teologia è l’intelligenza delle fede, che diventa intelligenza della realtà».

Presenti anche Fabio Felice, professore presso la  Pontificia Università Lateranense e Presidente del Centro Studi Tocqueville-Acton, e monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste che ha detto: «Lui non lo sa, ma sono venuto soprattutto per dirgli grazie: per me i suoi scritti sono da tempo un punto di riferimento fondamentale. Negri ti fa capire che la medaglia non ha una faccia sola, e che spesso la verità sta proprio nella faccia meno propagandata».
Per Crepaldi la società post-moderna ha finito per perdere quel comune patrimonio di valori condivisi che il cristianesimo nei secoli ha contribuito a solidificare. Manca un bisogno di infinito su cui far leva, che è stato messo a tacere da tutta una serie di palliativi. E allora «come fare, in una società così cinica e smaliziata, a proporre un messaggio cristiano? A risvegliare, come diceva Giussani, l’umanità dell’uomo?».
Rovesciando il paradigma: «Il cristianesimo deve riscoprirsi cultura. E negli scritti di Negri vedo esattamente questa tensione antropologica, la voglia di far sperimentare all’uomo la sua trascendenza e la sua umanità. Illuminandolo di risposte, non di precetti».

Don Negri ha ampliato il concetto ribadendo l’importanza di una fede «che c’entra con la vita, anzi, che renda più vita la vita. Più cultura la cultura, più intelligente l’intelligenza, più duro il lavoro. Non ho mai avuto paura del fatto che la fede riducesse le dimensioni della nostra umanità. Ho cercato, per quel che ho potuto, di concepire la cultura come servizio all’uomo. Il grido che esce da queste pagine è lo stesso che accompagna la mia vita ogni giorno, quel grido che Gabriel Marcel ha sintetizzato in modo incomparabile: “Ama chi dice all’altro: tu non puoi morire”. Ecco, questo è quello che ho cercato di comunicare, in tutti questi anni». 

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