
Don Lino Mazzocco, cinquant’anni in prima linea

Non credo fossimo preparati ad una gioia così pubblicamente espressa con abbondanza emotiva, con le espressioni infantili dei versi in rima, con i saluti delle autorità i sindaci commossi, ed uno stuolo di preti dietro il vescovo neanche fosse la cerimonia degli Olii del Giovedì Santo e con la magistrale presentazione prima della Messa da parte del prof. Roberto Filippetti della Chiamata di Matteo del Caravaggio, quasi a segnare il cuore dell’evento.
Eravamo solo 50 anni fa a Ca’ Emo, un paesino di campagna da cui saltava fuori questo prete, un giovane maestro, una vocazione adulta si diceva allora, perché maturata sui banchi della scuola superiore, l’istituto magistrale in cui Lino aveva elaborato il suo desiderio di grandezza. Perché al giovane Lino Mazzocco piaceva l’avventura… Mica una vocazione qualunque la sua, ma una vocazione per il mondo. Aveva fame di avventura quel pastorello che voleva salvare il mondo a partire dall’Africa.
Ma Lino è anche uno duttile, pronto a leggere i segni, curioso. Eravamo lì nella piazza di Ca’ Emo arrivati in moto, avete presente Easy Rider film mitico di quei tempi, Sauro ed io con le morose sul sellino posteriore a contemplare la felicità di questo ragazzone che faceva quella scelta che ci rinterrogava e ci spiazzava. In quel momento qui in Veneto s’era sparso un contagio pericoloso, che proveniva da lontano, che metteva alla prova i giovani del ’68 ben più di un desiderio di rivoluzione. Lo ricorda bene don Lino nella sua omelia quando parla di un sovvertimento dei suoi piani missionari: «Avevo così preso la decisione, condivisa con il vescovo ed in famiglia, di entrare nella congregazione della Sma per poi partire per l’Africa. Ed è allora che è avvenuto un fatto che ha cambiato i miei piani: ho incontrato un gruppetto di giovani di Adria che avevano scoperto a Reggio Emilia il carisma di don Giussani. L’incontro con loro riuscì a mutare il mio pensiero. Cioè non era necessario partire per l’Africa per vivere il cristianesimo. Perché era possibile qui ed ora. Il rapporto con don Giussani, iniziato il giorno stesso della mia ordinazione, ha guidato poi i miei passi per diversi anni».
Era una chiamata in prima linea, immediatamente! Sono gli anni dell’incontro misterioso e della corrispondenza tra don Giussani e don Zeno di Nomadelfia, due costruttori di opere che non perdono tempo in discorsi ma che desiderano la totalità perché l’invito è eminentemente missionario; si tratta di dirlo agli altri con tutto l’amore e il rispetto alla libertà della coscienza, della loro storia, della loro vocazione personale, e perciò con discrezione.
Mi colpisce che don Lino scelga per il dono agli amici il mio libro recente Come legni spiaggiati, in cui lui stesso ha una piccola fondamentale parte per consentire ad Antonio, uomo senza fissa dimora, di trovare una casa, un’amicizia, una identità. E il metodo perché nasca quest’uomo nuovo è metterlo dentro il seno, le braccia e i rapporti di una madre e di un padre. È un fatto che accade, non una dialettica: questo è chiaro al giovane sacerdote nel rapporto misterioso con questi amici di Adria che attraverso Reggio Emilia sono in contatto con Milano: è una rete potente che solo in quei dintorni geografici conquisterà in Adria don Livio Melina, a Chioggia suor Marilena Donaggio, Rosy Callegari e Antonella Sambo e mia sorella Maria Grazia che entrerà ventenne tra i Memores Domini a Gudo, nella Bassa milanese, e ancora don Renato Feletti, per dire solo della generazione più prossima a don Lino che io ricordo. Fu una chiamata collettiva a cui però si doveva rispondere personalmente «senza scandalizzarsi dei propri limiti e della propria povertà».
