
Lettere dalla fine del mondo
Don Emilio Grasso, un prete fuori dagli schemi che mi ha salvato dalla solitudine
Pubblichiamo la rubrica di padre Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)
Padre Emilio Grasso è entrato nella mia vita tre anni fa, quando una terribile bufera si è abbattuta su di me e sulla fondazione San Rafael. Nella solitudine vissuta quando alcuni corresponsabili dell’opera e molti amici di vecchia data mi abbandonarono dalla sera alla mattina, questo sacerdote si è avvicinato a me prendendomi per mano e conducendomi fuori dalla tormenta. Ancora oggi mi è padre e guida, con lui condivido gioie e sofferenze quotidiane. Un vero dono di Dio.
Ho chiesto a uno dei suoi figli, in occasione dei suoi cinquant’anni di sacerdozio, di raccontarci la vita di questo campione della fede, uomo umile ma tenace nel suo impeto missionario e nel suo profondo amore alla Chiesa anche quando non veniva capito. Ha fondato la comunità Redemptor hominis, presente in Italia, Belgio, Camerun e Paraguay.
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Ricordando, qualche anno fa, le circostanze della sua ordinazione, don Emilio Grasso scriveva: «Al momento della mia ordinazione diaconale il rettore del collegio Capranica, monsignor Franco Gualdrini – un ottimo prete al quale tanto debbo per la sua onestà e pazienza, poi vescovo di Terni – mi disse che non era più sicuro della mia ordinazione. Mi vedeva troppo impegnato sul fronte del Vietnam e questo lo preoccupava. Inoltre, alcuni compagni del collegio si erano lamentati dei miei giudizi e dei discorsi che facevo. Così, in attesa che mettessi la testa a posto, fui invitato a non parlare più e a esercitare il mio ministero diaconale lontano dai giovani. Andai all’Ospedale San Camillo, ove passai uno dei periodi più belli della mia vita nel contatto continuo con la morte e il dolore».
Gli anni del Collegio, don Emilio li aveva vissuti, secondo le sue stesse parole, «studiando alla Gregoriana, in piena libertà, senza maschere. Di certo non fui uno studente negli schemi. Penso anche che gli schemi, e non solo quelli, li abbia abbastanza rotti. Si può dire che ce la misi tutta per provare la Chiesa. Ma se Dio chiama, chiama».
Nato e ordinato a Roma, nella capitale don Emilio aveva anche lavorato, prima di entrare in seminario, come ragioniere in un grande ente statale. Figlio di un integerrimo alto funzionario dello Stato, aveva assimilato in famiglia il senso della responsabilità.
Una lezione che lo marcò fu quella che ricevette proprio da suo padre quando si presentò per un’ispezione presso l’ente in cui lavorava. Il direttore generale chiamò proprio suo figlio perché gli presentasse i registri contabili. Dopo averli esaminati rapidamente, li gettò nella pattumiera dicendo al dg che avrebbe chiesto il suo trasferimento, perché non poteva permettere che un impiegato tenesse i registri contabili in quella maniera. Rivolto a tutti – e in particolare a suo figlio – ripeté più volte che non bisogna mai dimenticare che dietro un fascicolo vi è sempre il volto di una persona che aspetta.
Cresciuto da grandi maestri
La passione per Dio e per gli uomini è stata una costante della sua esistenza. Nell’omelia della sua prima Messa, riprendendo Mounier, affermò che il mondo ha bisogno di audacia e passione, non di cappellani di retroguardia.
Nel 1969 decise, con il permesso dell’allora vicario di Roma, il cardinale Dell’Acqua, di trasferirsi a vivere tra i baraccati del borghetto Alessandrino al Quarticciolo. Precedentemente don Emilio aveva incontrato personalità come don Zeno di Nomadelfia, Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani; in seguito don Giuseppe Dossetti e don Divo Barsotti, che lo avevano richiamato al primato della parola di Dio, ai limiti dell’impegno socio-politico, mettendolo in guardia dai pericoli di un “cristianesimo sociologico”. Ma non furono questi incontri a trasformarlo. Furono i volti della Borgata, il fetore dei pozzi, la differenza così radicale col povero di cui parlavano i libri.
Attualmente don Emilio è da più di 10 anni in Paraguay come fidei donum della diocesi di Roma, di nuovo immerso in una situazione pastorale dopo l’esperienza della borgata. Si è collocato all’ultimo posto, come viceparroco a Ypacaraí, cittadina della periferia di Asunción. È lì che celebra il suo giubileo sacerdotale.
La sua vita non è stata di certo facile e priva di ostacoli, ma ha abbracciato con gioia la croce che il Signore ha voluto dargli. Don Emilio ricorda una frase che un giorno gli disse don Barsotti e che descrive la sua traiettoria: «Tu hai cominciato col giocare con Dio. Lui ti ha lasciato fare e si è lasciato giocare da te. Poi Lui ha preso nelle sue mani le redini del gioco e ora è Lui che vuole giocare con te. Vuol vedere se può fidarsi di te».
Michele Chiappo
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