«Quando papa Giovanni Paolo II chiese la disponibilità ai sacerdoti che seguivano lo stesso mio cammino, per portare nel mondo la bellezza e la grazia di Cristo, a questo invito sobbalzai sulla sedia. Il Signore era venuto a prendermi». Così incalza nella sua omelia-diario don Lino, che ricorda anche la sua particolare missione di portare la Sua Presenza ai giovani: «Il vescovo Piasentini, il giorno della mia ordinazione nella chiesa di Ca’ Emo, mi parlò dei giovani, di dedicare la mia vita al lavoro con i giovani. Direi che la cosa non mi è costata molto. Nelle chiese di Chioggia, San Domenico e San Giacomo, e di San Martino a Sottomarina ho fatto principalmente questo. Anche ad Asunción nel Paraguay, inviato all’inizio a lavorare nella Pastorale universitaria, ho incontrato centinaia di giovani. Mi piaceva ascoltarli, sfidarli, far loro compagnia. I tempi da allora sono molto cambiati, ma questo sguardo di predilezione per i ragazzi e per i giovani mi è rimasto. Anche l’ultima uscita a Rimini con i giovani parla di questa mia attenzione a quel mondo. Mi ha sostenuto lo spirito di avventura mio proprio e la certezza che il Signore avrebbe guidato tutti i miei passi. Accanto a padre Aldo Trento nella chiesa di San Rafael ho visto sorgere poco a poco una città della carità: case di accoglienza per bambini abbandonati, per ragazze violentate, ammalati terminali raccolti dalle strade in una clinica di primo livello, case per anziani soli, scuole per i bambini ed i giovani poveri. L’opera cui sono ancora affezionato e che ancora sostengo, è la casa dedicata alla Madonna di Caacupé per i minori che escono dal carcere e vogliono costruirsi un futuro dignitoso».
La gente ascolta estasiata il suo prete, che ora è chiaramente il prete di un popolo cui è stata a cuore esplicitamente la Chiesa. Un lavoro pastorale appassionante e appassionato, senza mai mettere in conto qualche raccolta di frutti che non toccano a lui. Ricorda che ciò che lo ha aiutato è una compagnia con alcuni sacerdoti con cui tenacemente ridire il proprio sì a Cristo ogni giorno. «Il Signore attraverso tutti questi incontri e passaggi mi ha fatto crescere, mi ha salvato. Prima degli altri, ha salvato me. Mi ha fatto maturare in umanità. M’accorgo che essere prete vuol dire essere un uomo. Un uomo toccato da una grazia speciale».
Ma gli anni sono passati presto e il giovane pretino è diventato vecchio, con qualche acciacco e una malattia che lo fa combattere, ma la descrizione finale dell’omelia ha la levità degli inizi. «Ora è un tempo nuovo. I 70 anni sono passati da un po’ e mi rendo conto che le energie vengono meno, ma non la passione per la vita. Ora con Ada Negri mi trovo a dire: “Mia giovinezza, non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo all’essere. Sei tu, ma un’altra sei: senza fronda né fior… Un’altra sei, più bella”».
E dialogando con il suo Signore, come un piccolo bambino sui banchi di scuola, don Lino ci lascia con i ringraziamenti finali della sua letterina a Gesù: «Grazie Signore della storia che mi hai dato. Non la immaginavo così bella ed interessante. Mi hai superato nell’immaginazione. Grazie del passato, delle fatiche e delle gioie. Grazie della famiglia che mi hai dato, della mia piccola parrocchia di Ca’ Emo, degli anni del seminario, dei miei educatori, dei miei parroci e dei sacerdoti che hanno collaborato con me. Grazie delle parrocchie che mi hai chiamato a servire. Di tutte conservo ricordi bellissimi. Grazie del presente, di questi 9 anni a Rosolina, al Volto ed anche ad Albarella. A volte mi lamento per tutte le corse che devo fare, ma sono quelle che mi hanno mantenuto vivo. Grazie Rosolina perché mi hai accolto e continui ad accogliermi. Grazie Signore del futuro che mi darai. Tutto è dono. Grazie».
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